Cultura
17 marzo, 2026La fantasia e l’ironia. La sfida alle censure, l’irriverenza alla politica. E quella lingua tutta sua che mischiava onomatopee e dialetti, lazzi e favole. Un secolo fa nasceva Dario Fo. Genio libero del palcoscenico e della scrittura
Al’inizio degli anni Ottanta – quando viene rilasciata l’intervista pubblicata nelle pagine a seguire – Dario Fo è già l’autore italiano più rappresentato al mondo, più di Goldoni, Pirandello, De Filippo. La maggior parte delle sue commedie, grottesche e irriverenti, le scrive con la moglie Franca Rame. Poi le dirige e le recita anche. Quando va in scena è come se le parole si espandessero, grazie alla gestualità e alla capacità che ha di utilizzare lo spazio attorno a lui. Sembra quasi di vederlo fluttuare sul palco con quel suo corpo lungo lungo e dinoccolato, il collo che si attorciglia, gli occhi strabuzzati, il volto dai tratti inconfondibili: è una maschera della maschera. Dario Fo conosce i suoi difetti e li usa per ridere del potere, portando avanti la rivolta comica di un artista che combatte il mondo a colpi di teatro e di satira. È unico, per questo piace anche all’estero.
Nel 1982, insomma, è già il Dario Fo che tutti noi conosciamo: un “artista totale” che non rinuncia a nulla fino alla fine tra spettacoli, libri, canzoni, dibattiti, mostre. Nato a Sangiano (Varese) il 24 marzo del 1926, aveva studiato all’Accademia di Brera per poi iscriversi alla facoltà di Architettura senza terminare gli studi. Aveva scelto il teatro, dimostrando di essere un incredibile affabulatore, già nel 1975 candidato al Premio Nobel per la Letteratura, molti anni prima che gli venisse assegnato nel 1997, facendo gridare allo scandalo: ma come, un Nobel a un comico?
Simbolo della Sinistra, lui e Franca Rame - compagna di vita e di palcoscenico dagli anni Cinquanta - hanno subito continuamente discriminazioni, censure, attacchi politici, sin dal 1962, quando la Rai censurò il loro programma televisivo “Canzonissima”. Ma sono sempre andati avanti, affrontando ogni problema con una risata.
Anche per “Il fabulazzo osceno” - in scena la sera in cui viene rilasciata l’intervista qui accanto - Dario Fo si era beccato una denuncia da parte di un prete dopo una recita nella piazzetta di Muggia, a marzo del 1983. Poco male se si pensa che negli anni più politicizzati (i Settanta) aveva collezionato 260 querele in una sola tournée. “Il fabulazzo osceno” si componeva di vari monologhi: riscritture di testi medievali, vecchie storie attinte da Apuleio e brani recitati da Franca come “Io, Ulrike, grido”, pezzi osceni per via del linguaggio scurrile (sulla scia dei giullari medioevali) o per il tema scabroso che denunciava le magagne del potere. In quel periodo, scorrendo i titoli delle commedie, alle vicende più strettamente politiche, si affianca la politica del privato (da “Coppia aperta, quasi spalancata” a “Parliamo di donne”), e i temi più femminili che stavano tanto a cuore a Franca Rame prendono vigore. Nel 1978-79 aveva scritto “Lo stupro”, monologo che, come confesserà più avanti, denunciava lo stupro da lei subito da un gruppo di neofascisti il 9 marzo del 1973.
Ma anche quando il duo scrive più di sesso che di politica, i problemi non mancano. “Coppia aperta”, per esempio, viene vietata ai minori di 18 anni. E parliamo di un testo che nel 1984 in Germania viene allestito da ben 40 compagnie. Le discriminazioni, dunque, sono incessanti. Nel 1980 alla coppia, accusata di appoggiare il terrorismo, viene negato anche il visto di ingresso per gli Stati Uniti. Dal Ministero degli Esteri neppure una parola, ma dagli Usa arriva la solidarietà di Arthur Miller, Martin Scorsese e molti altri. Il visto però non viene rilasciato lo stesso. E succederà di nuovo.
Entrambi facevano parte già da diversi anni di Soccorso rosso, nato per sostenere i detenuti politici, che nel decennio precedente aveva procurato alla coppia parecchi guai: sgomberi, case incendiate, bombe nei teatri. Ma quando a Sassari, nel 1973, Dario viene arrestato prima della messa in scena dello spettacolo “Guerra di popolo in Cile”, si scatena un’ondata di affetto, segno che qualcuno gli vuole bene.
L’impegno politico era diventato un’urgenza più forte all’inizio degli anni Settanta, dopo la rottura nel 1968 con il teatro borghese e l’inizio delle attività teatrali nelle fabbriche, nelle piazze, nei circoli Arci. Fondano prima la compagnia Nuova Scena e poi La Comune, collettivo che si schiera con le organizzazioni extraparlamentari della Sinistra. A questo periodo risale, per esempio, “Morte accidentale di un anarchico”, in cui si racconta con nomi di fantasia la storia dell’anarchico Pinelli, volato giù dalla finestra della questura. A rivelare verità storiche è quel “matto” a cui Fo ricorre spesso nelle sue storie. E proprio sul caso Pinelli, Dario Fo pubblicò una lettera aperta sulle pagine dell’Espresso. Era il 13 giugno del 1971.
Ma tornando all’inizio degli anni Ottanta, la coppia Fo-Rame perde anche la Palazzina Liberty, lo spazio creativo ricavato da un capannone all’interno di un parco milanese, occupato una domenica pomeriggio del 1974. Ancora una volta, dunque, la compagnia è senza sede e ancora una volta l’Italia dimostra intolleranza verso la coppia che tutto il mondo ci invidia.
Eppure Dario Fo aveva già debuttato – nel 1969 – con “Mistero buffo”, spettacolo cult in cui inventa un linguaggio tutto suo, il grammelot, e recita in maniera fantasiosa antichi testi, che nel corso degli anni cambiano e si dilatano, mescolando vangeli apocrifi, giullarate e racconti popolari. Il suo delirio linguistico, che è un misto di suoni, onomatopee, dialetti padani, affondava le radici nella terra d’origine, nei racconti di pescatori e vetrai fatti anche di lazzi e favole. Quel piglio giocoso Dario Fo l’ha mantenuto per tutta la vita.
Prima di andarsene - il 13 ottobre di dieci anni fa, tre anni dopo la sua Franca - aveva cantato per ore in ospedale. Portentoso, fino alla fine.

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