Cultura
12 marzo, 2026Come si difende una vocazione? A quale prezzo? L’ultimo film di Valérie Donzelli, “La mattina scrivo”, mette al centro l’ossessione di scrivere. E la precarietà di un mestiere. Sotto lo sguardo perplesso degli altri. Di fronte al lusso della creatività
Che vergogna scrivere! Il titolo di un vecchio libro di Luigi Malerba porta subito in tema: indica tanto l’imbarazzo di chi esita a definirsi scrittore, a fissare la professione sulla carta di identità, a rivendicarla socialmente, quanto un più intimo affanno. Legato alla necessità di difendere, nella quotidianità, uno spazio di silenzio e di ostinazione. Se non suonasse come una parola fuori tempo (e forse non lo è), direi: vocazione.
Il nuovo film della regista francese Valérie Donzelli, appena arrivato nelle sale, si intitola “La mattina scrivo”, e ho l’impressione che provi a rispondere proprio a questa domanda radicale: come si difende una vocazione? A quale prezzo? Il protagonista è uno scrittore quarantenne, si chiama Paul (è interpretato da Bastien Bouillon), ha avuto un buon successo agli esordi e adesso arranca: l’editor gli dice senza troppe perifrasi che non è convinta dell’inedito che ha letto e che non lo pubblicherà. Anziché mollare la presa, lui la stringe: e avendo abbandonato una più redditizia carriera di fotografo, continua a difendere la sua scrittura. La necessità dello scrivere. Con l’aiuto di un’app utile a procurarsi istantaneamente lavoretti sottopagati, mansioni di natura pratica per cui non è allenato, trasforma le sue giornate: lavoro a cottimo o forse sfruttamento (il cliente sceglie naturalmente l’offerta più bassa). Stordito e affaticato, ma tenace. Suo padre non capisce: che senso ha fare questa vita per continuare a scrivere romanzi? Non lo capisce nessuno: nemmeno l’ex moglie, preoccupata piuttosto dal fatto che Paul possa attingere di nuovo a vicende private per scrivere le sue storie.
Donzelli restituisce con efficacia la solitudine di Paul, il suo ridursi quasi alla povertà pur di non rinunciare a sé stesso. E sarebbe un errore leggere questo film elegiaco e civile come un film puramente cronachistico, perché è invece più interessante capire come la dimensione reale si proietti su un piano anche simbolico: un corpo a corpo estenuante con un desiderio insopprimibile, forse più forte dell’eros (di fronte alla scena di un amplesso mancato, viene da pensare anche questo). E allargando il campo: se il mondo non dà o, nel caso specifico, non dà più ragione al tuo sogno, che cosa resta da fare?
Nel romanzo omonimo a cui il film è ispirato, pubblicato in italiano da Playground, Franck Courtès chiarisce bene il tema spinoso della responsabilità individuale. L’autore del romanzo, così come il protagonista del film, vive dolorosamente lo stigma dell’auto-sabotaggio: si potrebbe dire che è un borghese di partenza che via via perde certezze economiche. Colpa sua! Come ha scritto Chiara Valerio recensendo il romanzo, ecco «l’indifferenza di chi ti ama alle tue difficoltà». Tanto più quando, in qualche modo, te le cerchi. Di nuovo: ma perché non rinunci? Forse il punto più delicato e sottile del racconto letterario di Courtès e di quello cinematografico di Donzelli ha a che fare con il non capire degli altri. Lo sguardo perplesso e giudicante della società davanti al lusso dell’espressione creativa.
Il teorico e lo studioso più acuto della classe intellettuale “disagiata” di questi anni, Raffaele Alberto Ventura, ha pubblicato di recente per Einaudi un saggio dal titolo eloquente: “La conquista dell’infelicità”. Muove da una constatazione lucida quanto amara: «In una società in cui tutto è permesso ma nulla è possibile, ognuno deve imparare a convivere con la consapevolezza che probabilmente non diventerà mai sé stesso». Ci siamo illusi o siamo stati illusi? Si insiste a dismisura sulla realizzazione personale, un autentico mantra, però poi? Gli artisti sono gli spiantati di quasi ogni epoca, ma l’«epidemia di delusione» del secolo in corso è ai livelli di guardia forse anche per il numero larghissimo degli aspiranti artisti e dei freelance creativi. Gli scrittori attivi a Parigi nel 1750, secondo un curioso censimento, pare fossero 359. In Italia, stando a qualche stima molto approssimativa, sembra siano attivi oggi circa 70mila autori. Il sogno può sembrare più a portata di mano, i mezzi per raggiungere la pubblicazione sono di sicuro meno lenti ed elitari, ma poi? «Siamo tutti artisti, content creator, piccoli imprenditori, ma dobbiamo pagare per esserlo. Una galassia di aspiranti-qualche-cosa che non arrivano a fine mese ma intanto fanno prosperare l’economia delle piattaforme, i giostrai di questo circo infernale». Le royalties, i diritti d’autore del protagonista di “La mattina scrivo” si riducono a qualche centinaio di euro. Di proventi direttamente legati alle vendite dei libri vivono forse qualche decina di autori e autrici. Gli altri, tutti gli altri sanno che scrivere non basta.
