Cultura
18 marzo, 2026Breve storia d'amore del lungo, inossidabile sodalizio tra il premio Nobel e la grande attrice
La prima volta che la vide era in una foto in bianco e nero. Per incuriosirla e conquistarla finse di ignorarla. Ma il primo bacio glielo diede lei, contro un muro all’improvviso come una rivoluzione. Franca Rame, la donna, l’amica, la compagna di una vita e anche di più, conobbe Dario Fo sulla scena, lo sposò in un giorno caldo di giugno nel 1954 nella basilica di Sant’Ambrogio e lo lasciò solo il giorno della morte, nel 2013.
In quei tre anni senza Franca, Dario Fo non smise mai di nominarla, ateo sì ma incapace di smettere di vederla presente nel suo giorno, un ricordo struggente e continuo di un uomo che si ostina a non rinunciare alla sua metà, per scelta e per destino. La sognava sempre, raccontava ma da ragazza, gli appariva, ci parlava e poi però non la trovava perché purtroppo l’assenza funziona sempre così.
La presenza invece è sempre stata allegra come una brigata danzante sulle note dell’ironia dei giullari che attraversavano il Paese. E come la festa a sorpresa che Dario regalò a Franca per i suoi 70 anni, nel giardino della loro casa tra Cesena e Cesenatico, come ricordava Jacopo figlio amatissimo. Fo e Rame, più che una coppia una certezza, artistica e vitale, che si divide per tornare sulla stessa strada in un istante, un’alchimia senza tempo, data da una fusione di elementi diversi che davano vita a una terza materia, fatta di stima solida e di amore leggerissimo.
«Dario è un monumento, io il suo basamento», diceva sempre, e poi rideva all’idea della statua che cade senza il suo punto di appoggio. Insieme hanno affrontato il teatro, un copione dopo l’altro sotto lo sguardo puntuale di Franca, che leggeva tutto, correggeva tutto, teneva sotto i suoi grandi occhiali lo sguardo fisso su Fo. «Se avessi impiegato per me il tempo e le energie che ho dedicato a Dario sarei presidente della Repubblica», raccontò una volta, ma senza rimpianti, con quel sarcasmo sbrigativo e accogliente che usava nei confronti del marito.
Insieme vanno in televisione per essere poi cacciati con grande onore per una sigla ancora celebre della “Canzonissima” del 1962. La Rai non li volle più, poco avvezza all’impegno civile, alla politica e alla denuncia con cui quei due si nutrivano in maniera naturale e inevitabile.
E per sedici anni il piccolo schermo fece finta di ignorarli, mentre loro continuavano a volare alto, parlando anche al basso, operai, studenti, carcerati, l’università, il collettivo, i piccoli teatri, i grandi palchi.
Franca è bellissima, ha la pelle di luna, diceva Dario appena possibile, una bellezza sfolgorante, un’intelligenza acuta, Franca, senza Franca, io e Franca. E il coraggio di Franca, stuprata dai fascisti, che si salva da sola quando capisce che è venuta l’ora giusta per raccontarlo. Fo e Rame sono insieme sul palco e quando finisce l’atto lei comincia a raccontare la violenza. Il pubblico è pietrificato e Dario esce di scena, senza la forza di ascoltare fino in fondo.
«Non siamo una coppia da manuale», scrive Fo in un libro-intervista. «Forse ci siamo fatti un po' di male ma non possiamo fare a meno l’uno dell’altro». Ma lui è circondato dalle ammiratrici, Franca Rame risponde alle lettere a suo nome, sbroglia i complimenti, mantiene un’ironica calma.
A un certo punto all’improvviso Rame si siede nel salotto di “Domenica in” e con quella voce tutta sua, roca giusto un filo, milanese nell’anima e biondissima, dentro e fuori, dice a Raffaella Carrà che basta, tra lei e Dario era giunto il momento della separazione. «È vero che sto lasciando Dario, lo dico per la prima volta. Non tutto è fisso per l’eternità, si cambia, morto un Papa se ne fa un altro». Raffa resta a bocca aperta e così anche buona parte del pubblico italiano, anche perché un divorzio annunciato in tv è un sogno impossibile persino per il più ambizioso dei dirigenti Rai. I giornali impazziscono, L’Espresso affida analisi e racconto della separazione a Gad Lerner, firma illustre, sotto al titolo “Divorzio Buffo”. E Dario Fo comincia a mandarle fiori, disegni, e metri e metri di fax, pieni zeppi di parole d’amore su carta termica. Dopo una manciata di mesi la coppia aperta quasi spalancata torna nello stesso abbraccio.
Il 9 ottobre del 1997 Dario Fo è in autostrada con Ambra, per il programma Milano-Roma. E quando si avvicina un’auto col cartello: «Hai vinto il Nobel», la reazione in diretta è alla ricerca di Franca. «Glielo devo dire, la devo chiamare», e ripete il suo nome, come fosse un “ti amo” lunghissimo e grato di un Rocky alla sua Adriana. A Stoccolma, riceve il premio dalle mani del re Gustavo di Svezia. Davanti agli Accademici, quando arriva il momento dei ringraziamenti, Dario Fo riassume un’intera vita passata insieme, bella, come un copione: «Permettete che io dedichi una buona metà della medaglia che mi offrite, a Franca. Franca Rame, la mia compagna di vita e d’arte».
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