Cultura
8 marzo, 2026Più che un omaggio da calendario, un’occasione per rileggere quattro donne che si sono prese spazio nell’arte, nella scrittura e nel pensiero
La Giornata internazionale della donna corre sempre il rischio di trasformarsi in una ricorrenza che si esaurisce in poche ore. Ma a volte offre un buon pretesto per tornare su figure che meritano di essere rilette piuttosto che celebrate. Nel 2026, quasi a disegnare una piccola costellazione femminile, ricorrono gli anniversari di nascita di Tina Modotti, Josephine Baker, Natalia Ginzburg e Hannah Arendt: quattro donne diversissime per lingua, temperamento e destino, ma unite da una stessa ostinazione. Quattro storie diverse, quattro modi di conquistarsi una presenza pubblica non sulla rivendicazione astratta, ma sul lavoro, sulle scelte e sulla capacità di esporsi.
Tina Modotti: una donna che “ha vissuto una mezza dozzina di vite”
Fotografa prima di tutto. Ma anche attrice, militante politica e intellettuale impegnata, Tina Modotti ha costruito un percorso raro nel Novecento: una vita in bilico tra arte, rivoluzione e antifascismo. Nata a Udine nel 1896 in una famiglia operaia, emigrò giovanissima negli Stati Uniti, dove attraversò il lavoro di fabbrica, il teatro e il cinema muto prima di trovare nella fotografia la propria lingua più autentica. La parentesi cinematografica, breve ma significativa, la portò sulla scena americana degli anni Dieci e Venti, in un ambiente che ne intuì subito il fascino e la forza visiva. Ma fu dietro l’obiettivo che Modotti trovò davvero la sua misura. Accanto a Edward Weston e poi sempre più autonomamente, elaborò uno sguardo limpido e severo, capace di dare forma a fiori, mani, architetture, strumenti di lavoro e volti popolari con la stessa intensità. Nella sua idea di fotografia non c’era spazio per l’effetto o per la manipolazione, quello di Tina era un linguaggio “verista”. È anche per questo che il Daily Telegraph, presentando una mostra della Royal Academy of Arts di Londra a lei dedicata, la definì «uno dei più brillanti fotografi del XX secolo», restituendo in poche parole la forza della sua opera e l’eccezionalità della sua biografia.
Josephine Baker: oltre l’immaginabile
Quando Josephine Baker arriva a Parigi negli anni Venti, l’Europa dello spettacolo non aveva mai visto nulla di simile. Nata a Saint Louis, classe 1906, Baker non fu soltanto una star del music-hall: fu la performer nera che riuscì a imporsi al centro della scena europea con una visibilità senza precedenti. Con la Revue nègre al Théâtre des Champs-Élysées, nel 1925, e poi con il celebre costume di banane alle Folies-Bergère, divenne una delle immagini più riconoscibili dei ruggenti anni Venti. Ma ridurla a quell’icona sarebbe un errore. Baker riuscì a imporsi contro una doppia barriera — razziale e di genere — trasformando il proprio corpo e la propria immagine in strumenti di affermazione. Portò sul palco un’energia nuova, ironica, audace, modernissima, contribuendo a rendere popolare in Europa una presenza nera non più relegata al margine ma capace di dominare la scena. E la sua traiettoria andò molto oltre lo spettacolo. Nel 1951, durante una cena allo Stork Club di New York, uno dei locali più esclusivi della città, Baker fu lasciata per lunghi minuti senza servizio mentre agli altri tavoli camerieri e portate continuavano ad arrivare regolarmente. Quando divenne chiaro che non si trattava di una svista ma di un trattamento discriminatorio, l’episodio si trasformò in un caso pubblico. Baker denunciò l’accaduto, la Naacp sostenne la sua protesta e la vicenda ebbe vasta eco. In sala, quella sera, c’era anche Grace Kelly: capì subito cosa stava succedendo, si alzò dal proprio tavolo e lasciò il locale in segno di solidarietà. Da quell’episodio nacque un’amicizia destinata a durare negli anni. Nel 2021 Baker è diventata la prima donna nera a entrare nel Panthéon di Parigi. A 120 anni dalla nascita, resta la figura di una donna che riuscì ad arrivare dove per il suo tempo sembrava impensabile.
Natalia Ginzburg e quel femminismo senza etichetta
Natalia Ginzburg non è mai stata una femminista. Perlomeno, non da manifesto o da appartenenza. Lei stessa lo ha dichiarato in uno dei suoi libri, La condizione femminile del 1973: “non amo il femminismo. Condivido però tutto quello che chiedono i movimenti femminili. Condivido tutte o quasi tutte le loro richieste pratiche. Non amo il femminismo come ideologia”. Guardava con diffidenza alle etichette e non amava consegnarsi a una formula, ma questo non le impedì di riconoscere con lucidità i limiti imposti alle donne, il peso delle gerarchie familiari, l’asimmetria dei ruoli di genere. Con Lessico famigliare, premio Strega nel 1963, Ginzburg diede a quel mondo una forma letteraria altissima. Nel 2026 ricorrono i 110 anni dalla sua nascita, occasione utile per tornare a una scrittrice che ha saputo interrogare la vita delle donne senza mai ridurla a slogan.
Una donna che viene da “lontano”: Hannah Arendt
A rendere Hannah Arendt ancora viva non è soltanto ciò che ha scritto, ma il fatto che continui a disturbare. Ogni volta che la si legge, obbliga a rinunciare alle formule comode e a misurarsi con il lato meno rassicurante della politica, della responsabilità, del male. Ebrea tedesca, costretta all’esilio dall’ascesa del nazismo e poi approdata negli Stati Uniti, Arendt attraversò il Novecento nei suoi punti più incandescenti, trasformando l’esperienza storica in pensiero pubblico. Con libri come Le origini del totalitarismo e La banalità del male non si limitò a interpretare il secolo: ne cambiò il vocabolario. E continua a parlarci proprio per questo: perché ci ricorda che la politica vive solo dove esistono spazio pubblico, giudizio e partecipazione, e che il male può prosperare anche nella rinuncia a pensare. In uno spazio intellettuale a lungo dominato dagli uomini, impose una voce libera, severa, spesso controcorrente. Nel 2026 ricorrono i 120 anni dalla nascita: abbastanza per tornare a una donna che ha fatto del pensiero una forma di responsabilità.
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