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Economia
novembre, 2014

Inter, buchi in bilancio e tiri Mancini

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Il patron Thohir cerca soldi, mentre la squadra annaspa in campo. ?E il cambio di allenatore costa caro

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Quattro mesi in tutto. Cento giorni o poco più di calcio giocato, amichevoli estive comprese. Tanto è bastato a Erick Thohir per cancellare quello che a luglio aveva definito un «punto fermo» della nuova Inter. Walter Mazzarri se ne va. Torna Roberto Mancini.

I tifosi nerazzurri (quasi tutti) festeggiano il cambio in corsa dell’allenatore. Le banche creditrici, guidate da Unicredit, un po’ meno. Per non parlare degli ispettori dell’Uefa, la federazione calcistica europea, che solo un paio di settimane fa, ai primi di novembre, avevano pazientemente ascoltato i piani di rilancio presentati dal presidente indonesiano: un canovaccio di promesse nel nome del rigore finanziario. E invece l’Inter di Thohir sbanda alla prima curva.

Scatole societarie

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Mancini costa caro: 8 milioni l’anno tasse comprese, a cui vanno aggiunti almeno 2-3 milioni per lo staff del nuovo tecnico. E Mazzarri, se nel frattempo non troverà una squadra, andrà pagato fino alla scadenza del contratto nel giugno del 2016, con una spesa complessiva di una decina di milioni a stagione, considerando anche i collaboratori dell’allenatore uscente.

Il salasso non sembra esattamente in linea con i buoni propositi sbandierati da Thohir. Il successore di Massimo Moratti vuol riportare la squadra tra le top ten d’Europa per risultati sportivi e numeri di bilancio. Il fatto è che i due obiettivi, l’uno economico e l’altro calcistico, si contraddicono a vicenda, almeno in apparenza.

Dai tempi dell’Inter vincente di José Mourinho il giro d’affari dei nerazzurri si è dimezzato. L’ultimo bilancio, chiuso nel giugno scorso, indica ricavi per 167 milioni. Poca cosa rispetto ai 323 milioni del 2010, l’anno dei successi in Campionato e Champions League.

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Nel frattempo, la politica dei tagli avviata nell’ultima fase della gestione Moratti ha innescato una spirale negativa. Solo i successi sportivi garantiscono ricavi supplementari, per esempio sotto forma di nuovi sponsor, premi e proventi televisivi per la partecipazione alla Champions League. D’altra parte per vincere sul campo servirebbero investimenti in calciatori di prima fascia, i cosiddetti top players. E invece nelle ultime stagioni, per non dare il colpo di grazia ai conti, l’Inter è stata costretta a muoversi al risparmio sul calciomercato. Risultato finale: la classifica resta mediocre, il fatturato vola basso e, di conseguenza, la società nerazzurra non può permettersi una campagna acquisti altisonante.

Come se ne esce? Thohir può sperare nelle disgrazie altrui. Nel senso che in un campionato tecnicamente mediocre come quello italiano anche un’Inter di piccola taglia potrebbe in teoria aspirare a risultati di vertice. L’andamento dei primi mesi del campionato, con la squadra milanese che naviga mestamente nelle retrovie, non è però dei più incoraggianti. C’è poco da fare, allora. Per tornare grandi servono soldi. Il piano presentato da Thohir all’Uefa guarda al lungo periodo. Cinque anni per riportare il club ai fasti di un tempo.Questo è quanto sostiene l’imprenditore indonesiano che dodici mesi fa ha comprato l’Inter da un Moratti logorato nello spirito e nel portafoglio. Non tanto però da vendere del tutto la sua partecipazione nel club. L’ex patron rimane infatti azionista dell’Inter con una quota del 29,5 per cento anche dopo le sue dimissioni dalla carica di presidente onorario, arrivate, a sorpresa, qualche settimana fa. Vecchio e nuovo convivono, quindi, almeno formalmente. Tanto che dietro il ritorno di Mancini (un altro ex) alcuni osservatori vedono anche i suggerimenti di Moratti.

Ricavi in perdita: l'andamento dal 2009 al 2014

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L’ingaggio del nuovo tecnico può servire per ridare entusiasmo a un ambiente, squadra e tifosi, molto demoralizzato dopo il difficile inizio di campionato. Le speranze e le ambizioni di Thohir rischiano però di scontrarsi con le urgenze di bilancio. La cassa, forse, non è già vuota, come sostengono molte Cassandre, spesso interessate. Di certo però le risorse disponibili non bastano a finanziare i piani di rilancio disegnati dai nuovi dirigenti del club. Qualche numero basta a dare un’idea della situazione.

