Televisione
4 marzo, 2026La cantante, polistrumentista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra si racconta a L'Espresso, a partire dall'esperienza al Festival e quel gesto sul podio: "Mi è venuto spontaneo, solo dopo mi sono accorta che stavo facendo qualcosa più grande di me". E poi la carriera da cantautrice, con un sogno: "Partecipare da big? Mai dire mai"
Non chiamatela (solo) maestra. Sul podio di Carolina Bubbico, con la sua bacchetta indomita e quegli occhiali da sole che nascondevano uno spasso da fanciulla, s’è palesato l’intero repertorio di un’artista che rifiuta le etichette. Ad eccezione di una sola, per cambiare le scalette dei Sanremo che verranno: “Dirige l’orchestra il maestro… Ah preferisci maestra, finalmente! Così ti voglio baby”, le gridava Laura Pausini alla presentazione del duetto Ditonellapiaga-Tony Pitony, mentre Bubbico mostrava all’Italia il suo bicipite e la possibilità di ritoccare il glossario del Festival.
“È stato un gesto assolutamente estemporaneo”, ricostruisce a L’Espresso la cantante, polistrumentista, arrangiatrice e - appunto - direttrice d’orchestra. “Si basa su una mia idea, ma senza alcun tipo di polemica o peso forzato. C’è un femminile, sono una donna, il termine è italiano: usiamolo. Già dai giorni precedenti al Festival iniziavo a sentire un po’ stonato quel ‘maestro’. Non sapevo come raggiungere i conduttori e dire loro che avrei gradito l’uso di ‘maestra’. Al momento della presentazione, mi è partito visceralmente, ma non si trattava di una correzione: era un suggerimento. Come se fossi in una piazza, lontana da lei, e dovessi farglielo capire in qualche modo”.
Il giorno dopo, durante la finale, si è ripresentato il “lapsus”, come lo definisce Bubbico, che sterilizza ogni polemica per riversarsi su una riflessione più estesa: “Pausini istintivamente ha ridetto ‘maestro’ perché nel nostro dna culturale, nel vocabolario, è automatico pensare al maschile quando si pensa a quel termine. Io insegno anche in conservatorio, ci si abitua a essere chiamati così”. La differenza, per lei, è nell’uso di quella cassa nazionale che Sanremo concede per pochi secondi: “Ho scelto di utilizzarla e probabilmente solo dopo mi sono accorta che stavo facendo un atto politico, molto più grande, che andava al di là di me”. Questo Festival ha portato al brano in gara di Ditonellapiaga, "Che fastidio!", anche una statuetta: il premio Bigazzi, per la miglior composizione. Un riconoscimento dovuto anche alla sinergia della squadra: “È stato il Sanremo più sorprendente e divertente della mia vita. Per quanto fossi consapevole della qualità che stavamo portando, non sai mai la risposta del pubblico. E poi, lo dico sinceramente, è stato un lavoro di squadra vero. Non è scontato: un team c’è sempre, ma raramente mira a valorizzare le singole professionalità. Io mi sono sentita rispettata, messa nelle condizioni di essere creativa, libera. E Margherita è stata generosissima: ha colto ogni occasione per nominare, ringraziare, valorizzare”.
Carolina bubbico e la serata duetti, con ditonellapiaga e Tony pitony
“Che fastidio!” ha dato a Bubbico il pretesto per cucire l’elettronica su un corpo sinfonico, crogiolo tra club culture e strumenti. “È una sfida altissima: trovare una chiave tra il mondo club, quasi techno, e l’orchestrazione. Io ho attinto a una scrittura anni Settanta, alla scuola funk-dance, a quel modo di far parlare fiati e archi”. Poi c’è stata la serata duetti, quella che ha consegnato al Festival un numero sospeso tra musical, cabaret e varietà: “The Lady is a Trump”, con Tony Pitony, dove l’orchestra ha preso la forma di una maschera in scena. “È stata un’idea di Margherita e Tony: a un certo punto hanno pensato di ampliare lo spettacolo e rendere protagonista l’orchestra. Per me è stato meraviglioso: ho potuto scrivere un momento strumentale ex novo, un dialogo vero, un call and response tra fiati e archi. Zero sequenze: era tutta musica suonata”.
