Cultura
5 febbraio, 2026La fuga in Sudamerica del medico di Auschwitz raccontata con grande mestiere. In un film che però non riesce a trovare il tono giusto
Una stagione all'inferno. Anzi due, se non tre. C’è un prima, un durante e un dopo, anche se il film oscilla continuamente tra una stagione e l’altra seguendo il suo protagonista in tre età distinte e insieme inseparabili.
C’è il medico, c’è il fuggiasco, c’è il relitto. Il primo è lo scienziato nazista che conduceva esperimenti atroci ad Auschwitz. Il secondo è il sopravvissuto che coltiva folli progetti di riscossa, complici la sua facoltosa famiglia e tutti quei nazisti scappati come lui in America Latina, ma intanto sente su di sé il fiato del Mossad, che ha già preso Eichmann. Il terzo è il risultato dei primi due, un vecchio rudere patetico e imperdonabile. Un invasato, aggrappato alle sue certezze deliranti, che però morirà libero dopo aver corrotto, deriso, minacciato chiunque gli si avvicini, magari per proteggerlo.
In un romanzo-inchiesta come quello di Olivier Guez (Neri Pozza), un tipo così ripugnante non ha volto. È un diagramma, una figura storica e insieme astratta, un’ombra immersa nella propria luce nera. Nel film che ne ha tratto il russo Serebrennikov (suo il discutibile ma notevole “Limonov”) tutto questo però deve diventare visibile. A interpretare il dottor Mengele c’è un attore, August Diehl. È lui che strappa alle proprie corde vocali le note stridenti del terrore. Lui che scivola nelle strade di Buenos Aires, la testa tra le spalle. Lui che, logorato da quella vita in fuga, tiene testa al figlio dai lunghi capelli anni ’70, venuto a cercare quel padre mostruoso in Brasile solo per sentirsi vomitare addosso insulti e farneticazioni.
Il tutto in un bianco e nero da noir classico che congela e distanzia l’orrore. Fuorché in quell’immaginario filmino a colori, girato da un altro medico ad Auschwitz, che rovescia il partito preso de “La zona d'interesse”. L’inglese Glazer ci portava nei lager senza mostrare nulla. Il russo Serebrennikov, sia pure brevemente, mostra tutto. E non solo ad Auschwitz perché Mengele è il centro indiscusso del film. Suoi sono i sentimenti, paura, ferocia, libidine, gelosia (ci sono anche due mogli, e privatissimi rancori). Suo il punto di vista. Sue anche le verità, perché è la sua voce a ricordarci quanti altri criminali nazisti si siano salvati, anzi abbiano fatto carriera, e quanto i lager fossero un affare per tutti in Germania, l’industria, le banche, la ricerca “scientifica”.
Se ne esce nauseati ma anche perplessi. Certo, la banalità del male. Certo, contrastare l’amnesia dilagante, come no. Ma usare codici visivi e narrativi così convenzionali non sempre sembra la strada migliore.
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