Cultura
26 marzo, 2026Oltre ai casi di Russia e Israele, l’equilibrio geopolitico tra i Padiglioni subisce un altro scossone. Al centro delle polemiche finisce ora la video-installazione di Gabrielle Goliath
Aspettando la 61esima Esposizione Internazionale d'Arte, a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre 2026, l’equilibrio geopolitico tra i Padiglioni, ovvero tra i Paesi partecipanti, subisce un altro scossone, oltre ai casi Russia e Israele. Il progetto dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath, Elegy, sarà esposto per tre mesi (dal 5 maggio al 31 luglio) nella Chiesa di Sant'Antonin, dopo essere stato escluso dalla Biennale.
Il ministro della Cultura sudafricano aveva deciso di non esporre la videoinstallazione in oggetto nel Padiglione del Sudafrica perché l’aveva ritenuta “altamente divisiva”. Troppo pro-Pal, visto il riferimento al genocidio a Gaza. L’opera di Gabrielle Goliath, concepita nel 2015 e rielaborata, nasce per ricordare l’omicidio di una studentessa sudafricana e per tutte le donne morte a causa delle violenze sessuali e razziste, tra Sudafrica, Namibia e Gaza.
La versione pensata per Venezia, e questo ha scatenato la censura, contiene anche il ricordo della poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a trentadue anni da un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza, a ottobre 2023. La videoinstallazione, che si potrà vedere nella chiesa non distante dall’Arsenale, affronta pure un tema che ricorre nelle Biennali: il colonialismo. Goliath evoca l’uccisione di due donne Nama, sfollate e ammazzate dai tedeschi all’inizio del XX secolo, nell’ambito di un altro genocidio. Il Padiglione del Sudafrica, nell’Esposizione Internazionale d'Arte, rimarrà vuoto.
“Perfino il lutto è sotto minaccia” ricorda sui suoi social, con una citazione, Gabrielle Goliath, che definisce la mostra che porterà a Venezia in modo indipendente “un intervento radicale di speranza e di cura della comunità, sulla scia della scioccante cancellazione del Padiglione del Sudafrica”.
La riapertura del Padiglione della Russia, nonostante il dramma che sta vivendo l’Ucraina, ha creato un braccio di ferro tra governo italiano e Biennale. Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli è contrario e ha chiesto le dimissioni della rappresentante del MiC nel Consiglio di amministrazione della Biennale. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, difende la decisione di riaprire il Padiglione russo. Il sndaco di Venezia, Luigi Brugnaro, promette di chiuderlo, se la Russia dovesse fare propaganda. Hanno protestato anche l’Ucraina e i Paesi europei, con il rischio del taglio dei fondi alla Biennale.
L’edizione 2026, segnata dalla scomparsa della curatrice Koyo Kouoh, morta a maggio 2025, registra pure la protesta contro il ritorno di Israele. Il gruppo di attivisti Art Not Genocide Alliance (Anga) ha diffuso una lettera in cui chiede alla Biennale di Venezia di impedire la partecipazione di Israele alla 61esima edizione dell'Esposizione internazionale d'Arte. La missiva è stata firmata da 200 artisti, curatori e operatori culturali coinvolti nella manifestazione veneziana, compresi membri del team che sta portando avanti la visione della curatrice e persone che hanno scelto di restare anonime, per timore di ritorsioni.
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