La Grecia è già tecnicamente in bancarotta perché non ha risorse sufficienti a reggere il suo debito: per evitare che da virtuale il default divenga conclamato l'aiuto esterno è indispensabile. Tanto più perché i ritardi, coi quali il resto d'Europa - la Germania sopra tutti - ha preso atto di questa lampante verità, hanno aggravato le cose. Si è lasciato passare troppo tempo prima di accorgersi che non ci si trovava di fronte a una crisi circoscritta le cui colpe potevano essere fatte ricadere sulla falsificazione dei conti operata dal precedente governo ateniese di centrodestra.
Così ai guai greci si sono presto affiancati, seppur per cause diverse, quelli di Irlanda e Portogallo. E ora non è irragionevole temere che serie difficoltà possano manifestarsi per il finanziamento dei debiti sovrani di altri paesi dell'unione monetaria: come l'Italia, forse ancora prima che la Spagna. Il balzo in avanti del differenziale di rendimento (spread) fra titoli del Tesoro italiano e "bund" tedeschi è già un forte campanello d'allarme al riguardo. In sostanza, un mancato salvataggio della Grecia non avrebbe solo conseguenze devastanti per quel paese, ma metterebbe in circolazione un virus che potrebbe contagiare in fretta i paesi con esposizione debitoria particolarmente elevata e perciò fragile. Si tratterebbe di un terremoto in grado di scuotere dalle fondamenta l'attuale costruzione dell'euro, con inevitabili ripercussioni sul progetto politico di costruzione dell'unità europea.
La posta in palio è, dunque, molto alta. Ma par di capire che molti governi dell'Unione non ne siano consapevoli o almeno che alcuni non abbiano il coraggio politico di argomentare presso i propri elettorati la necessità di pagare il prezzo utile per scongiurare la diaspora dell'Europa.
Naturalmente è logico che si chieda alla Grecia di attuare un radicale programma di austerità per evitare che i finanziamenti esterni finiscano dentro un pozzo del quale non si sia chiuso il fondo. Dal nuovo governo Papandreou, che ha appena ricevuto la fiducia del parlamento, ci si attende che faccia digerire al proprio paese una terapia d'urto molto robusta. Le infiammate piazze di Atene dicono che non sarà un'impresa facile. La rigidità di alcuni elemosinieri europei può anche offrire un'utile pedana al governo di Atene per superare i suoi ostacoli interni.
Ma non tutti i richiami appaiono opportuni. Il governatore Mario Draghi, per esempio, ha ricordato ai greci che l'Italia del 1992 era in condizioni anche peggiori e pure ce l'ha fatta a riprendersi. Vero, ma c'è un particolare non secondario: allora il governo Amato prese sì provvedimenti draconiani, ma soprattutto fece ricorso a una svalutazione della lira di circa il 20 per cento.
Oggi per la Grecia questa via è preclusa e non solo perché essa fa parte della moneta unica. Quand'anche Atene ne uscisse, il suo debito sempre in euro resterebbe contabilizzato per cui il ritorno alla dracma non farebbe che peggiorare la situazione. Rilievo questo che è bene sottolineare a uso e consumo di chi in Italia manifesta assurde nostalgie per i tempi delle svalutazioni competitive.
Conclusione: quella che si combatte ad Atene non è una battaglia per la Grecia, è una guerra per l'Europa. Il ritorno allo spirito di Monaco nei confronti della rinnovata cupidigia tedesca promette poco di buono.