Cultura
19 marzo, 2026Statuette lignee di epoca egizia, stele in marmo greche, vasi preziosi, anche un autoritratto di Rembrandt. A Maastricht la fiera Tefaf, la storia dell’umanità in 260 stand
L’intelligenza artificiale ha accelerato l’arrivo del futuro, paventando cambiamenti epocali, troppa fretta per il nostro pigro adattamento evolutivo. Il passato diventa così un bene rifugio, o meglio un rifugio simbolico dove il tempo perde la sua componente ansiogena. Come dimostra l’attenzione rivolta da migliaia di persone ogni giorno, come fosse una processione, accalcate per vedere la maschera funeraria di Tutankhamon al Grand Egyptian Museum, inaugurato lo scorso ottobre a Giza. La guardano, la fotografano, l’ammirano, la confrontano con l’immagine che avevano nella testa, «io me la immaginavo più grande», «ma come è fotogenico». E via per lasciare posto ad altri fedeli, che a loro volta rendono omaggio a quel volto d’oro massiccio creato più di tremila anni fa. Le scale scendono piano, verso la nuova, visitatissima, fermata metro del Colosseo inaugurata a dicembre. Un volto di marmo dietro a teche in vetro ruba la scena nell’atrio, si prende il biglietto, un euro e cinquanta, si superano i tornelli ed ecco dei futuristici pozzi di vetro e luce, che proteggono contenitori di pietra usati dai romani per raccogliere l’acqua, si scende ancora, ed ecco le rovine di antiche terme, e via la visita è finita si sale su un treno o si butta il biglietto e si torna in superficie tra i Fori imperiali.
Non solo. Lo scorso ottobre da Sotheby’s è stato venduto per 26 milioni di euro “L’uovo dell’inverno”, uno dei più iconici tra le uova di Fabergé, in cristallo di rocca e diamanti. Era stato donato nel 1913 dallo Zar Nicola II a sua madre la principessa Dagmar di Danimarca. Quest’anno ha polverizzato ogni record: ha triplicato la quotazione del 2002, quando fu acquistato per nove milioni di dollari dall’emiro del Qatar Al-Thani e ha ricevuto un’attenzione mediatica mai vista prima. Esempi di come negli ultimi mesi sia stato il passato (remoto o prossimo, poco importa) a dominare l’immaginario collettivo in campo artistico.
Tutta questa attenzione passatista crea il contesto perfetto per Tefaf, la Fiera d’arte antica più importante al mondo che per una settimana (14-19 marzo) va in scena a Maastricht, nei Paesi Bassi, dandoci una visione d’insieme su epoche e stili, lontanissimi tra loro, attraverso opere d’arte e manufatti; la storia dell’umanità sparsa in 260 stand immersi in una scenografia opulenta che contribuisce a spettacolarizzare e rendere attuale il tutto. L’egittomania scatenata dal Grand Egyptian Museum può essere soddisfatta alla galleria Cybele da una statuetta in legno raffigurante Ptah Seker Osiride, l’unione di tre divinità con tre origini storico-geografiche diverse Ptah (la creazione), Seker (la morte) e Osiride (la risurrezione), personifica la transizione dalla vita alla morte e la promessa di una rinascita.
La datazione è quella del periodo tolemaico ossia un migliaio di anni successivo a Tutankhamon. Più o meno coeva (IV secolo a.C) ma proveniente dalla Grecia, la stele in marmo che commemora una ragazza prematuramente scomparsa, Medea, e allo stesso tempo esprime la perdita sociale della comunità ateniese dovuta alla prole mai nata: il suo abbigliamento, scolpito in modo raffinatissimo, la identifica come una parthenos ossia una ragazza nubile, quest’opera è presente negli spazi di David Aaron uno dei massimi antiquari in campo archeologico. Le epoche si intrecciano tra gli stand, in quello di Helmut H. Rumbler appare un’acquaforte del 1630 in cui il grande maestro olandese Rembrandt si palesa con un autoritratto, fa parte di una serie di lavori in cui il proprio volto è utilizzato per esprimere emozioni diverse, in questo caso una certa contrarietà, con una potenza psicologica che lo rendono incredibilmente presente.
Risalendo i secoli si incontra la pittrice Berthe Morisot con il dipinto “Ragazza con cane” del 1892, è un anno fondamentale per lei, in cui affronta la morte del marito Eugène Manet e allo stesso tempo reinventa la sua pittura dandole un impulso ancora più impressionista e proprio dell’impressionismo è considerata una delle tre grandi dame insieme a Eva Gonzalés e Mary Cassatt (galleria M. S.Rau). E poi oggetti, tantissimi, ora innocui capolavori decorativi, sopravvissuti nei secoli portano con sé un’infinità di storie e di visioni. Una coppia di vasi di porcellana creati dalla celebre manifattura reale di Sèvres e donati come gesto di amicizia nel 1845 dal Re di Francia Filippo I al futuro viceré dell’Egitto (galleria Steinitz) o la coloratissima ciotola cinese di fine Settecento in cui sono dipinte con gli smalti le 13 fabbriche di Canton lungo il fiume delle perle e pensate, già allora, per i compratori occidentali (galleria Nicolas Fournery). Chissà quali pietanze portava il grande vassoio cerimoniale del Cinquecento che fa capolino nella galleria Aguiar-Branco, probabilmente cibi che ora ci farebbero ribrezzo ma la sua estetica così dinamica in argento lucido finemente cesellato dai maestri portoghesi colpisce ancora oggi, tra i libri si fa notare un’edizione del 1893 di “The poems of William Shakespeare” rilegata da Sangorski & Sutcliffe in pelle marocchina e intarsiata in madreperla e pietre preziose (galleria Peter Harrington). Sembra di stare su una spiaggia, dove la marea del tempo ha depositato migliaia di ricordi di vite precedenti. Alcuni, immortali, ci parlano ancora.

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