Nelle prime pagine di “Il lavoro culturale”, appena pubblicato per Arcadia, Maria Teresa Carbone evoca Luciano Bianciardi, uno scrittore di ieri, e Jonathan Bazzi, uno scrittore di oggi. Il quale sui social ha condiviso l’esilità del suo estratto conto. Le interlocutrici e gli interlocutori del libro di Carbone ragionano sulle asperità del paesaggio della cultura (editoria, scrittura, giornalismo) e sul fatto che in un Paese con salari fra i più bassi in Europa il lavoro culturale risente da anni più di altri settori economici di «una precarietà strutturale dalla cui logica è oggettivamente difficile uscire, in un momento storico in cui la società nel suo complesso si sta impoverendo». Gli scrittori e le scrittrici non parlano volentieri di “rendiconti”, ovvero dei ferali dati effettivi di vendita. Gli editori sparano nelle pubblicità ingannevoli numeri gonfiati (“due edizioni in una settimana”, “30mila copie”, che semmai sono quelle stampate). Qualcuno confessa a mezza bocca di fare fatica con l’affitto: gli anticipi, anche nel caso dei grandi editori, si sono molto ridimensionati. Il tempo di visibilità dei libri è sempre più breve. Due o tre anni spesi a scriverlo, qualche mese per sperare di venderne un po’ di copie. Le più blasonate collane di narrativa, gli autori omaggiati stucchevolmente in Rete e altrove vendono qualche migliaio di copie. Molto meno di quanto si possa credere. Ma non ditelo a nessuno. Un libro magari va bene, benino. Quello dopo, invece, no. Bel guaio.
Il film di Donzelli ci guida nella vita di uno scrittore “declassato”. Un essere umano ancora relativamente giovane che perde, a causa di un impoverimento progressivo, il controllo della propria vita. Nel suo piccolo seminterrato guarda passare la gente, fuma, tiene i conti delle spese. Davide Piacenza, nell’ebook Einaudi “La cultura che non posso permettermi”, fa notare che nella Milano delle aspirazioni creative e editoriali «la vita costa in media il 20 per cento in più rispetto a dieci anni fa». «Non sei un vero povero» gli dicono i familiari al personaggio del film. Ma lui sente e sa di essere precipitato di parecchi gradini nella scala sociale. Monta armadi, sistema la vegetazione sulle terrazze parigine di gente straricca, collabora a traslochi e finisce, a causa di un carico eccessivo, per ripiegare sulla mansione di autista alternativo a taxi e Uber e a costo irrisorio. Scrivere resta la sua priorità. Paul lo sa che «finire un testo non significa essere pubblicati. Essere pubblicati non significa essere letti. Essere letti non significa essere amati. Essere amati non significa avere successo e il successo non garantisce la ricchezza». Tuttavia, si ostina. E gli altri continuano a non capire. Ma fino a che punto ci si può spingere?
Mi ha molto impressionato l’ultimo romanzo dello scrittore, francese anche lui, Adrien Bosc. Uscito in italiano per Guanda, “L’invenzione di Tristan” è una intelligente meditazione sull’energia che si investe nella scrittura, sull’ossessione che guida gli umani che scrivono. È la storia (vera) di un autore americano morto suicida poco più che trentenne nel 2005. Il suo romanzo era stato rifiutato da tutti gli editori nel Paese d’origine, ma la Parigi che lo accoglie ne riconosce casualmente il talento: grazie all’incontro con una ragazza che è figlia di Patrick Modiano. Ma al di là della vicenda specifica, Bosc affronta con radicalità il mistero dell’ossessione. Il suo Tristan non può non scrivere. Una favola moderna, dice, ma dal vero: «C’era una volta uno scrittore americano senza un soldo, che girava con un manoscritto rifiutato da tutti gli editori presenti sulla East Coast e che aveva trovato un posto a Parigi, in un sottotetto, nel palazzo dove era vissuto Hemingway. Il giovane uomo riscrive senza sosta un romanzo “monstre”, sopravvive con qualche lavoretto e suona la chitarra in strada». È accidentato l’itinerario dello scrittore-meteora, e la tappa finale tragica. Ma resta una storia di prodigiosa intensità: Tristan si iscrive undicenne a un concorso di scrittura, a scuola fonda un giornale, lo distribuisce in fotocopia a cinquanta cents. «Scrive tutti gli articoli e disegna le strisce. Il tono è satirico – troppo, visto che è lui stesso a pagarlo e si prende pure due giorni di sospensione. Il preside lo convoca. Ma per parlargli di scrittura». È un mistero Tristan. È un mistero Paul che si spacca le mani e la schiena pur di continuare a scrivere. È un mistero chiunque, in questo preciso istante, sta con gli occhi fissi sullo schermo di un computer in cerca di parole. O con penna e taccuino, per i cultori dell’ancien régime cartaceo. Che abbia un destino concreto il file appena salvato, è difficile solo immaginarlo. Intanto, però, scrivi. È un modo di stare al mondo. È un modo di resistere nel mondo. Anche se non è un lavoro. Anche se non è un lavoro “normale”, come disse Orhan Pamuk nel ricevere il premio Nobel per la letteratura. «Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri… Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice».
Forse Tristan avrebbe sottoscritto queste parole. E non è mai riuscito a essere felice. Forse anche Paul sottoscriverebbe. I suoi conti con la felicità non sono ancora chiusi. Intanto, torna a scrivere.
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