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26 marzo, 2026L’artista Sasha Skochilenko ha pagato con il carcere l’aver sostituito i cartellini dei prezzi di un market con avvisi sulle bombe russe in Ucraina. Smentendo le notizie di regime
Nei supermercati della catena Perekrestok, la più grande di Russia, i cartellini dei prezzi sono tutti uguali. Ma la sera del 31 marzo 2022, in un punto vendita di San Pietroburgo ne compaiono cinque quasi identici agli standard dell’azienda. Raccontano una guerra condotta dal proprio Paese. E silenziata sotto la dicitura «operazione militare speciale». Così i clienti leggono messaggi sul bombardamento di una scuola d’arte a Mariupol, sui civili sotto le macerie, sui ragazzi mandati al fronte contro la loro volontà. Per quell’atto sovversivo, in seguito alla segnalazione della pensionata settantaseienne Galina Baranova, sostenitrice dell’azione militare, viene arrestata Aleksandra “Sasha” Skochilenko, un’artista locale poco più che trentenne.
Il gesto è minuscolo, la reazione dello Stato no: processo, carcere e sette anni per «diffusione di notizie false» sull’esercito. Durante una delle udienze Sasha sorride e da dietro le sbarre forma un cuore con le mani. È un’immagine che contraddice tutto il resto: la durezza della sentenza, il linguaggio del tribunale, l’idea stessa che una frase infilata tra i prezzi possa diventare un crimine.
Sono passati quattro anni, l’invasione su larga scala prosegue, ma dal 2024 Sasha è libera dopo uno scambio di prigionieri con l’Occidente. A L’Espresso racconta: «Avevo legami fortissimi con l’Ucraina, dove avevo fatto volontariato con dei bambini. Avevo promesso che non li avrei mai dimenticati». Poi arrivano le bombe su Kyiv e quella domanda, semplice e disturbante, dei suoi amici ucraini: «Perché ci state bombardando?». «Non pensavo davvero di poter fermare la guerra», dice. «Ma non volevo essere una persona che resta in silenzio». All’inizio prova tutto: concerti per la pace, proteste. Poi scopre i cartellini, diffusi via Telegram dalla Resistenza femminista contro la guerra: «Raccontavano quello che la televisione non dice».
Per capire Sasha, diventata suo malgrado famosa in tutto il mondo (la Bbc la inserisce tra le donne più influenti del 2022), bisogna fare un passo indietro. La sua traiettoria è attraversata dalla salute mentale. Nel 2014 pubblica la graphic novel Libro sulla depressione, nata dalla propria esperienza. Diventa virale. «La mia “cosa” principale però è la musica, ma non sono solo un’artista. Sono una civile, un essere umano». È in questa tensione, tra arte, vulnerabilità e responsabilità, che nasce il gesto dei cartellini. «Certo», aggiunge sorridendo, «se mi avessero arrestata per la musica almeno ora avrei un contratto discografico».
Convive con un disturbo bipolare e con una fragilità che non nasconde mai. Il carcere la amplifica. Eppure anche lì qualcosa resiste. «L’arte in carcere è fondamentale», dice. Non come evasione, ma come struttura. Le detenute chiedono ritratti, scambiano immagini, costruiscono micro-relazioni. Anche le guardie si avvicinano. L’arte diventa una lingua comune in un luogo che tende a disumanizzare.
Più del carcere pesa l’attesa. «Preparavo le mie valigie prima di ogni udienza, pensando che sarei uscita. Poi tornavo e le trovavo lì. Era devastante». La sentenza arriva dopo quasi due anni. «Sette anni, troppi». Eppure, tornando in cella, prova un certo sollievo: «Il processo è stato il momento peggiore. Otto ore senza poter mangiare, bere, prendere un antidolorifico». In carcere almeno può respirare, chiudere gli occhi.
Da quell’esperienza emerge una consapevolezza netta. «In Russia la gente si arruola perché ha più paura del carcere che di andare in guerra e uccidere o morire. È sbagliato. Dal carcere puoi uscire. Un omicidio resta con te per tutta la vita». Nel 2024 viene liberata, mentre pensa che la stiano portando fuori dalla cella per fucilarla. Invece arriva in Germania via Turchia e, assieme alla libertà, torna qualcosa di essenziale: «Posso suonare». Dopo due anni e mezzo senza strumenti, è un gesto quasi fisico, primario.
Oggi la sua ricerca artistica ruota tutta attorno a questo: trauma e ricostruzione. Sta lavorando a una nuova graphic novel, Libro sulla repressione. «Il disturbo post-traumatico non è come nei film. È stress continuo: emicranie, attacchi di panico, problemi allo stomaco». Ma può essere trattato. «Scrivere questo libro è parte della mia terapia. Consiglierei a chiunque di farlo».
A inizio marzo ha passato alcune settimane in Italia, dove è stata onorata nei Giardini dei Giusti di Roma e Milano davanti a centinaia di studenti. E dove, a sorpresa, ha quasi completamente spostato l’attenzione dalla sua vicenda a un altro caso.
«Ci sono persone che stanno pagando molto più di me e che meriterebbero attenzione, come Arsenij Turbin», il quindicenne condannato nel 2024 a cinque anni di carcere per aver distribuito un volantino critico nei confronti di Vladimir Putin.
La riflessione si allarga anche all’arte. Chiedere che la Russia non partecipi alla Biennale di Venezia, dice, «non è cancel culture, ma una posizione, quella degli ucraini che continuano a subire il trauma di questa guerra, che deve essere ascoltata».
Oggi Sasha continua a fare i conti con i fantasmi del carcere insieme alla compagna Sonia, che le è stata accanto durante tutta la detenzione, e non si definisce un’attivista. «Ma chi fa arte deve occuparsi della contemporaneità». E soprattutto: «Sono una pacifista». In aula, davanti al giudice, lo aveva detto con chiarezza: «Imprigionare i pacifisti significa ritardare il giorno della pace».
Lo diceva sapendo di essere dentro una vicenda surreale, nata da qualcosa che doveva passare inosservato e invece è diventato una prova. Non solo contro di lei, ma contro l’idea stessa che il quotidiano possa restare neutrale quando c’è una guerra e tutto, dentro e fuori, comincia a crollare.
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