Cultura
12 marzo, 2026Carte illustrate preziose e ricche di significati. Da strumenti di divinazione a opere d’arte. In una grande esposizione, a Bergamo, la lunga storia che continua ad affascinare
Perché i tarocchi continuano a piacere così tanto? Che cosa spinge, ancora oggi, uomini e donne immersi nella razionalità tecnologica del XXI secolo a fermarsi davanti a un mazzo di carte illustrate, a interrogarlo come se custodisse una risposta o - almeno - la possibilità di riceverne una? La persistenza del loro fascino non si spiega soltanto con la curiosità per l’occulto, né con la semplice attrazione per il mistero, «perché nei tarocchi si addensa qualcosa di più profondo, una forma di immaginazione simbolica che attraversa i secoli e che sembra parlare direttamente a una dimensione antica dell’esperienza umana». Lo spiega a L’Espresso Paolo Plebani, curatore della mostra “Tarocchi: Le Origini, Le Carte, la Fortuna”, fino al 2 giugno nelle sale dell’Accademia Carrara di Bergamo.
Una grande e attesa esposizione che la Fondazione (presieduta da Elena Carnevali, sindaca della città, e diretta da Maria Luisa Pacelli) ha organizzato in collaborazione con The Morgan Library & Museum di New York riunendo per la prima volta, dopo oltre un secolo, le 74 carte superstiti del celebre mazzo Colleoni, uno dei più antichi e preziosi al mondo. Dipinte nel Quattrocento per l’ambiente visconteo-sforzesco, quelle carte tornano a dialogare nello stesso spazio, restituendo al visitatore un frammento di quella straordinaria civiltà figurativa che il Rinascimento italiano seppe generare anche negli oggetti più inattesi. «La mostra si muove lungo una linea precisa: sottrarre i tarocchi alla loro immagine più superficiale, quella di semplici strumenti di divinazione, per restituirli alla loro storia di immagini, simboli e opere d’arte», aggiunge Plebani durante la nostra visita, preceduta da una lunga camminata per le altre sale della Accademia Carrara, un atlante figurativo in miniatura con luci giuste ed eleganti, una delle più importanti pinacoteche italiane con oltre mille dipinti, disegni e stampe.
«Nell’immaginario contemporaneo i tarocchi sono associati prevalentemente alla divinazione e all’occulto, eppure per molti secoli furono semplicemente un gioco di carte», osserva il curatore. «L’esposizione ne ripercorre così l’evoluzione attraverso un viaggio lungo quasi sette secoli, attraversando luoghi diversi e incontrando personaggi memorabili, ma soprattutto presentando alcuni tra i tarocchi più celebri e straordinari mai realizzati». Sono sette le sezioni della mostra e funzionano come capitoli di una storia iconografica sorprendentemente ricca. Carte piccole e preziose che richiedono uno sguardo ravvicinato che impone una sorta di lentezza contemplativa, come se ogni Arcano chiedesse al visitatore di sostare davanti alla propria enigmatica evidenza. La corte al gioco, racconta l’arrivo delle carte in Europa nella seconda metà del Trecento negli ambienti aristocratici che accolsero con entusiasmo questo nuovo passatempo. La seconda sezione, I Trionfi di Petrarca, illumina il contesto culturale nel quale i primi tarocchi si collocano. Nel Quattrocento le carte erano infatti chiamate “trionfi”, un nome che rimanda direttamente al celebre poema allegorico del Petrarca (I Trionfi), composto in volgare e concluso poco prima della morte del poeta nel 1374. «In quelle pagine la storia umana si dispiega come una sequenza di figure simboliche -Amore, Castità, Tempo, Morte ed Eternità - che avanzano in corteo trionfale ed è difficile non riconoscere in questa struttura allegorica una parentela ideale con l’iconografia degli Arcani maggiori», continua Plebani.
Il percorso prosegue con la sezione dedicata ai Tarocchi dei Visconti, tra i più preziosi mai realizzati, e con la Biblioteca dei tarocchi che raccoglie i volumi più significativi dedicati alla loro storia e interpretazione. Italo Calvino, nel romanzo “Il castello dei destini incrociati”, utilizza proprio le carte dei tarocchi (tra cui il mazzo Colleoni) come dispositivo narrativo e la storia nasce dalla combinazione delle figure, come se ogni carta custodisse una possibilità narrativa. All’inizio del Cinquecento si passa dai Trionfi ai tarocchi divinatori (sesta sezione), mentre il gioco si diffonde in tutta Europa grazie alla stampa e alla produzione seriale delle carte. Solo molto più tardi, tra Settecento e Ottocento, alcuni eruditi e cartomanti iniziano a leggere nelle immagini un sistema simbolico capace di rivelare il destino. «È da questo momento che le carte cominciano a essere associate alla divinazione, trasformandosi in un linguaggio interpretativo capace di dare forma alle inquietudini dell’esistenza», ricorda Plebani. In Tarocchi d’artista si racconta invece come nel Novecento numerosi artisti abbiano riconosciuto in quelle carte un laboratorio iconografico di straordinaria potenza, da Victor Brauner, a Leonora Carrington fino a Niki de Saint Phalle, cui è legato uno dei luoghi più sorprendenti dell’arte contemporanea italiana - il Giardino dei Tarocchi a Capalbio – dove le figure degli Arcani diventano gigantesche architetture colorate immerse nel paesaggio maremmano. Tra le altre opere in mostra ci sono poi gli acquerelli di Francesco Clemente, ognuno dei quali è dedicato a un suo amico o parente, da Ron Arad a Diane von Furstenberg, da Betony Vernon a Colm Tóibín. Osservare queste come le altre, offre una possibilità di indagare all’interno della nostra anima, una riscoperta che non può che portare a un arricchimento culturale e spirituale.
Non sono soltanto immagini decorative né semplici strumenti di gioco, ma costituiscono una grammatica visiva che permette di pensare al mistero dell’esistenza, una promessa che la modernità, per quanto razionale e disincantata, non sembra affatto disposta ad abbandonare. «Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia», ricordava Carl Gustav Jung. E i tarocchi, in fondo, continuano a invitarci a questo movimento verso l’interiorità.
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