Cultura
24 marzo, 2026Le amicizie con Battiato, Schifano, Vanoni, Vasco. Gli amori e i matrimoni. E adesso l’album “Opera” e il tour per i 60 anni di carriera. Le tante canzoni incise e quelle rimaste nel cassetto. Come il brano scritto da De Gregori: “Tirarlo fuori? Perché no”
Patty Pravo: "La vera trasgressione? È restare autentici"
Chiacchierare con Patty Pravo significa avventurarsi in un labirinto arzigogolato in cui è bellissimo perdersi. Un incantesimo selvaggio e leggero fatto di solide amicizie e folgorazioni estemporanee – Jimi Hendrix e Riccardo Fogli, The Who, Keith Richards e Vasco Rossi, senza soluzione di continuità – e poi misteriosi brani seppelliti nella memoria e canzoni così famose da resistere agli anni e all’algoritmo. Uno spericolato viaggio nel tempo – la musica beat, la ragazza del Piper, “La bambola” e il Sessantotto, Sanremo sì Sanremo no, le mille collaborazioni – e nello spazio: Venezia, Londra, Milano, Los Angeles e Roma. La trasgressione. Una vita che sembrano due, Nicoletta Strambelli e il nome d’arte che l’ha resa famosa. Un gioco a somma zero in cui vincono tutti. «L’amore è impertinente, l’amore è pazzo/ È troppo bello amarti senza aver coraggio/ Le regole del gioco le scrivo tutte io», canta lei nella canzone “L’amore impertinente” scritta da Giuliano Sangiorgi per il nuovo album, tanto per far capire chi prende le decisioni. Adesso Patty Pravo celebra 60 anni di carriera con “Opera”, il ventinovesimo disco in studio, undici canzoni tra cui “Ratatan” e “Ho provato tutto”, dal forte sapore autobiografico, e quella cantata al Festival di Sanremo, scritta da Giovanni Caccamo. E con Opera tour, l’8 aprile al Teatro Verdi a Firenze e poi in giro per l’Italia.
Patty Pravo, a giudicare dalla sua agenda l’anniversario tondo non sembra dispiacerle. Nuovo album, nuovo tour e, per la prima volta, una serie di incontri con i giovani nei musei. Arte a tutto campo.
«“Opera” è una canzone nata da un sogno che parla dell’unicità di tutti, perché ognuno di noi è un’opera d’arte. Per mettere insieme l’album ho impiegato più del solito: un anno e mezzo, forse due. Me la sono presa calma, ho aspettato che mi arrivassero cose interessanti, sono molto contenta. L’idea dei musei serve a ricordare la bellezza a chi la conosce bene e ne gode ancora. E anche a chi non la conosce e la scopre per la prima volta».
A proposito di musei, al Palazzo delle Esposizioni di Roma ha appena inaugurato una grande mostra (fino al 12 luglio) di Mario Schifano. Formidabili quegli gli anni, droga e rock’n’roll insieme, quando l’artista abitava a Campo de’ Fiori…
«Ricordo la prima volta che l’ho incontrato, dovevo ancora andare al Piper. Sono andata a casa sua a conoscerlo e c’erano i Rolling. Mick e Keith. Dovevano ancora esplodere ma avevano già all’attivo “Satisfaction” e “Paint It, Black”. Però a parte questo, con Mario eravamo fratelli. Ci siamo frequentati fino a quando se n’è andato, purtroppo. Nel ’66 eravamo sempre tutti nel suo loft a Roma, a Campo de’ Fiori. Mario ci viveva e lo usava come atelier. Ricordo quelle enormi tele accatastate ovunque, molte delle quali ho poi rivisto in giro per il mondo, nei grandi musei d’arte contemporanea».
A un altro amico è dedicata la retrospettiva romana “Franco Battiato - Un’altra vita” (al Maxxi fino al 26 aprile). Come vi eravate conosciuti?
