Cultura
20 marzo, 2026Un film sociale che evoca l’espressione lanciata ormai trent’anni fa dal celebre e contestato libro della francese Viviane Forrester, “L’orrore economico”
Certi film si illuminano a vicenda. Talvolta a distanza di anni. Per capire davvero “Alien” di Ridley Scott, film seminale se mai ve ne furono, bisognava aspettare di vedere “Grand Ciel”, robusto esordio made in France del giapponese Akihiro Hata, trapiantato a Parigi dal 2003. Il primo è un film di fantascienza che trasmuta in horror cambiando la storia dei due generi. Il secondo un film sociale che evoca l’espressione lanciata ormai trent’anni fa dal celebre e contestato libro della francese Viviane Forrester, “L’orrore economico” appunto. Ma andiamo con ordine.
La strana sensazione di parentela tra l’esordio di Hata e il classico di Scott, 1979, nasce sui titoli di testa, stridori e clangori sullo schermo buio. Un anticipo d’angoscia che si fa insistente quando seguiamo i protagonisti, operai edili, nelle viscere di quell’immenso cantiere da cui dovrà sorgere una scintillante smart city battezzata “Grand Ciel”. Ma diventa eclatante quando gli operai iniziano a sparire, letteralmente, nei meandri di quel labirinto di ferro e cemento. Perennemente immerso nelle tenebre – a Grand Ciel si lavora di notte - proprio come la nave spaziale “Nostromo” di Scott. Che già nel nome rendeva omaggio a Joseph Conrad per ricordarci cosa aveva spinto nel cosmo l’equipaggio, operai specializzati al soldo di una multinazionale, e spiati da un collega-robot ancor prima che sbranati dal mostro.
Ricordate la frase di lancio? “Nello spazio nessuno può sentirti urlare”. Nessuno allora pensò che la solitudine dei protagonisti fosse quella di una forza lavoro sempre più alienata, è il caso di dire. Il cantiere di “Grand Ciel” riporta a terra la metafora spaziale. L’astronave lanciata in chissà quale remoto futuro, concentrato di tecnologia e barbarie, è oggi un immenso edificio in costruzione che sembra vivere di vita propria e divora i corpi dei propri artefici. Non c’è più nessuna Sigourney Weaver (una donna, per la prima volta) a tener testa ai mostri del capitale. Anzi il mostro non ha più nemmeno un corpo o una forma. È la polvere umiliante che resta appiccicata agli operai ben oltre l’orario di lavoro. È il calcestruzzo in cui (forse) vengono sepolti i corpi di chi muore sul lavoro. È la struttura stessa del profitto, e del potere, che inquina menti e vite dei lavoratori spingendoli uno contro l’altro. Che dietro il film ci sia la storia terribile ma forse non così eccezionale di Mamadou Traoré, lavoratore interinale e sans papiers che nel 2015 rischiò di sparire nel nulla, dopo esser morto sul lavoro, rende il film ancora più efficace. E inquietante.
AZIONE! E STOP
Da Alda Merini a Lucio Fulci passando per Eleonora Fonseca Pimentel, la nobile rivoluzionaria di “Il resto di niente”. Il cinema espanso di Antonietta De Lillo abbraccia documentari, film in costume, ibridazioni artistiche, liti giudiziarie: tutto rievocato in “L’occhio della gallina”, ora in streaming su CG TV con altri suoi sette lavori.
Nomi arabi, romeni, africani: la forza di “Grand Ciel” nasce anche dal cast multietnico. L’unico bianco è il protagonista Damien Bonnard, il poliziotto buono de “I miserabili”. Ma sono tutti professionisti, non attori presi dalla strada, perché in Francia il cinema lavora da decenni per l’inclusività. In Francia, eh: ci siamo capiti.
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