
In pochi mesi Mauricio Macri, ex presidente del Boca Junior, imprenditore, figlio di un immigrato italiano divenuto milionario, ha raso al suolo a suon di decreti l’intera costruzione politica del kirchnerismo incentrata sui Diritti Umani e Civili e sulla pratica economica keynesiana a sostegno del mercato interno e del salario.
Di contro, gli slogan elettorali della “Rivoluzione dell’Allegria” e della “Povertà Zero”, sembravano scongiurare l’attuazione di tagli drastici della spesa pubblica e di politiche ulteriormente recessive, riuscendo a convincere anche alcuni settori progressisti, come per esempio quello del Partito Socialista.
Macri, con i suoi slogan sulla “rivoluzione dell’allegria” e sulla “Povertà zero” aveva illuso di poter raddrizzare un’economia zoppicante. In realtà ha operato finora con l’obiettivo di reinserire l’Argentina all’interno del circuito finanziario internazionale, seguendo i dettami classici dell’ortodossia monetaria.
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Dopo sei mesi di governo le promesse elettorali sono svanite: sul fronte sociale sono aumentati drasticamente gli indici di inflazione, di disoccupazione, e di povertà, mentre sul piano istituzionale non sembra essere migliorata la qualità dell’ordinamento parlamentare repubblicano, date le eccezionali attribuzioni assunte dell’esecutivo attraverso l’uso massiccio dello strumento del “Decreto di Necessità ed Urgenza”.
Mauricio Macri ha iniziato il mandato a suon di decreti legge . Ha nominato per decreto due giudici della Corte Suprema attuando una forzatura istituzionale inedita. E sempre per decreto ha modificato la legge per i Servizi e la comunicazione audiovisiva, approvata nel 2013 dopo un lunghissimo dibattito in cui aveva partecipato un ampio spettro della società civile, e che forniva un imprescindibile quadro legale che impediva la concentrazione di grandi gruppi editoriali nel settore multi-media.
La politica di riduzione della spesa ha inoltre finora colpito solo le classi medie e basse mentre il settore imprenditoriale più tradizionale, come quello agro-industriale, è stato premiato da diverse misure, prima fra tutte la svalutazione del 30 per cento del peso rispetto al dollaro, che ha determinato un aumento dei guadagni per chi esporta e riceve pagamenti nella divisa statunitense.
L’eliminazione delle trattenute sulle esportazioni di grano e quelle del settore minerario, è un’altra delle misure che hanno favorito i settori imprenditoriali a scapito delle entrate fiscali, con perdite per migliaia di milioni di dollari dal settore trainante dell’economia argentina. Milioni che il governo precedente spendeva in politiche sociali.
Tra le misure iniziali a sostegno della “rivoluzione dell’allegria” ci sono stati licenziamenti massicci nell’amministrazione pubblica: in base a una statistica tenuta dagli stessi impiegati dello Stato al mese di maggio la cifra totale ammonta a 33.000 e, in particolare, sono stati colpiti i settori della sanità e della cultura.
Le politiche recessive hanno dato impulso ai licenziamenti anche nel settore privato, dove oltre 150.000 persone hanno perso il lavoro. La chiusura di alcuni mezzi stampa che sopravvivevano grazie al sostegno della pubblicità ufficiale ha lasciato per strada centinaia di giornalisti e ha messo a tacere possibili voci di dissenso.
Gli aumenti dei prezzi dei servizi pubblici ai quali Macri ha deciso di togliere i sussidi - luce, gas, acqua e trasporti - sono siderali, con medie tra il 300 e il 500 per cento. Ne sono vittime, oltre ai cittadini comuni, i piccoli commercianti e le piccole fabbriche che non possono far fronte al nuovo livello di spesa e si liberano degli impiegati o chiudono.
L’inflazione dell’ultimo mese è stata stimata da diversi istituti intorno al 6,9 per cento, ed è la più alta degli ultimi 14 anni. L’indice tuttavia non è ufficiale, perché una delle prime misure del governo è stata sospendere la diffusione degli indicatori dell’Istituto nazionale di statistica, in attesa di una revisione completa dei metodi applicati dalla precedente gestione kirchnerista.
