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Economia
agosto, 2021

Mps, così la trappola di Draghi ha incastrato i partiti. E il Pd rischia più di tutti

Il capo del governo è pronto a vendere a Unicredit, ma Letta candidato a Siena deve affrontare la rivolta della città. Conte e Salvini invece prendono tempo e vorrebbero pompare altri soldi pubblici in una banca che ha perso 24 miliardi in 10 anni

Dopo 10 anni di crisi con 8 bilanci in rosso, 23,5 miliardi di perdite e 5,4 miliardi di aiuti di Stato, il Monte dei Paschi è arrivato all’ultima curva della sua storia pluricentenaria per infilarsi in un tunnel più buio che mai. Preceduto da mesi di indiscrezioni, e di fughe di notizie interessate, con conseguenti manovre speculative in Borsa, giovedì 29 luglio Unicredit si è finalmente fatto avanti per comprare la banca senese sull’orlo del crack. L’istituto guidato da Andrea Orcel, insediatosi ad aprile sulla poltrona di amministratore delegato, è pronto ad assorbire Mps, ma pretende di farlo praticamente a costo zero. I crediti a rischio (circa 4 miliardi) e gli oneri per vertenze legali (non meno di 6 miliardi) devono restare in capo allo Stato, cioè ai contribuenti. E le casse pubbliche potrebbero finire per accollarsi anche il miliardo necessario ad accompagnare alla pensione fino a 6mila dipendenti considerati di troppo nei piani dell’ipotetico acquirente. A queste condizioni, e solo a queste, Orcel ha accettato di aprire ufficialmente una trattativa con il governo, che tramite il ministero dell’Economia è il maggior azionista di Mps con una quota del 64 per cento, frutto del salvataggio orchestrato quattro anni fa con il via libera dell’Unione europea. Ed è proprio Bruxelles, adesso, che pretende l’uscita dello Stato dal capitale del Monte entro aprile del 2022, come previsto dall’intesa siglata nel 2017.


Mario Draghi conosce bene la situazione. Le alterne vicende della banca senese, con il suo strascico di polemiche, buchi in bilancio e affari sballati, hanno più volte incrociato il percorso del futuro presidente del Consiglio. Si comincia già nel 2007 quando Draghi, all’epoca governatore della Banca d’Italia, non si oppose all’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps. Fu proprio questa operazione, conclusa al prezzo stellare di 9 miliardi con l’ok di Bankitalia, a dissanguare il bilancio del compratore alla vigilia della crisi finanziaria globale destinata a esplodere di lì a poco. A partire dal 2011, quando la mina vagante del Monte dei Paschi arrivò a minacciare la stabilità del sistema finanziario nazionale, fu ancora Draghi, questa volta nel ruolo di presidente della Banca Centrale Europea, a sorvegliare le manovre del governo di Roma per evitare il dissesto dell’istituto toscano.


Adesso la situazione appare ancora più complicata, anche per una questione di tempo. Il salvataggio di Mps, compreso un aumento di capitale da 2,5 miliardi indispensabile per tappare le falle in bilancio, dovrà essere messo a punto entro la fine dell’anno per poi concludersi, nel rispetto degli impegni con Bruxelles, entro aprile del 2022. Ecco perché Unicredit e il Tesoro, nell’accordo annunciato a fine luglio, si sono dati un termine di soli 40 giorni per arrivare a un accordo definitivo. Nel piano di Draghi la rapidità d’esecuzione è un fattore decisivo. Serve a mettere di fronte al fatto compiuto i partiti, nessuno escluso, da sempre interessati a sfruttare la crisi di Mps come moltiplicatore dei consensi. E infatti, com’era prevedibile, la mossa a sorpresa di Palazzo Chigi è piombata nello stagno del Parlamento sollevando un’ondata di critiche, distinguo e accuse incrociate.


Dal fronte Cinque Stelle, Giuseppe Conte chiede al governo di farsi valere in Europa per ottenere maggiori garanzie «sulla tutela dei posti di lavoro e dei soldi dei contribuenti», come l’ex premier ha dichiarato in un’intervista al quotidiano La Stampa. Sarebbe la prosecuzione della linea attendista, e infruttuosa, seguita dai due precedenti esecutivi guidati proprio da Conte. Al momento, però, Bruxelles sembra tutt’altro che disposta a concedere proroghe di sorta, mentre il conto finale per le casse pubbliche non potrà che aumentare con il passare del tempo, al pari delle perdite nei conti di Mps.

