Centodieci e lode e una ramazza in mano, impiegati in una ditta di pulizie, nel catering, o in qualsiasi altra azienda di servizi. Non esistono più i bamboccioni di una volta. Sono scomparsi anche i famosi "choosy". O forse non sono mai esistiti. A confermarlo - se mai ci fossero stati dubbi - due studi che fotografano la loro buona volontà e la capacità di adattamento alla crisi e alle difficoltà economiche. Si tratta del "Rapporto giovani" dell'Istituto Toniolo di Milano - che ha fotografato la condizione dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni, un'età cruciale in cui chi esce dalle scuole superiori o dall'università si affaccia sul mondo del lavoro - e dell'ultima rilevazione di Confartigianato sull'imprenditoria giovanile.
I genitori veri ammortizzatori sociali. I ricercatori del Toniolo hanno intervistato novemila under 30 e i risultati sono ben diversi dalla percezione "politica" sdoganata - con eccessiva superficialità - da parlamentari e ministri. Secondo lo studio, infatti, la crisi influisce in modo pesante sulla qualità della vita dei ragazzi che, a livello europeo, vedono compromesse le loro prospettive per un futuro autosufficiente dalle famiglie, vero ammortizzatore sociale di questo Paese: lasciano la casa dei genitori e fanno figli più tardi degli altri.
Un giovane su quattro accetta tutto. A differenza di quanto potrebbe rispondere un bamboccione con il vizietto dell'essere "choosy", però, per l'88% degli intervistati il lavoro è l'unico modo per costruirsi una famiglia e assicurarsi un'autonomia. Ma è proprio l'indipendenza un "bene" di difficile realizzazione, quasi un lusso. E' per questo che un giovane su quattro - spiegano i ricercatori - ormai accetterebbe anche un impiego ben lontano dal lavoro desiderato. E al Sud il rapporto sale ad uno su tre. Un dato che smentisce le tante affermazioni fin troppo superficiali smerciate dalla politica nazionale e dà la tara di una disillusione sempre più incancrenita, tale per cui solo il 17% degli intervistati si dice soddisfatto del proprio lavoro.
Retribuzione uguale frustrazione. E tra stage sottopagati - che a dispetto del nome divengono un vero e proprio lavoro - e impieghi di fortuna, il principale motivo di frustrazione che emerge dal rapporto è legato alla retribuzione, inadeguata per il 47% degli intervistati: in pratica un giovane su due accetta di lavorare per uno stipendio che considera insufficiente e non rispondente alle prestazioni professionali erogate. Le briciole sempre meglio che niente.
Giovani imprenditori. Ma c'è di più. Oltre a non essere "choosy", i giovani italiani sono anche quelli con il più spiccato senso dell'imprenditoria. Come dire: chi fa da sé fa per tre. Secondo l'ultima rilevazione di Confartigianato diffusa oggi, infatti, l'Italia rimane sul gradino più alto del podio europeo per numero di imprenditori e di lavoratori autonomi tra i 15 e i 39 anni: sono 1.736.400, molti più del Regno Unito che ne conta 1.319.700 e della Germania, ferma a 959.100. In totale, quindi, il 19,2% dei giovani occupati under 40 lavora in proprio, una percentuale quasi doppia rispetto al 10,3% della media europea. Chi fa per sé fa per tre. E si impegna cercando di far fronte a una crisi che comunque falcia ogni anno anche le giovani imprese: dal 2008 al 2012 sono infatti spariti 331mila imprenditori under 40. Con una flessione del 16% rispetto a cinque anni fa, il calo dell'Italia è secondo solo a quello della Spagna (-28%). Sempre secondo lo studio di Confartigianato, infine, la propensione a 'fare impresa' dei giovani italiani è superiore all'11,5% della Spagna, al 9,7% del Regno Unito, al 7,5% della Francia, e al 5,9% della Germania.
E il messaggio per la politica è chiaro: la potenzialità e la ricchezza di questo Paese è ben poco bambocciona e ancor meno choosy, tutto sta a saperla valorizzare e sostenere.