Per completare il quadro sociale inoltre, l’Osservatorio per il debito sociale dell’Università Cattolica Argentina stima che la povertà sia salita al 34,5 per cento nel primo trimestre 2016 rispetto al 29 per cento del trimestre precedente.
Il governo non vuole sentire critiche. Parla della “pesante eredità” ricevuta e chiede pazienza fino al secondo semestre. Secondo gli economisti, è possibile che il ritmo dell’inflazione rallenti, ma ciò sarebbe accompagnato da una conseguente ulteriore depressione della domanda. I supermercati e i centri commerciali appaiono oggi vuoti nonostante le numerose offerte e le promozioni.
Macri ha svalutato il peso e tolto le restrizioni all’acquisto di dollari, una richiesta della classe media abituata a risparmiare in quella valuta. Stando alle ultime misure adottate è possibile comprare fino a 5 milioni di pesos in dollari al giorno. L’aumento dell’aliquota minima dell’imposta sul reddito, invece, chiesta da settori sindacali ben remunerati e non legati al kirchnerismo come quello dei camionisti, non si è concretizzato ancora.
Le politiche dei diritti umani che hanno fatto diventare l’Argentina un faro a livello mondiale non sono state toccate. «Sono politiche di Stato», dice Macri. Tuttavia è notizia degli ultimi giorni la deroga sempre via decreto, della norma istituita dall’ex presidente Raúl Alfonsín che imponeva il controllo dell’esecutivo sulla nomina, trasferimento e promozione, delle più alte cariche nelle Forze Armate.
Un gesto significativo e inquietante che configura anche su questo fronte uno stravolgimento politico radicale. Le associazioni di diritti umani, tra cui le “Abuelas” di Plaza de Mayo, denunciano di essere rimaste adesso di fatto senza finanziamenti istituzionali. In questo clima si fanno quindi strada all’interno della stessa coalizione di governo le voci negazioniste dei crimini della dittatura militare. Per il quarantesimo anniversario del golpe militare, lo scorso 24 marzo, nelle piazze di tutte le città si sono raccolte centinaia di migliaia di manifestanti per sostenere i processi agli autori del genocidio al grido di “verdad y justicia”.
In questo quadro si registra inoltre anche una intensificazione della violenza della polizia sui giovani delle zone più povere, mentre ha suscitato forti critiche e la denuncia da parte di Amnesty International la carcerazione preventiva che si protrae da mesi della dirigente del movimento popolare Tupac Amaru, Milagros Sala, senza che le sia stata formulata un’accusa precisa.
Con le sue cooperative e un’oculata gestione di finanziamenti forniti dal governo Kirchner, Milagros Sala ha costruito a Jujuy, una delle provincie più povere, una estesa rete di case e servizi popolari. Il crescente potere della sua organizzazione ha portato l’establishment a dichiararla una nemica pubblica.
Lo stesso Papa Francesco, ha inviato in carcere a Sala un rosario benedetto suscitando non poco imbarazzo nell’esecutivo. Il pontefice non si è preoccupato di osservare la forma quando si è trattato di esprimere, per ora privatamente, la sua opposizione alle politiche di Macri e in Argentina sono tema di un acceso dibattito le ragioni della scarsa simpatia ed estrema freddezza del papa verso l’attuale presidente argentino.
Macri da parte sua ha invece ottenuto l’appoggio di Barack Obama, più in sintonia con il nuovo governo che con il presunto antiamericanismo di Cristina. Il premier statunitense ha parlato nella sua recente visita in Argentina di una “nuova era” per il Paese.
Mauricio Macri, che ha assunto tra le altre cose come bandiera la lotta alla corruzione, è stato implicato direttamente dalle rivelazioni dei Panama Papers (vedi box a pagina 56), dove figurano a suo nome diverse società offshore in Centroamerica. La copertura dello scandalo da parte dei principali media vicini al governo, che hanno partecipato all’inchiesta globale (in Italia è “l’Espresso” che ha pubblicato in esclusiva i Panama Papers) sono state estremamente limitate nonostante il coinvolgimento del presidente.
Secondo le società di sondaggi, nei primi tre mesi, la popolarità di Macri è scesa del 10 per cento. Anche se è troppo presto per anticipare il risultato delle elezioni legislative dell’anno prossimo, la “rivoluzione dell’allegria” ha davanti a sé una lunga strada da percorrere.