 

Lo stesso piano strategico presentato a fine 2020 dall’amministratore delegato Guido Bastianini, nominato l’anno scorso grazie con l’appoggio decisivo dei grillini, prevede il ritorno a un utile di poche decine di milioni, non prima del 2022, ammesso che entro quest’anno venga coperto il buco patrimoniale con l’aumento di capitale di 2,5 miliardi di cui almeno 1,6 miliardi a carico dello Stato. «No alla svendita», strepita Matteo Salvini dall’altro capo della maggioranza di governo, ma quando entra nel merito della vicenda il leader della Lega finisce per incartarsi tra una richiesta di «più tempo per la privatizzazione» e il progetto di una futuribile Banca dei Territori che dovrebbe nascere dall’unione di Mps con altri due istituti da poco scampati al dissesto grazie alle garanzie di Stato, come Carige e Popolare Bari. Salvini però non spiega che il risultato dell’operazione da lui suggerita sarebbe una grande “bad bank” in grado di funzionare solo grazie alla benzina fornita dalle casse pubbliche.


Anche la proposta di Unicredit a Draghi si regge su una dote patrimoniale miliardaria generosamente elargita dal governo, ma ha il vantaggio, se Bruxelles darà il via libera, di chiudere una volta per tutte la partita Mps dopo un decennio di lacrime e sangue. Il copione ricalca quello già andato in scena nel 2017, quando il governo evitò il crack di Popolare Vicenza e Veneto Banca, finanziando con cinque miliardi l’intervento di Banca Intesa. Anche allora l’operazione venne presentata come il male minore rispetto a una liquidazione che avrebbe avuto effetti ben più destabilizzanti sul sistema economico e finanziario, soprattutto nel Nordest del Paese, per non parlare della perdita delle migliaia di posti di lavoro in forza all’organico delle due banche fallite.
Questa volta, però, a pagare il conto, quello politico, dell’operazione rischia di essere il Pd, che a Siena ha fatto per decenni il bello e il cattivo tempo avallando, tramite la locale fondazione azionista di maggioranza della banca, tutte le iniziative che hanno causato il disastro del Monte, a cominciare dall’acquisizione di Antonveneta.


Rischia grosso Enrico Letta, che si è candidato alle elezioni suppletive per la Camera in calendario a settembre nella città del Palio. Tutto ruota intorno al Monte, tanto per cambiare. Tre anni fa Pier Carlo Padoan, che da ministro dell’Economia aveva appena firmato il salvataggio di Mps, venne catapultato a Siena per essere eletto deputato in un collegio tradizionalmente blindato per il partito erede del Pci. In quella che appare come un’apoteosi del conflitto d’interessi, a novembre del 2020 Padoan è passato da Montecitorio alla presidenza di Unicredit, da dove è stato costretto, per salvare almeno le apparenze, ad astenersi sul voto in cui il consiglio di amministrazione della banca ha deciso di procedere con l’offerta per il Monte dei Paschi.


Caso vuole che adesso la campagna elettorale per conquistare il seggio lasciato libero dall’ex ministro coincida con i 40 giorni della trattativa decisiva per le sorti del Monte e Letta non può fare altro che prendere le distanze da un piano, quello di Unicredit, che prevede tagli pesanti di personale a Siena, nella direzione centrale di Mps. «Chiederemo di tutelare il lavoro di migliaia di persone e il prestigio di migliaia di persone», si è subito messo sulla difensiva il segretario Pd, costretto a un complicato esercizio di equilibrismo. Con Draghi al governo, ma anche contro, quando l’intesa con Unicredit prevede di cancellare, o quasi, da Siena il marchio Mps. La banca guidata da Orcel, infatti, è interessata soprattutto alla rete commerciale dell’istituto in vendita, con l’obiettivo di rafforzare la sua posizione nel lombardo-veneto e in Toscana. Buona parte delle altre filiali, a cominciare da quelle del Sud potrebbe invece finire in una società da aggregare alla Popolare Bari sotto controllo pubblico. Ancora più incerto il destino di centinaia di dipendenti della sede centrale, che certo non rientrano nei piani di Orcel e sono difficili da piazzare altrove. Per gran parte di loro si prospetta il prepensionamento o un esodo incentivato a spese dello Stato.


Siena protesta. Chiede garanzie. Se la prende con il governo e con Letta. A dire il vero, però, anche il piano strategico da poco presentato da Bastianini, l’amministratore delegato in carica, prevede il taglio di un migliaio di posti di lavoro nel quartier generale di Mps. Chissà se a settembre, al momento di votare, a Siena se ne ricorderà qualcuno.

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