
Edison, la società a controllo francese che insieme a Eni sfrutta Vega da quasi un trentennio, dice che la produzione è destinata a calare se non si scavano altri pozzi. Per questo, a luglio del 2012, ha chiesto al ministero dell’Ambiente il permesso di trivellare in un’altra zona del giacimento, promettendo investimenti per 300 milioni di euro. «Sono passati 27 mesi», racconta Nicola Monti, capo delle esplorazioni e delle ricerche di Edison, «e non abbiamo ancora ricevuto una risposta. Sono tempi troppo lunghi: in altri Paesi europei dove lavoriamo, per esempio in Norvegia e nel Regno Unito, in sei mesi, al massimo in dodici, ti dicono se puoi operare oppure no».
L’obiettivo ufficiale di Matteo Renzi è proprio questo: velocizzare l’iter dei permessi. Il decreto Sblocca Italia, emanato dal governo lo scorso 12 settembre, prevede infatti il rilascio di un’unica concessione, valida sia per la ricerca che per l’estrazione di idrocarburi. E stabilisce che la risposta dello Stato a chi ne fa richiesta debba arrivare entro sei mesi. Una proposta a cui nessuno si è opposto. Il decreto aggiunge però un’altra cosa, e questa invece non va bene a tutti. «Lo sviluppo degli idrocarburi», si legge nel testo, «rappresenta un’importante leva per rilanciare l’economia del Paese». Come dire che trivellando si possono attirare investimenti privati, creare posti di lavoro, aumentare le entrate fiscali.
E l’ambiente? La strategia del governo, che punta a raddoppiare la produzione di idrocarburi, ha subito incontrato l’opposizione di verdi, grillini e una parte della sinistra. Pure qualche esperto del settore energetico ha criticato la proposta di Renzi. Insomma, trivellare o non trivellare è diventato un dilemma. Da sciogliere per forza di cose nelle prossime settimane, visto che il decreto deve essere convertito in legge entro l’11 novembre.
CLICCA QUI PER LA MAPPA INTERATTIVA

Già oggi l’Italia è uno dei principali produttori europei di gas e petrolio: il quarto, per la precisione. Niente a che vedere con la Norvegia o l’Olanda, ma con oltre mille pozzi attivi, dice il Ministero dello Sviluppo economico, soddisfiamo il 10 per cento del fabbisogno nazionale di gas e il 7 per cento di quello petrolifero. La fetta più grande della torta va all’Eni. L’azienda di Stato, oltre a una buona parte dell’oro nero della Sicilia e del gas dell’Adriatico, controlla anche il giacimento di Val d’Agri, in Basilicata, il più grande d’Europa su terra, da cui arrivano quasi tre quarti della produzione nazionale.
Secondo alcuni osservatori, però, l’Italia dovrebbe fare molto di più. Lo dice da sempre Assomineraria, l’associazione che difende gli interessi dei petrolieri. Lo sostiene da qualche mese Romano Prodi, che considera masochista un’Italia incapace di sfruttare a pieno le proprie riserve di idrocarburi mentre di fronte a noi, nell’Adriatico, la Croazia ha deciso di farlo, con l’aggravante che in caso di incidente anche noi ne subiremmo le conseguenze. Anche Renzi adesso sostiene questa tesi: «Se c’è petrolio in Basilicata», ha dichiarato recentemente, «sarebbe assurdo, in questo momento, rinunciarvi».
Le risorse in effetti ci sono. L’Italia è il terzo Paese d’Europa per riserve di greggio, superata solo da Norvegia e Regno Unito. Fra quelli non ancora sfruttati, il giacimento più ricco è in Basilicata, al confine tra le province di Potenza e Matera. Tempa Rossa è un’area grande come 33 campi da calcio. Piena zeppa di petrolio. Total, la società francese che controlla il giacimento insieme alla giapponese Mitsui e l’anglo-olandese Shell, dice che ce ne sono in tutto tra i 200 e i 400 milioni di barili, e che se ne potrebbero estrarre 50 mila al giorno. Quasi la metà di quanti se ne producono oggi in tutta l’Italia.
C’è solo un problema. Una volta tirato fuori, il petrolio dovrebbe essere trasportato via tubo a Taranto, e lì stoccato in una raffineria Eni prima di essere inviato per mare ai clienti finali. L’ipotesi non piace al sindaco della città pugliese, Ippazio Stefàno, che ha deciso di mettersi di traverso negando i permessi per costruire le opere complementari: due nuove cisterne da 180 mila litri l’una e l’allungamento del pontile per gli attracchi delle petroliere. A preoccupare il primo cittadino di Taranto, appoggiato nella sua battaglia da vari comitati ambientalisti, è l’impatto che il deposito potrebbe avere su una città già devastata dall’inquinamento dell’Ilva. «Il Comune ha detto no alla costruzione delle strutture collegate a Tempa Rossa per due ragioni», dice Stefàno: «Innanzitutto non c’è stata alcuna discussione preliminare sul progetto. E poi l’Arpa ha dato parere negativo perché le nuove strutture non vanno considerate da sole, ma in relazione al contesto, già saturo, in cui si inserirebbero».
