Cultura
19 marzo, 2026Il successo all’Opéradi Parigi l’ha consacrata. Oggi la danzatrice è stata riconfermata direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. “Credo alla dedizione quotidiana”, dice: “Voglio artisti curiosi e aperti al mondo”
Una carriera costellata di successi, culminata con il ruolo di “Danseuse Étoile” del Balletto dell’Opéra di Parigi. E rafforzata, nel 2015, con la carica di direttrice del corpo di ballo e della scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma. Quella di Eleonora Abbagnato, recentemente riconfermata per il terzo mandato (fino al 31 luglio 2030), è la direzione più longeva nella storia della compagnia e il punto di arrivo dopo i fasti di Parigi, dove la“Danseuse Étoile” diede un significativo slancio all’ensemble e alle produzioni con un meticoloso lavoro sul corpo di ballo e sulla valorizzazione dei solisti e primi ballerini. Correva l’anno 2013, la prima ballerina italiana a raggiungere il massimo titolo nel prestigioso corpo di ballo francese.
Da quel momento la ballerina ha ampliato notevolmente il suo repertorio consolidando un successo dietro l’altro, interpretando le creazioni dei più grandi maestri della coreografia. Tra gli altri Rudolf Nureyev per “Coryphée e Sujet”, Pina Bausch per il ruolo dell’Eletta ne “Le sacre du Printemps” e Roland Petit per essere “Aurora bambina” nella sua versione de “La bella addormentata nel bosco”.
Eleonora Abbagnato, come è entrata la danza nella sua vita?
«Ero piccolissima, in modo quasi naturale. Ero una bambina piena di energia, curiosa, sempre in movimento. Mia madre intuì che quel bisogno di esprimermi poteva trovare una forma all’interno di una disciplina. All’inizio era gioco, meraviglia, il tutù, lo specchio, la musica. Ho iniziato in una piccola scuola privata diretta da Marisa Benassai. Poi, quasi senza accorgermene, è diventata una responsabilità, una scelta quotidiana. A un certo punto ho capito che non era più solo una passione: era il mio modo di stare al mondo, di raccontarmi anche quando non avevo parole».
Da Palermo approda a Milano alla Scala, poi al Centro Rosella Hightower a Cannes e ancora all’Accademia a Montecarlo diretta da Marika Besobrasova. Cosa prova nel rievocare le tappe della sua carriera?
«È stato un viaggio fatto di partenze, nostalgia, crescita accelerata. Lasciare Palermo da giovanissima ha significato abbandonare le certezze dell’infanzia per inseguire un sogno enorme. Alla Scala sono rimasta pochi giorni perché non c’era una struttura ricettiva. A Cannes e a Montecarlo ho respirato un’apertura internazionale, un confronto continuo con talenti provenienti da tutto il mondo. Ogni tappa mi ha costruita, mi ha insegnato che il talento è solo l’inizio: senza lavoro, umiltà e resistenza non diventa niente».
Da piccolissima arriva all’Opéra di Parigi, diventando l’unica “étoile” italiana di quel teatro: è stata dura?
«Sì, moltissimo. Sono arrivata a Parigi a quattordici anni. L’Opéra è un tempio, e in un tempio devi meritarti ogni passo. Ero straniera, giovane, con una formazione diversa: ho sentito il peso dello sguardo degli altri, ma anche la possibilità di crescere in modo straordinario. Ero l’unica italiana all’epoca. Devi essere pronta ogni giorno, sempre, perché il livello è altissimo e la memoria del teatro è potentissima. Però quella durezza mi ha dato ali fortissime, avevo una direttrice che mi voleva e mi vuole ancora bene, Claude Bessy».
A Parigi la definirono mafiosa, perché siciliana?
«Sono parole che ti colpiscono, soprattutto quando sei lontana da casa e stai cercando il tuo posto. Da piccola forse non ti rendi conto del peso di quelle parole, ma con il tempo ci ho sofferto. Poi capisci che puoi reagire in un solo modo: lavorando meglio, di più, lasciando che sia la tua arte a parlare. Col tempo quel pregiudizio si è sciolto davanti all’impegno e alla professionalità, forse perché ero diversa».
Ci sono stati momenti difficili nella sua carriera? Se sì, come li ha superati?
«Molti. Le aspettative, la paura di non essere abbastanza. Il nostro è un mestiere bellissimo ma spietato: il corpo è lo strumento. Ora sento di non essermi mai fermata e soffro di artrosi, soprattutto alle anche. Il segreto è non fermarsi mai, anche quando hai male. Ho superato quei momenti tornando all’essenziale, alla disciplina, e ricordando la bambina che sognava di danzare. E poi con il sostegno degli affetti. Fondamentali, anche da lontano, la famiglia e gli amici».