«Con Franco eravamo molto amici fin da ragazzi. Ci siamo conosciuti quando stavo a Milano, frequentavo anche sua madre. Ero lì con il mio gruppo inglese-americano, stavamo spesso nella sua terrazza. Una volta venne a trovarmi (nel 1967 Patty Pravo apriva i concerti del tour in Italia dei The Who, ndr), ero una ragazzetta con un vestitino trasparente, cortissimo, che arrivava giusto sotto gli slip. Lui è impazzito. Arrivavo dopo “Ragazzo triste”, ero lì davanti a lui con le gambe scoperte e la mano dove immagini tu. Tutta la gente che era lì per gli Who, lui pensava che la folla mi avrebbe accoppato. E invece no. Me lo raccontava ogni volta che ci vedevamo (ride)».
Non è vero che il sesso non gli interessava…
«Erano cose sue… Penso che all’inizio avesse una vita normale, poi evolvendosi si è distaccato un po’ da questo. Non lo trovo strano».
Come vorrebbe essere ricordata fra cento anni?
«Non ne ho la più pallida idea. Chissà, magari in futuro tornerò come un’altra persona. Vale per tutti: uno rinasce gobbo, un altro storto, un altro ancora come un bambino. Penso che tutti noi siamo energia. Non credo ad altro».
Facciamo un salto indietro. Negli anni Sessanta raggiunse il successo con “Ragazzo triste”, il suo 45 giri del debutto. La Rai censurò un verso del brano, ritenuto troppo contestatario. Che Italia era?
«Non è facile essere totalmente liberi e decidere di fare anche follie. Fu divertente: Radio Vaticana passò la canzone, la Rai la censurò. Ho detto tutto».
Lei era la “ragazza del Piper”, Ornella Vanoni aveva già raggiunto il successo con “Senza fine” e “Io ti darò di più”. Due vite in parallelo. Sul palco dell’ultima edizione di Sanremo ha detto: «La mia Ornellik, la chiamavo così: e per sempre per me avrà quel nome». Cosa le mancherà?
«Mi è sembrato il minimo omaggiarla su quel palco. Io la chiamavo sempre così e per lei ero Nico-Pat. Con lei abbiamo perso una grande donna, intelligentissima, coltissima, con un senso dell’umorismo pazzesco, una grande artista. Ci siamo conosciute una vita fa, quando abitava a Roma ed era sposata. Abbiamo lavorato molto insieme».
Quando ad esempio?
«Negli anni Ottanta c’era una trasmissione televisiva dal vivo, in cui cantavamo poesia. Ero al pianoforte, lei in piedi vicino a me. Tutto bene, tranne il fatto che le telecamere inquadravano me al pianoforte mentre cantava Ornella. Invece, mentre cantava Ornella, inquadravano me. Questa storia ci ha sempre fatto ridere tantissimo».
Sul palco di Sanremo nel 1968, in piena contestazione, lei cantò “La bambola”: all’epoca alcune frange del movimento femminista la accusarono di veicolare un messaggio maschilista e stereotipato…
«È esattamente il contrario. Con la canzone volevo dire che non sono una bambola. È considerata così tuttora, visto che Madonna quest’anno l’ha cantata live, no? Mi è piaciuta tantissimo. È una signora che in America e nel mondo è stata una grande icona e lo è tuttora».
Cosa ammira in lei?
«Il modo in cui è nata, sovvertendo gli schemi. E ha fatto molto per le donne. Ha detto al mondo: “Guardate, sono una donna. Non rompete”, ecco».
Canterebbe la cover di una canzone di Madonna?
«Certo: “Like a virgin” (e si mette a cantare, ndr), per risalire nel tempo. Mi fa sorridere e stare bene».
A un certo punto, ancora giovanissima, andò via dall’Italia. Perché?
«Avevo già fatto tutto: la ragazzina beat, la ragazza pop, la ragazza rock, quella che distrugge tutto, la grande interprete. Pensai: quando sei sempre sull’onda non è facile vivere. Avevo bisogno di riprendermi ma non mi è ancora chiaro il motivo di quella scelta. Volevo stare per i cavoli miei, buttarmi in piscina quando mi pareva, fare una passeggiata. Volevo vivere normalmente».
