Cultura
4 marzo, 2026Articoli correlati
Tre giorni immersi in un microcosmo che è stato insieme cinema, sfilata e rituale sociale con modelle che camminavano sui tacchi come se sfidassero la gravità, truccatori che correggevano impercettibili linee di contorno, assistenti che correvano tra set e passerella, bodyguard ovunque, super star e migliaia di curiosi
Milano si sveglia sempre all’alba, ma per l’occasione le strade del Quadrilatero e di Brera, ancora sospese tra sogno e realtà, lo hanno fatto con il rumore dei passi sui ciottoli che è andato a mescolarsi al fruscio dei tessuti, al ronzio dei fari dei van della produzione e al silenzio concentrato dei costumisti che disponevano ogni dettaglio del guardaroba. Chi scrive è stato per tre giorni sul set del nuovo capitolo de “Il diavolo veste Prada”, ma ne può raccontare ben poco, visto che ha firmato un rigoroso patto di riservatezza. Tre giorni immersi in un microcosmo che è stato insieme cinema, sfilata e rituale sociale con modelle che camminavano sui tacchi come se sfidassero la gravità, truccatori che correggevano impercettibili linee di contorno, assistenti che correvano tra set e passerella, bodyguard ovunque, super star e migliaia di curiosi, centinaia di comparse alla rincorsa di un’eventuale luce nel buio e quell’impercettibile tensione di un mondo in cui ogni dettaglio comunicava potere. Ad un certo punto è arrivata lei, Meryl Streep, nei panni dell’iconica Miranda Priestly, diventata più iconica dell’originale Anna Wintour a cui il suo personaggio si ispira, ‘’quasi sospesa nel tempo con l’aria stessa che sembrava piegarsi alla sua presenza. Poco dopo, su una lunga passerella, Stanley Tucci (il direttore artistico Nigel nel film), ha fatto il suo discorso che è un tributo alla città di Milano, per far poi iniziare la sfilata con diverse modelle. All’improvviso è spuntata Lady Gaga che ha attraversato la scena indossando un abito vintage e cantando una canzone che canteremo e balleremo a lungo fuori dal set. Milano è stata per qualche giorno stravolta come accade nelle settimane della moda o nelle recenti Olimpiadi, diventando così un soggetto a tutti gli effetti con riprese che hanno toccato showroom e negozi reali, la Pinacoteca di Brera (dove c’era la mostra dedicata a Giorgio Armani che non è nel film per ovvie ragioni) e altri posti del centro, trasformando la città in una specie di Runaway (è il nome della rivista nel film) diffusa, con la troupe che attraversava il quartiere come se stesse montando una sfilata itinerante.
Poi la macchina produttiva – che aveva già girato la maggior parte delle scene a New York – si è spostata altrove, fuori Milano, sul lago di Como, e in alcune ville sulla Tremezzina, dove tecnici e mezzi sono stati avvistati tra giardini storici e dimore molto amate dal cinema, ma il dettaglio più divertente resta sempre quello umano, mescolato a una atmosfera che è stata un mix tra una miscela di segretezza ostentata e uno spettacolo involontario.
Per giorni Milano è stata un enorme teatro all’aperto, confermando che la moda non vive solo sulle riviste o sulle passerelle, ma nel desiderio stesso di assistere a ciò che la produce.
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