Opinioni
12 marzo, 2026Per la sua attività e le opere è stata perseguitata dalle autorità turche e arrestata come terrorista
«Avevo una manciata di sassi e la bocca piena di bestemmie», scrive sul suo blog la giornalista e artista curda Zehra Doğan nata nel 1989 a Diyarbakir in Turchia. La citazione è in riferimento alle sue opere contro i carri armati, di fabbricazione – esplicita lei – europea e che, sebbene sembrino indistruttibili, Doğan e altre rivoluzionarie tentano di scalfire con sassi e fionde. Una delle sue opere si chiama infatti “Unbreakable, I will break you anyway”.
Al Macte, il Museo di Arte Contemporanea di Termoli, lo scorso febbraio è stata inaugurata la sua mostra “Io, Testimone”. Doğan è stata tra le prime giornaliste a parlare con le donne Ezidi, dopo la schiavitù dell'Isis nel Nord dell’Iraq, e co-fondatrice di Jinha, la prima agenzia di stampa di sole donne. Ha passato diversi anni tra custodia cautelare e condanna in carcere per “propaganda terroristica” per poi essere rilasciata a febbraio del 2019. Parte dell’accusa è stato il suo dipinto sulla conquista della città di Nusaybin.
Nel 2020, a Sulaymaniyah, nel Başûr, il Kurdistan iracheno, insieme ad altre compagne rivoluzionarie ha creato una casa dove studiare e archiviare i saperi, le arti e i mestieri delle donne curde; un progetto senza precedenti. Prima che fosse trascorso un anno dalla sua apertura, l’Accademia che avevano fondato era già sorvegliata dai servizi segreti turchi. La giornalista Nagihan Akarsel è stata uccisa mentre camminava verso la nuova biblioteca. La casa che ospitava l’Accademia è stata distrutta, un’altra dozzina di persone che animavano il progetto uccise, così come le due giornaliste Gülistan Tara e Hêro Bahadin, appena due mesi fa. Anche in quanto rifugiata a Berlino, molto del lavoro di Doğan mette in discussione lo Stato sovrano e i confini. «Come una violatrice di frontiera, ogni mio passo rimane impigliato nel filo spinato aggrovigliato di questo pianeta frammentato», scrive Doğan a commento dell’opera “Caught Between Borders” fatto su tela, con capelli e sangue mestruale. Sul blog, il lavoro è anche accompagnato dalla scambio che Doğan ha avuto con sua madre su Whatsapp, arrabbiata con lei per aver usato proprio quel sangue. Il titolo dell’opera è ispirato a una conversazione avuta con la sua famiglia, prima di partire per l’esilio in Germania. Le hanno detto: «Stai partendo per un continente che non hai mai visto, per una vita che non hai mai conosciuto. E forse non tornerai mai più nel tuo Paese, o non ci ritroverai quando lo farai. La vita continua. Per te inizia una nuova battaglia, una nuova guerra, e questo continente sarà la tua più grande prigione. Dato che non puoi tornare a casa tua, sarà una prigione a cielo aperto dove sarai rinchiusa tra i confini».
La mostra al Macte percorre i tre atti della sua esistenza: la vita prima, durante e dopo la prigionia. Espone l’atto artistico come documento e memoria viva che prende parola politica in ogni forma, su ogni materiale; la testimonianza di chi viene continuamente sradicata e continua a tornare, anche se fisicamente non può davvero. Sul blog scrive anche: «Ovunque io vada, non riesco a liberarmi dalla sensazione di provenire da un altro pianeta, come se fossi stata teletrasportata. Ma è come se le mie radici, le tracce e le impronte lasciate nel Paese in cui sono nata, chiamassero costantemente le mie terminazioni nervose e mi attirassero verso di loro».
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