Cultura
7 marzo, 2026Alessandro Feruda, classe 2002, racconta a L'Espresso dei suoi inizi musicali con i canti popolari alpini, la svolta elettronica, l'ultimo disco in cui cristallizza le memorie adolescenziali. E i prossimi passi: “Voglio lasciarmi alle spalle l’elettronica e seguire una direzione cantautorale”
Che il nome non inganni. Nel paesaggio musicale di Faccianuvola c’è tutto fuorché chiazze grigie, piuttosto un mondo sospeso tra elegia e sogno: valli, sentieri, baci tra i cespugli, salti sui fossi, il monte Zebrù sullo sfondo, persino cerbiatti, boschi avvelenati e radure arcobaleno. Il suo ultimo disco Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù è, come canta lui stesso, “un singulto della triste bell’età”: un’epifania adolescenziale che cristallizza memorie e le lascia sfilacciare nella musica.
Il suo Paese delle meraviglie è la Valtellina, dov’è nato e tutt’ora vive, la sua Alice una musa di gioventù che sfumeggia dietro i versi. È lì che ritrova “uccellini sul sentiero”, o dove lui e i suoi amici “giocavano alle corse, a nascondino nelle vigne o sotto un ponte”, sparpaglia nelle liriche. “In realtà succede tutt’ora, magari è più difficile giocare a nascondino ma tante di queste cose le facciamo ancora”, racconta all’Espresso Alessandro Feruda, il cantante, produttore e autore 24enne che si cela dietro quell’alter-ego grondante colori, talvolta vividi, altri a tinte seppia come quei ricordi. “Ad esempio la storia del nascondino nelle vigne è vera: questa persona si nascose talmente bene che alla fine nessuno più la cercò, e tornò a casa. L’altra cosa che facevamo era andare a saltare i fossi con i motorini, magari in un’età ancora non adeguata (ride, ndr.). Anche l’immagine dei nonni che giocano a carte: la mia famiglia abitava sopra il bar del paese, quello dei bianchini alle dieci del mattino, delle partite a scopa e delle bestemmie”.

faccianuvola e le origini musicali
La sua musica, invece, è più lontana dal sentiero pastorale: Feruda ha studiato strumenti diversi, passando dalla band con gli amici di scuola alla consolle in solitaria, tra hyperpop martellante e melodie più leggiadre. Anche se racconta con ironia di essersi ritrovato a produrre elettronica per caso. “Ho iniziato a farla senza nemmeno sapere che stessi facendo elettronica”. E soprattutto, ancora prima di uscire col disco d'esordio: “Già suonavo in Valtellina alcune canzoni dei vecchi album, prima di pubblicarle”. Un costume riscontrabile soprattutto fuori dalla musica, con il suo percorso atipico che lo vede anche più lontano dalla vetrina social rispetto a tanti colleghi. Tra gli ultimi strumenti comparsi nel suo studio c’è l’harpejji, una sorta di incrocio tra pianoforte e chitarra. “Però con la chitarra ho litigato per tutta la vita”, ride. “Non sono mai riuscito a impararla davvero. Questo strumento invece ha le corde ma si suona con il tapping. Mi sto divertendo parecchio”.
Il suo orecchio, però, è stato educato altrove. Nella tradizione popolare del Nord: “La prima musica che ho ascoltato da piccolo sono stati i canti alpini e padani. Quelli delle sagre, dove ogni melodia è sempre armonizzata. C’è sempre qualcuno che fa la terza”. Una memoria musicale che torna anche nel disco, pieno di armonizzazioni e voci sovrapposte. “Il mio orecchio ormai le richiede sempre, però ciò che voglio fare per il prossimo disco è togliere l’autotune”.
faccianuvola e il dolce ricordo di una disperata gioventù
Per ritrovare i ricordi da seminare nel disco, racconta, ha dovuto “attraversare un portale”. E così in quelle memorie si è smarrito, ritrovato, a volte per celebrarle o finire per esorcizzarle. “Il disco è un tentativo, non completamente riuscito, di salvare ciò che resta della mia adolescenza. Uso la parola ‘gioventù’, ma in realtà si riferisce all’età adolescenziale e all’amore che ho vissuto. Parlo proprio di quel periodo lì: dai quattordici ai diciotto anni. Però il titolo suonava meglio così, viene da un libro di Fleur Jaeggy, ‘I beati anni del castigo’”.
Un’età finita bruscamente, di cui restano solo i bagliori fiabeschi del disco. “Dico che questo tentativo non è riuscito perché alla fine qualcosa me la sono dimenticata. Io sono del 2002. Nel 2020 è arrivato il Covid. L’adolescenza si è interrotta di colpo: sono uscito dal lockdown ventunenne, con molte più consapevolezze e anche qualche sbattimento in più. Ho cercato di mettere ordine in tutto quello che avevo vissuto, riparlare metaforicamente con delle persone. Alla fine è rimasto del caos, e si sente. Ero preso dalla fretta di far uscire il disco, è incompleto: avrei voluto curare di più le produzioni, aggiungere qualche canzone. Abbiamo corso”. Proprio come il brano (corsa) che apre il disco: otto versi scanditi da un bambino. “Quella è una voce digitale. Volevo renderla quella di un essere umano vero, ma al momento dell’uscita ricordo che avevo una grande urgenza”.
Il punto di arrivo in questa gita nel tempo è Verticale, seppur sia la penultima traccia del disco. “È la mia esperienza più immersiva”. Sul finale torna quel bambino, con una poesia che sembra riordinare tutto ciò che è venuto prima. “È molto vecchia come canzone, il testo è rimasto uguale da tantissimo tempo. Forse è quella più vicina al passato, nonostante la poesia sia arrivata solo all’ultimo”. Dentro di lei si apre però un cortocircuito rispetto all’intento del disco: il desiderio di rivivere il passato per l’ultima volta e poi “spegnerlo, sfogliarlo come fosse un cielo, commuoversi un poco nel vederci giocare”. “L’idea era proprio quella”, spiega Faccianuvola. “Un angolo di paradiso per rivedere tutto un’ultima volta. Capire bene cosa è stato. E poi chiuderlo”.
faccianuvola, il tour e le novità
Quel portale si riapre in tour, partito il 4 marzo da Torino per concludersi il 28 a Catania: “Sono gasatissimo. Un po’ anche in paranoia, ma quando salgo sul palco sparisce. Mi diverte produrre e arrangiare, ma quello che amo davvero è scrivere”. Non a caso il suo è un immaginario che si intreccia con tante figure letterarie, come il poeta Guido Gozzano. L'affinità nasce a scuola: “Una professoressa ce lo fece studiare quasi fuori programma. Sono le prime poesie a cui sono legato emotivamente. Ho rubato qualche immagine qua e là. Ma non credo di scrivere come un poeta di cent’anni fa”. Però la scrittura resta il primo vademecum: “Vorrei andare in una direzione più cantautorale, trovare un suono più coeso, lasciarmi alle spalle l’elettronica, magari anche fare una band. Ma sono tutte cose indefinite, vorrei prendermi il mio tempo”. Lo stesso che magari, prima o poi, lo farà ritrovare in nuovi dolci e disperati ricordi.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Caos globale - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 6 marzo, è disponibile in edicola e in app



