Cultura
16 marzo, 2026Rumorosa l'assenza dell'attualità più problematica e in particolare del Medio Oriente dal palco del Dolby Theatre, non fosse stato per qualche dichiarazione abbastanza di consuetudine e il coraggio di Javier Bardem, che consegnando l'Oscar al miglior film straniero ha detto chiaro e forte: “No alla guerra” e “Palestina libera”
È finita con un onorevole 6 a 4. Sei Oscar per il meraviglioso “Una battaglia dopo l'altra” di Paul Thomas Anderson, fra cui miglior film e miglior regia. Quattro al fiammeggiante “Sinners – I peccatori” di Ryan Coogler. Entrambi, coIncidenza significativa, si aggiudicano il premio alla sceneggiatura. A Coogler va quello per lo script originale (bisogna dire che “Sinners” che con tutti i suoi salti di tono e di epoca è di un'inventiva letteralmente diabolica). A P.T. Anderson invece la statuetta per il miglior adattamento, avendo riscritto e trasportato nel presente il 1984 di “Vineland”, il gran romanzo di Thomas Pynchon uscito nel 1990.
Per il resto, i due gemelli interpretati da Michael B. Jordan di “Sinners” strappano la statuetta di miglior protagonista a Leonardo Di Caprio, rivoluzionario in vestaglia. Mentre a Sean Penn, indimenticabile militare razzista e sadomaso in “Una battaglia dopo l'altra”, provocatoriamente assente dalla cerimonia (secondo il New York Times era in viaggio verso l'Ucraina) va il premio come miglior non protagonista. E un'ovazione onoraria per aver ribadito il principio: ti si nota di più se non vai.
Grande equilibrio anche per gli altri riconoscimenti con due “prime volte” di gran peso. L'Oscar per il casting, un premio nuovo di zecca, va infatti a “Una battaglia dopo l'altra”. Ma “Sinners” regala a Autumn Durald Arkapaw, origini afrofilippine, il primo Oscar per la fotografia mai vinto da una donna, come tutti sottolineano. Glissando sul fatto che in tutta la storia degli Academy Awards troviamo vincitori coreani, cinesi, messicani, ma gli afrodiscendenti finora sono due in tutto, il britannico Steve McQueen con “12 anni schiavo”, 2014, e lo statunitense Barry Jenkins con “Moonlight”, 2017.
Saggi e quasi sempre meritati anche gli altri premi, da quello per la miglior attrice, che non poteva non essere Jessie Buckley per “Hamnet”, agli effetti speciali di “Avatar”, passando per scene trucco e costumi del “Frankenstein” di Del Toro. O per la sacrosanta esclusione totale del pompatissimo “Marty Supreme” e del suo simpatico protagonista.
Rumorosa, in compenso, l'assenza dell'attualità più problematica e in particolare del Medio Oriente dal palco degli Oscar. La statuetta per il miglior film straniero va infatti a un film molto bello ma tutto “privato” come “Sentimental Value” del norvegese Joachim Trier, che scavalca a pié pari l'epocale “La voce di Hind Rajab” della tunisina Kaouther Ben Hania, “Un semplice incidente” dell'iraniano Jafar Panahi (candidato in diverse categorie), ma anche il folgorante “Agente segreto” del brasiliano Kleber Mendonça Filho, grande film sulla memoria e l'oblio ancor prima che sul totalitarismo.
Speriamo che l'Oscar porti anche sui nostri schermi “Mr.Nobody Against Putin”, il docu di David Borenstein e Pavel Ilyich Talankin girato in una scuola russa che poco a poco, durante l'invasione dell'Ucraina, si trasforma in centro di reclutamento (già premio del pubblico al Biografilm di Bologna, ricordiamo). Ma il resto era silenzio, o quasi. Certo, i due trionfatori di quest'anno, “Una battaglia dopo l'altra” e “Sinners”, sono a dir poco esplosivi. Due requisitorie radicali quanto spettacolari contro le eterne piaghe della società Usa. Ma non fosse stato per qualche dichiarazione abbastanza di prammatica, e per il coraggio di Javier Bardem, che consegnando l'Oscar al miglior film straniero ha detto chiaro e forte “No alla guerra” e “Palestina libera”, il mondo là fuori, lontano dall'America, sarebbe rimasto solo un rumore lontano. Molto lontano.
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