Cultura
3 marzo, 2026Segreti, orrori, quotidianità. Storia di quattro generazioni nell’originalissimo affresco di una regista cresciuta tra circo e magia
Quattro epoche, una fattoria, una folla di personaggi. E nessuna spiegazione. Solo tante piste che si rincorrono, si disgregano e si riaggregano lungo quattro generazioni, dall’alba del Novecento a oggi. La paura della morte, ma anche il desiderio di morte. L’innocenza perversa dei bambini. Il pulsare sordo del sangue riassunto nel rumore dell’Elba, il fiume che attraversa le campagne dell’Altmark, regione fra Amburgo e Berlino.
Un fiume che è insieme confine, dannazione, meraviglia, teatro di guerra e di desideri. Perché dopo il fiume magari c’è la Germania Ovest, per fuggire basta guadarlo, nuotare, sopportare il morso delle anguille. Ma il mondo là fuori è un’eco lontana. Nell’immenso, imprevedibile, meraviglioso “Il suono di una caduta”, non c’è la grande Storia.
Ci sono le famiglie con i loro traumi che passano da una generazione all’altra (idea centrale ma solo suggerita). Ci sono le bambine che sognano di lasciarsi rotolare nel fiume perché la mamma le trascura, o spiano quel ritratto in cui la madre sfocata sembra avere due teste e tiene per mano una sorellina identica all’osservatrice, ma morta anni prima. C’è un mondo crudele e mai raccontato così che era quello dei nostri bisnonni, ma arriva in qualche modo fino a oggi in una sorta di eterno presente. Con i parenti mutilati, i delitti mascherati da incidenti, le figlie cedute come serve al vicino per pagare un debito, le serve rese più “sicure” per i padroni, cioè rese a forza non feconde. Ma queste sono le tare più vistose, le più facili da evocare. Mentre la grandezza di questa seconda regia della berlinese Mascha Schilinski, classe 1984, studi irregolari e incompiuti, un passato da maga e circense, sta proprio nel precipitarci in una dimensione nuova.
Un mondo visto con gli occhi dell’infanzia, o dell’adolescenza, in cui tutto è sempre sconcio e autentico, inconfessabile e vero. Un mondo ricreato esplorando la regione con la fertile complicità degli abitanti, ma anche studiando le foto di Francesca Woodman, dice la regista. Che non separa, non razionalizza, ma mescola, travasa, compara epoche, vite, desideri, fantasie. Generando immagini indimenticabili nutrite da incroci fra epoche e punti di vista, con effetto disturbante e insieme abbagliante.
Una specie di “Heimat” girato da Buñuel che tra parenti mutilati, gesti proibiti, amori non corrisposti, corse a piedi nudi nei campi dopo la trebbiatura, uscendone sanguinanti e felici, cambia la nostra idea non solo del cinema ma del tempo e del mondo. Diciamolo: un capolavoro.
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