donne maestre
Sul tema donne e musica, topos ricorrente in questo Festival, Bubbico afferma di essere "contraria alle quote rosa. Non abbiamo bisogno di donne incapaci purché siano donne. Mostriamo valore, mettiamoci in discussione solo se sappiamo il fatto nostro”. Sul podio ci è salita tante volte, vincendo anche da maestra più giovane della storia di Sanremo. Lo ha fatto con Il Volo nel 2015, stesso anno in cui diresse Serena Brancale tra le giovani proposte, per poi ripetersi nel 2023 con Elodie: “Io so che vado lì a fare la direttrice d’orchestra. Spero che dopo di me ne vengano tante altre, capaci quanto me e più di me”. Qualcuna, però, ha preferito la via del maschile. Come Nicole Brancale, direttrice d’orchestra per la sorella: “Ci sono donne che preferiscono ancora ‘maestro’: rispetto le posizioni di tutte. Mi domando come mai, se sei donna, ma non giudico. Sì, se diventasse un coro sarebbe più potente. Però non si possono forzare le persone”.
carolina bubbico e i nuovi singoli
Mentre l’Italia sanremese le appiccica addosso etichette di un genere o dell’altro, Bubbico cambia lingua, palco, pelle. Ma con la stessa ossessione di sempre. È da poco uscito il singolo “Everlove”, nato - dice - in un “fake English”, guidata dalla ricerca di un suono internazionale: “Sentivo l’esigenza di aprire gli orizzonti all’estero. Ho scritto a Rebecca Stevens: una songwriter americana plurinominata ai Grammy. Era una fantasia diventata realtà. Ed ‘Everlove’ è diventato un inno all’amore eterno di una madre per una figlia”. Poi la musica s’è fatta immagine, in una “matrioska familiare”. “Il video lo ha diretto il mio compagno, Stefano Tramacere. Ha pensato al passaggio generazionale: io, mia figlia, mia madre e mia nonna”. E sul suono c’è anche la firma del fratello Filippo, che ne ha curato la produzione. Il 6 marzo uscirà poi “Uma rosa e um bordado”, un’altra anticipazione dell’album Vocàlia, disponibile dal 10 aprile. Il singolo è in portoghese, scritto con Antonio Villeroy e cantato con la brasiliana Mari Jasca: “Non lo parlo, il portoghese. Ma la lingua è un suono: l’ho emulato. Mi piace scomodarmi dal comfort”.
l'infanzia in musica e la matrioska familiare
D’altronde la musica, in casa Bubbico, galleggiava tra serio e faceto fin dall’infanzia: “È sempre stata un gioco. Sono nata in una famiglia di musicisti. Mio padre ha iniziato a insegnare jazz a Lecce in uno dei primi corsi sperimentali in Italia; mia madre studiava pianoforte classico ed è andata a fare da uditrice per curiosità. Galeotto fu quell’incontro in conservatorio”. Ricordi che diventano madeleine sonore: “Io e mio fratello Filippo che suoniamo al piano i primi rudimenti di blues a quattro mani al pianoforte. In casa si ascoltava world music, musica africana, Mali, new age, Björk, Quartetto Cetra, Mina. Cose stranissime per dei bambini. E poi i nonni: avevano un negozio di musica, dischi e strumenti. Mia madre ha aperto una scuola di musica quando avevo due anni: pomeriggi lì, a giocare, fare musica d’insieme, cori”. Poi, una regola dal papà: “Ogni anno dovevamo provare uno strumento diverso”.
Ce ne son voluti diciannove, di anni, per il giocattolo della svolta: “Mia madre mi ha comprato una loop station. Con quella ho capito che potevo scrivere cose mie”. Quella stessa curiosità fanciullesca è diventata così l’idea di abitare la musica. E ora, con la piccola Nina, torna come domanda: “Diventare madre mi fa chiedere: sarò all’altezza di quello che hanno fatto i miei genitori?”. Sua figlia ha due anni e “assorbe tutto”: “Giochiamo col microfono, al pianoforte, cantiamo lo Zecchino d’oro come se non ci fosse un domani. Ma piano, senza forzare nulla. Ciò che sarà, sarà”.
ambizione da big
Infine, la confessione più “sanremese” di tutte: sì, in gara da cantautrice vorrebbe esserci. “Sono arrivata in finale a Sanremo giovani con un brano prodotto da Peppe Vessicchio, ‘La vita è tutta mia’. Eravamo a un passo dal palco. Poi non è successo. Ho riprovato. Sarei falsa a dire che non lo desidero. La mia scrittura non è sempre in linea con quello che sale sul palco. Però mai dire mai”. Con la promessa di continuare a scacciare i pensieri randagi che - a detta sua - assillano la testa delle donne. Per lei, uno su tutti: “‘Sono qui perché sono bella’, è una di quelle voci. Ogni tanto compare. Per me la bellezza ha un suo valore, ma io sono così convinta di ciò che so fare da sapere di non farlo perché sono una bella donna”. Tuttalpiù, una bella maestra.
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