Economia
18 marzo, 2026Il mercato tricolore spinto dalle guerre. Indonesia e Kuwait comprano materiale made in Italy per 2 miliardi. Nessun nuovo contratto con Israele, però continuano le spedizioni di acquisti passati: forniture per oltre 13 milioni, valore più che dimezzato. Ma crescono le importazioni da Tel Aviv e dagli Stati Uniti di Trump
Le guerre fanno bene all’industria delle armi. Complimenti: scoperta geniale. Per non assuefarsi, però, va registrato qualche dato. Anzi, questi due dati. Lo scorso anno in Italia le operazioni di compravendita di materiale bellico sono state 23.492 contro le 21.586 del 2024 (+10,91 per cento). Il «valore complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione» è balzato a circa 14 miliardi di euro dai 12 miliardi del 2024. Questa sintesi è riportata negli allegati alla relazione annuale del governo, il resoconto ufficiale previsto dalla legge 185/90 che sarà trasmesso in Parlamento e che l’Espresso ha consultato in anteprima. Siccome quaggiù nel mondo va peggio – per esempio lo scorso anno c’era soltanto un prologo dell’offensiva israeliana e americana in Iran – non si accettano scommesse sul futuro: all’industria delle armi andrà ancora meglio.
Sempre per non assuefarsi, ancora, questi 14 miliardi di euro vanno scomposti. Le esportazioni definitive – cioè con passaggi alle dogane, non semplici contratti o accordi e neppure manutenzioni e riparazioni – hanno sfiorato la storica cifra di 6,5 miliardi di euro (6,485 per la precisione), una crescita notevole rispetto ai 4,941 miliardi del 2024. Con una spesa enorme di 1,2 miliardi di euro è l’Indonesia il primo cliente di armi “made in Italy”; staccato di poco, segue il Kuwait con un miliardo.
L’Ucraina è scesa da 362 milioni di euro a 168 milioni con acquisti di tasca propria: nel computo non ci sono le cessioni a titolo gratuito che il governo italiano autorizza periodicamente da quattro anni e da quattro anni, unica della coalizione pro-Kiev, secreta i documenti. Nell’elenco figura sempre Israele. Nonostante le accuse di genocidio per i crimini a Gaza e le continue violazioni del diritto internazionale, Tel Aviv ha ricevuto armi tricolori pure nel 2025. Questo perché il governo Meloni ha una posizione ambigua: dalla fine del 2023 ha bloccato gli acquisti israeliani perché «le caratteristiche dell’intervento su Gaza hanno indotto l’Autorità Nazionale Uama a non concedere nuove autorizzazioni», ma non ha revocato le vecchie autorizzazioni. E infatti nel 2025, come certificato alle dogane, verso Israele sono partite forniture militari per 13,451 milioni di euro (35,824 milioni nel 2024).
Le importazioni complessive (definitive e temporanee), invece, sono abbastanza stabili a 865 milioni di euro, il 39,95 per cento proviene dagli alleati europei. È in costante aumento la quota di importazioni non europee, riferita in particolare a due paesi: Israele e Stati Uniti. Da Tel Aviv è entrato in Italia materiale bellico per 53,850 milioni (+10 mln), da Washington 92 milioni (+12 mln). Ha coraggio il governo Meloni a ripetere con fermezza che non entra nelle guerre altrui. Manda soltanto le armi migliori. O le compra.
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