Cosa ricorda del giorno in cui è stata nominata “étoile” dell’Opéra di Parigi?
«È un ricordo scolpito. Una miscela di incredulità, gratitudine, felicità pura. Custodisco l’emozione di aver sentito che tutti i sacrifici avevano un senso. Ero diventata mamma da poco. E penso sempre ai miei genitori, alla strada fatta insieme».
La sua carta vincente è stato il grande talento: come si riconosce?
«Il talento vero non è solo facilità. È necessità, urgenza, desiderio di migliorare continuamente. Lo riconosci perché non si accontenta mai e perché lavora anche quando nessuno lo vede. E così vai avanti anche fino a tardi».
Quali valori le ha dato la danza nella sua crescita?
«Mi ha insegnato il rispetto del tempo, delle gerarchie, del lavoro collettivo. Mi ha dato la pazienza e la capacità di cadere e rialzarmi. E mi ha regalato la possibilità di vivere emozioni profondissime. Ho saputo anche divertirmi, avevo amici anche al di fuori di questo mondo».
Ha mai avuto rimpianti o rimorsi?
«La vita dell’artista comporta rinunce. A volte mi è mancata la quotidianità con le persone che amo. Ma ogni scelta ha un prezzo e io ho scelto con convinzione».
Che ruolo ha la famiglia per lei?
«È il mio centro di gravità. Mi ricorda chi sono al di là dei titoli e delle luci del palcoscenico. Senza quella solidità affettiva sarebbe stato impossibile reggere la pressione. La mia forza sono i miei figli e mio marito».
Tra i tanti palcoscenici internazionali, quale le è rimasto nel cuore?
«L’Opéra di Parigi ha un posto speciale, inevitabilmente. Ma, in realtà, il teatro che resta nel cuore è quello in cui avverti un dialogo profondo con il pubblico, quel silenzio carico prima dell’applauso».
Dopo Carla Fracci, oggi è direttrice della compagnia e della scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Qual è il segreto per riuscire?
«Non credo ai segreti. Credo alla dedizione quotidiana, alla chiarezza degli obiettivi, alla responsabilità verso i giovani danzatori. Alla passione che ci metto ogni giorno per il futuro della danza in Italia e dei giovani. Dirigere significa servire l’arte prima di tutto».
Quale emozione prova nello stare dietro le quinte?
«Il palcoscenico regala un’emozione diretta, immediata. La direzione del balletto comporta sicuramente una responsabilità più grande e la consapevolezza di poter dare il proprio contributo alla danza».
Le sue linee guida per la crescita del corpo di ballo?
«Tradizione solida e sguardo aperto al presente. Voglio artisti curiosi, versatili, capaci di parlare al pubblico di oggi senza perdere la memoria. Aprirsi al nuovo mondo».
Essere considerata una diva della danza internazionale che effetto le fa?
«Mi lusinga, certo, ma mi mette anche in guardia. Preferisco pensarmi come una lavoratrice instancabile. Le critiche arrivano, ma poche volte… Ho buoni rapporti con tutti e questo mi aiuta per dirigere».
I ricordi con Roland Petit e Pina Bausch?
«Due personalità immense, diversissime, ma unite dalla capacità di vedere oltre la tecnica. Con loro ho capito quanto sia importante la verità scenica».
La bambina e la stella di oggi: cosa rappresenta la danza?
«È continuità. È il filo invisibile che tiene insieme tutte le età della mia vita».
Il sovrintendente del Teatro dell’Opera, Francesco Giambrone, l’ha riconfermata fino al 2030. La sua diventa così la direzione più lunga nella storia del Costanzi. Che cosa significa per lei?
«È un segnale di fiducia che mi emoziona profondamente e che sento come una responsabilità ancora più grande. La continuità permette di costruire davvero, di far crescere i danzatori, di dare identità a una compagnia e di consolidare un dialogo con il pubblico. Con Francesco Giambrone c’è un rapporto antico: mi conosce da quando ero bambina, ha visto il mio percorso, le fatiche, le conquiste. Era presente al mio primo saggio a Palermo. Questo rende la sua stima ancora più preziosa, perché nasce da una conoscenza vera, non soltanto dal ruolo che ricopro oggi. È importante che i sovrintendenti amino la danza. Essere alla guida del corpo di ballo per un periodo così lungo significa poter seminare con pazienza, progettare il futuro e lasciare qualcosa di solido alle generazioni che verranno. È il modo più bello che conosco di restituire alla danza tutto ciò che mi ha dato».

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