L’Inter ha concluso l’ultimo campionato nel segno di Moratti, quello 2012-13, con perdite per poco meno di 80 milioni su 201 milioni di ricavi. Per tappare il buco, il presidente uscente nell’ottobre dell’anno scorso ha messo mano al portafoglio per l’ennesima volta staccando un assegno di 11 milioni. Di lì a poco, a novembre, è arrivato Thohir che ha preso il controllo della squadra versando 75 milioni nelle casse della società. L’iniezione di liquidità è servita a tamponare le falle, riportando in positivo il patrimonio netto sceso sotto zero, e a dare ossigeno al club per qualche mese. Infatti, i costi della macchina Inter continuano a essere molto superiori ai ricavi, nonostante il taglio della rosa dei calciatori, la diminuzione del valore medio degli stipendi e la riduzione delle spese generali.

Non per niente, già in primavera, pochi mesi dopo il primo aumento di capitale, il patron è dovuto intervenire con un prestito tampone alla sua società. Un’operazione, quest’ultima, non proprio disinteressata, perché i soldi del presidente costano, e costano cari. In sostanza, come si è appreso nei giorni scorsi, Thohir ha girato 22 milioni all’Inter a un tasso dell’otto per cento. Significa che la squadra, già in grave difficoltà, dovrà sobbarcarsi oneri supplementari per un altro paio di milioni l’anno per pagare gli interessi al suo azionista. Una simile manovra è stata vissuta come un affronto da molti interisti. Peggio, una volgare speculazione ai danni dei colori nerazzurri. Quel prestito, però, è il segno tangibile del nuovo che avanza. Si è chiusa per sempre l’era di Moratti, il presidente tifoso che nell’arco di vent’anni ha sborsato oltre un miliardo di euro con la sola motivazione della passione calcistica. Football is business, adesso è questa la parola d’ordine. E non c’è spazio per le discussioni, figurarsi per i sentimenti.

Resta il problema di sempre, quello di far quadrare i conti. Thohir è marcato da vicino dagli ispettori Uefa. Per partecipare alle competizioni europee bisogna rispettare le regole del cosiddetto fair play finanziario e la società nerazzurra, che da un decennio viaggia in profondo rosso, si trova ai primi posti nella lista dei sorvegliati speciali. È anche per questo che in questi giorni si moltiplicano le voci su un possibile nuovo aumento di capitale per dare ossigeno ai conti. Secondo indiscrezioni, servirebbero 40-50 milioni e si dice anche che Thohir sia alla ricerca di alleati con cui condividere lo sforzo finanziario. Su giornali e siti Internet è rimbalzato anche il nome dell’ex presidente Ernesto Pellegrini come uno dei possibili investitori, a quasi vent’anni di distanza da quando, nel 1995, vendette a Moratti.

Si vedrà. Intanto, per il momento sembra escluso un nuovo intervento delle banche. Sono passati solo pochi mesi da quando, a giugno, un pool di istituti guidati da Unicredit, ha finanziato le ambizioni del nuovo patron indonesiano con un prestito di 230 milioni confezionato su misura per l’Inter. Questione di ingegneria finanziaria. Con il club nerazzurro, assistito per l’occasione dai manager della Goldman Sachs, che ha concentrato in una nuova società, la Inter Media and Communication, tutte le attività legate al marchio, alle sponsorizzazioni, allo sfruttamento commerciale di immagini d’archivio della squadra e altro ancora. L’operazione è servita a creare una plusvalenza di 139 milioni che è andata a coprire le perdite nel bilancio civilistico della squadra, chiuso al 30 giugno scorso con un profitto di 33 milioni.

È un gioco puramente contabile. Infatti a livello consolidato, eliminando le transazioni tra società dello stesso gruppo, i conti restano in perdita per oltre 100 milioni. In questa partita di giro gli unici soldi veri li hanno forniti le banche con il loro prestito di 230 milioni di euro. Il capitale della neonata Inter Media è stato utilizzato come garanzia per il finanziamento. Si spiega così la ratio di tutto l’affare. I banchieri hanno ricevuto in pegno attività valutate 290 milioni, proprio quello che chiedevano per sbloccare i fondi di cui l’Inter aveva disperato bisogno. Thohir, da parte sua, è riuscito a fare il bis di un’operazione che era già stata varata da Moratti otto anni fa, nel 2006. Anche allora il club nerazzurro era alla ricerca di nuove risorse finanziarie e riuscì a ottenere 120 milioni cedendo il marchio a una società controllata (Inter Brand) poi data in pegno alle banche creditrici.

Nel maggio scorso, una parte degli asset al centro dell’operazione del 2006 sono finiti di nuovo in pegno alle banche, dopo essere stati trasferiti in un nuovo contenitore, la già citata Inter Media. È un gioco di prestigio da manuale, ma c’è poco da festeggiare. A parte gli interessi, circa 12 milioni annui, che corrono da subito, a partire da luglio dell’anno prossimo Thohir dovrà cominciare a restituire anche il capitale al ritmo di 3 milioni a trimestre. Piove sul bagnato.

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