Lei si è sposata cinque volte. Ha lasciato per irrequietezza o per noia?
«Boh, non saprei. Quando si lascia qualcuno vuol dire che la storia è finita, puoi analizzare se si tratti di irrequietezza o noia, non fa differenza. Con loro sono rimasta amica. Alcuni si conoscevano, tutti musicisti. Quello è un altro mondo».
Nel suo nuovo album c’è la canzone “Ho provato tutto”. Quanto c’è di vero?
«Devo dire che nella mia vita non mi sono fatta mancare proprio niente».
Cos’è la trasgressione?
«La vera trasgressione oggi è restare autentici. Non essere omologati».
A proposito di collaborazioni, in un’intervista affermò che Francesco De Gregori aveva scritto per lei due canzoni: una incisa, “Mercato dei fiori” (1975), l’altra dimenticata nel cassetto. Di cosa si tratta?
«Con Francesco siamo amici. Sì, c’era una seconda canzone in cui suonavo il pianoforte. Lui l’aveva scritta e me l’ha dedicata. In quel periodo avevo cambiato casa discografica, quel brano è rimasto nelle mie mani, all’epoca non era il momento giusto per farlo uscire».
Aveva un titolo?
«No, non ce l’aveva».
La tirerebbe fuori ora?
«Perché no?».
A volte i brani composti per lei sono capolavori, come “…E dimmi che non vuoi morire” (a Sanremo nel 1997) scritta tra gli altri da Vasco Rossi. Siete ancora amici?
«Certo, ci sentiamo. Lui passa molto tempo a Los Angeles, fa belle passeggiate, mantiene il respiro, ora è un ragazzo quasi serio».
Non è più la vita spericolata…
«Beh, il tempo passa».
A Los Angeles lei ha abitato per tre anni. Sente ancora un po’ dentro l’America?
«Oggi proprio no. Difficile pensarlo, si trovano in una situazione sgradevolissima. Non ci sono più soldi, tutto il mondo va così ma l’America sta messa proprio male».
Della guerra cosa pensa?
«Non è solo una guerra, chissà quando finirà e quanti Paesi verranno coinvolti. L’Europa non esiste, quindi speriamo».
Di sicuro, nel presente e nel futuro incombe l’intelligenza artificiale. Con il rischio che le voci degli artisti vengano replicate senza il loro consenso. Le fa paura?
«Dipende da come si usano le cose. La copertina del mio disco è fatta con l’intelligenza artificiale. Non bisogna chiudersi al futuro: c’è sempre il positivo e il negativo».
NEI MUSEI E NEI TEATRI
Patty Pravo presenterà “Opera” nei musei di alcune delle più importanti città italiane. Un incontro con l'artista che racconterà, in dialogo con Giovanni Caccamo, la nascita di “Opera” e i brani che lo compongono, seguito da un firmacopie dell’album. Questo il calendario: 25 marzo Milano (Gallerie d’Italia); 27 marzo Firenze (Palazzo Medici Riccardi); 29 marzo Roma (Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea); 31 marzo Napoli (Gallerie d’Italia).
L’8 aprile, inoltre, prenderà il via nei principali teatri italiani “Opera Tour”, prodotto da Antonio Colombi. Queste le date annunciate: 8 aprile, Firenze (Teatro Verdi); 10 aprile, Varese (Teatro Intred); 12 aprile, Torino (Teatro Colosseo); 20 aprile, Bologna (Teatro Europauditorium); 06 maggio, Milano (Teatro Arcimboldi); 8 maggio, Cremona (Teatro Infinity 1); 10 maggio, Bergamo (Choruslife Arena); 14 maggio, Padova (Gran Teatro Geox); 17 maggio, Roma (Teatro Brancaccio). I biglietti sono disponibili sui circuiti di prevendita abituali.
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