Cultura
5 febbraio, 2026Coste, parchi e giardini, castelli e dimore storiche, ville e abbazie. Il nostro Paese vanta l'ambito primato del maggior numero di siti protetti. Ma il patrimonio artistico è minacciato da incuria, overtourism, scarsi investimenti pubblici, spopolamento. E cambiamento climatico
Italia terra fragile del record Unesco
Per ogni Real Albergo dei Poveri che viene recuperato, almeno dieci beni culturali rischiano di scomparire. L’Italia detiene l’invidiabile primato mondiale dei siti riconosciuti come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ben 61 compreso l’ultimo, le “domus de janas” (“case delle fate”), ovvero le tombe preistoriche in Sardegna. Ma ha un problema gigantesco: come conservarli, restaurarli, aprirli al pubblico: chiese, castelli, palazzi, rocche, eremi, borghi, musei. Un’eredità sontuosa e fragile.
Se il governo continua a investire troppo poco nella tutela del patrimonio artistico del nostro Paese - come dimostra la manovra economica 2026 - alcune associazioni e fondazioni svolgono un ruolo sussidiario e fondamentale. Spicca il Fondo per l’ambiente italiano (Fai), la fondazione senza scopo di lucro che tutela e valorizza il patrimonio storico, artistico e paesaggistico d’Italia. Beni ricevuti in donazione, in eredità o concessi in gestione: boschi, coste, parchi e giardini, castelli e dimore storiche, ville e abbazie. Quest’anno le giornate Fai di primavera, l’apertura di 750 luoghi in 400 città, si svolgeranno il 21 e 22 marzo.
Nel frattempo, il Fai si concentra sulla nuova emergenza: aree interne e periferie. “I luoghi del cuore”, venti progetti in undici Regioni (che fanno salire a 180 gli interventi dal 2003), in collaborazione con Intesa Sanpaolo: 700mila euro in totale, la cifra più alta mai stanziata a sostegno del programma, andranno a beneficio di luoghi poco noti o poco valorizzati, spesso a rischio. Tra gli altri, lo splendido cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, uno dei più importanti in Europa, inaugurato nel 1851 e progettato da Carlo Barabino in stile neoclassico-romantico. Un luogo straordinario, dove riposano anche Fabrizio De André, Giuseppe Mazzini e Fernanda Pivano. Da nord a sud: un altro intervento è previsto per preservare l’Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina, una fitta querceta tra i Monti Sicani a mille metri di altitudine, tra Palermo e Agrigento. Costruito nel Settecento per celebrare Santa Rosalia, patrona del capoluogo siciliano, che qui, in una grotta, iniziò la sua vita eremitica.
«C’è tanto lavoro da fare, servono tante mani», esordisce Daniela Bruno, direttrice culturale del Fai, che negli ultimi dieci anni ha osservato il cambiamento: «Dei nostri venti progetti, diciotto riguardano aree interne o periferie urbane. Lo Stato non riesce a intervenire, si tratta di luoghi condannati a essere cancellati dalla Storia. Il nostro ruolo si ispira al principio della sussidiarietà». Beni culturali abbandonati e lasciati al degrado naturale, a cui si aggiungono nuove minacce: «Anzitutto l’overtourism, un numero di turisti incompatibile con la conservazione dei luoghi e la qualità della visita. È il caso di Villa del Balbianello, sul lago di Como». Ma non solo. Lo spopolamento della montagna, anche appenninica, e il cambiamento climatico, come dimostra il ciclone Harry che ha flagellato le coste di Calabria, Sardegna, Sicilia. «C’è il caso emblematico delle Cinque Terre», aggiunge Bruno: «Un territorio interessato da tre emergenze: lo spopolamento delle aree interne, l’overtourism e il cambiamento climatico».
Dal canto suo, Italia Nostra monitora costantemente lo stato di conservazione del patrimonio culturale e aggiorna la Lista Rossa dei beni a rischio. «È un progetto consolidato che ha permesso di porre all’attenzione delle istituzioni la necessità di salvaguardare e restaurare un importante patrimonio in pericolo, grazie alla segnalazione dei nostri soci e dei cittadini», afferma il presidente, Edoardo Croci.
Tra i casi più eclatanti, segnalano le mura di Amelia di epoca preromana, in Umbria, restaurate nella parte delle poligonali dopo i crolli di vent’anni fa, con una tecnica che lascia perplessa Italia Nostra. «Il restauro di un crollo deve essere eseguito col ripristino fedele di quanto esisteva prima dell’evento», spiega Michele Campisi, membro di Italia Nostra Roma, esperto di mura poligonali: «L’intervento deve garantire l’autenticità dei tipi costruttivi».
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