Un parere negativo che lo Sblocca Italia potrebbe rendere vano, a Taranto come in diverse altre zone. Considerando strategiche le produzioni nazionali di idrocarburi, il governo vuole infatti velocizzare i processi di autorizzazione. Il che significa, tra le varie cose, limitare il ruolo degli enti locali, che ad oggi hanno il potere di vietare progetti di ricerca e sfruttamento di gas e petrolio. «L’obiettivo è difficile da raggiungere, perché i rappresentanti di Regioni e Comuni non vogliono essere messi a margine e si opporranno con tutte le loro forze», prevede Giovanni Galgano, che come direttore di Public Affairs Advisors, società che fa consulenza ad alcune aziende petrolifere, sta seguendo da vicino l’iter parlamentare dello Sblocca Italia. Se alla fine il governo riuscirà però nel suo intento, il cambiamento potrebbe dare il via libera alle trivellazioni un po’ ovunque. I soli permessi di ricerca in attesa di risposta sono 112, cui si aggiungono 18 richieste per sfruttare risorse già individuate. Giacimenti sparpagliati in tutto lo Stivale, dalle Prealpi al Canale di Sicilia.
Ombrina Mare, in Abruzzo, è uno dei progetti più controversi: Rockhopper, società di diritto inglese, prevede di estrarre circa venti milioni di barili di greggio e di costruire un centro-oli galleggiante. Tutto a sei chilometri dalla costa teatina, un’area protetta. Da qui la protesta degli abitanti, che temono di vedere l’intero Abruzzo ridotto a un gruviera. «Tra giacimenti attivi e aree di potenziale sviluppo», riassume Enrico Gagliano, responsabile locale del comitato No Triv, «sono coinvolti 3.970 chilometri quadrati, pari a circa il 40 per cento della superficie dell’intera regione».
Anche la Lombardia ha attirato l’attenzione dei petrolieri, che ne stanno scandagliando il territorio in 14 siti diversi, compresi quelli del Parco agricolo Milano Sud e dei parchi regionali Adda Sud e Adda Nord. Una mano, lo Sblocca Italia, potrebbe darla subito al progetto Ibleo di Eni, che prevede di scavare otto pozzi al largo della costa di Gela. E pure alla Saras della famiglia Moratti e della russa Rosneft, che vorrebbe cercare gas vicino a Oristano ma finora è stata bloccata dal no della Regione Sardegna.
Immaginando un via libera generalizzato, le società energetiche si fregano le mani. «Sullo sfruttamento di idrocarburi», spiega Giuseppe Rebuzzini, analista della società d’investimento Fidentiis, «i margini di guadagno possono essere molto alti in Italia. Il nostro è infatti uno dei pochi Paesi al mondo dove le estrazioni sono ancora relativamente facili, poco profonde in mare e tecnicamente semplici a terra. E poi c’è da considerare la vicinanza al mercato finale, che permette di abbattere i costi di trasporto e vendere a prezzi buoni».
Ma qual è, in tutto questo, il vantaggio per l’Italia? Il governo dice che le compagnie petrolifere sono pronte a investire 15 miliardi di euro. Un flusso di denaro che creerebbe lavoro: «Venticinquemila posti stabili», prevede Pietro Cavanna, presidente di Assomineraria, «a cui se ne aggiungerebbero circa 100 mila nella fase di costruzione delle opere». Non poco, se si considera che oggi il settore occupa 40 mila persone. In più lo Stato vedrebbe diminuire le sue importazioni di energia dall’estero. E il gettito fiscale aumenterebbe: nel 2013, tra royalties e imposte varie (grafico a pagina 128), i petrolieri hanno versato all’erario 1,6 miliardi; cifra che, se raddoppiasse la produzione, dovrebbe crescere proporzionalmente.
Anche sui benefici economici, però, non tutti sono d’accordo. E l’opposizione non arriva solo dagli ambientalisti. Dice Leonardo Maugeri, ex direttore delle strategie di Eni e ora docente ad Harvard: «L’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, gli occupati stabili sarebbero poche migliaia». Meglio allora lasciar perdere? Marzio Galeotti, docente di Economia dell’Energia alla Bocconi, dice di sì: «La strategia energetica di Renzi è miope, punta a racimolare soldi rapidamente con le scarse risorse d’idrocarburi che abbiamo, mentre puntando sull’efficienza e le energie alternative potrebbe ottenere gli stessi benefici economici, ma a lungo termine ed evitando rischi ambientali».
Altri, come Maugeri, ne fanno una questione di quantità: «Dove ci sono riserve importanti, compatibilmente con le norme ambientali, è giusto investire, ma quando i giacimenti hanno dimensioni modeste o incerte conviene lasciar perdere, si rischia di rovinare il territorio». C’è solo una cosa mette d’accordo tutti gli esperti. Le riserve italiane sono limitate: quelle certe sono pari a 126 milioni di tonnellate di olio equivalente, sostiene il ministero dello Sviluppo economico. Raddoppiando la produzione nazionale, nel 2013 pari a 11,8 milioni di tonnellate, si esaurirebbero in poco più di 10 anni. E poi che si fa?