
Eccola qua la leggendaria tempra del viejo Macri, 85 anni, uno dei patrimoni privati più grandi dell’America del sud e nessuna voglia di farsi da parte. Dicono di lui che da qualche mese si sia isolato, abbattuto e depresso.
Che l’elezione alla presidenza della Repubblica di suo figlio Mauricio l’abbia fatto felice sì, ma di uno strano orgoglio inquieto. Lui, il patriarca, il pioniere ineguagliabile, il padre iperesigente, superato per successo dal figlio ribelle, il primogenito per giunta, che ha osato preferire alle imprese di famiglia prima la scalata alla presidenza del Boca Juniors, la squadra di Maradona, e poi, dopo il calcio, la politica.
Una relazione da romanzo psicologico tra padre e figlio, screzi pubblici e una complicata passione reciproca. Mauricio Macri la liquida così: «È tutto a posto. Quando l’ho visto spuntare in mezzo alla gente alla vigilia del ballottaggio, quando è venuto ad abbracciarmi e ho capito che s’era emozionato, qualsiasi cosa ci fosse da sciogliere s’è sciolta. In fondo, tutti in qualche maniera ci aspettiamo l’approvazione paterna, no?».
Gli amici di famiglia sussurrano invece di una mai sopita rivalità. Non c’è traccia di tutto ciò nella voce di Franco Macri. L’unica rabbia che traspare, ogni tanto, è il timore di non avere molto tempo davanti, di non poter a lungo continuare a “fare”. Vuole fare, Franco Macri: «E certo, io sono un muratore».
Gli è andata benino come muratore. Cantieri in Argentina, Brasile, Venezuela, Uruguay, e New York. Un milione e duecentocinquantamila dipendenti. Quartieri interi, ponti, strade, automobili (Fiat, Peugeot), la prima centrale nucleare dell’America latina, centrali idroelettriche, tecnologia per l’industria del gas, raccolta dei rifiuti. Anche la concessione per il pedaggio dell’Autopista del Sol, l’A1 argentina. Tutta roba sua.

A chi arriva ora via mare a Buenos Aires, la skyline del porto appare disegnata attorno a una grande torre di vetro e acciaio che riflette le luci del Río de la Plata. È la Torre Catalinas, progettata negli anni Sessanta dal cantiere Franco Macri. Lui si vanta d’essere «el hombre que le cambiò la cara (la faccia) a Buenos Aires. Quando guardo questa piccola Manhattan vedo che i miei grattacieli si fanno notare per bellezza, nonostante siano stati costruiti decenni fa».
Tre giorni dopo l’arrivo in Argentina suo padre gli trovò un lavoro come impiegato nella costruzione del quartiere di case popolari Ciudad Evita. «Da lì -piano piano, ho fatto il resto».Il suo decollo economico è stato negli anni Settanta, in piena dittatura militare (’76-’83). L’ex presidente Cristina Kirchner ancora gli rinfaccia il regalo ricevuto nel 1982, quando i debiti di grandi imprese private (40 miliardi di dollari) tra cui quelli del gruppo Macri, furono abbondantemente scontati e la differenza fu pagata dallo Stato.
Dice di lui il saggista argentino Santiago Farrell: «Franco Macri ha sempre avuto buone relazioni con il governo. È la versione locale del capitalismo de amigos. Con il presidente Menem ottenne alcune privatizzazioni, per esempio quella dei servizi postali, che poi Kirchner gli espropriò. Con i Kirchner ha saputo però mantenere buoni rapporti».
Lui preferisce raccontare di quando la presidente Isabelita Perón gli paralizzò il cantiere della Torre Catalinas perché passando lì davanti in auto rimase abbagliata dal riflesso del sole sulla facciata. Se gli si dice che è stato un uomo di potere ribatte: «Io ero uno che lavorava. Non l’ho fatto per accumulare denaro, i soldi li ho sempre reinvestiti». Poi ci ripensa: «Il mio rapporto col potere, col governo del momento, non ha mai cambiato il mio modo di ragionare. Fare affari con me conveniva al Paese e a me. Non ho mai cambiato il mio stile per compiacere qualcuno».
Ammette: «A me piaceva Néstor Kirchner al governo. Sua moglie no. Lui invece l’ho votato». Quindi è a suo modo peronista, il padre dell’unico presidente non peronista che abbia avuto l’Argentina democratica (a parte il radicale Alfonsín). «C’è stata una corruzione gigantesca durante il kirchnerismo», puntualizza Macri, «ma c’è una cosa fondamentale da chiarire: il motore della corruzione sono gli imprenditori. Non c’è corruzione se non ci sono imprenditori che pagano. Grazie a mio figlio e alle circostanze che lo permettono, questo Paese rientrerà nella comunità mondiale. Mauricio già ha l’appoggio del mondo. È venuto anche Renzi e ha fatto benissimo. Vorrei mandare un messaggio agli italiani, se volete venire in Argentina a investire e vi servono consigli, io sono qui».