Nuove tecnologie

Resteremo senza lavoro per colpa dell’intelligenza artificiale?

di Alessandro Longo   10 ottobre 2022

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Secondo gli esperti l’avvento dell’Ia provocherà una perdita di posti ma ne creerà di nuovi in mercati nascenti. Ma è una rivoluzione che, a differenza di quella digitale, riguarda tutti i settori. E porta con sé il rischio di nuove diseguaglianze se la politica non interviene

Il futuro del lavoro prende forma in due scenari possibili. Uno idilliaco, o quasi. L’altro, infernale.

 

Nel primo, tutti avremo più tempo libero e ci penseranno robot – di tipo meccanico o software – a fare il “lavoro sporco”. Quello noioso, pericoloso o usurante per noi umani. L’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende, inoltre, sbloccherà la produttività che ristagna da decenni in Occidente, favorendo la crescita dei salari.

 

Nel secondo scenario, tutto l’opposto. L’automazione farà saltare del tutto i rapporti di forza tra lavoratori e imprenditori, permettendo a questi ultimi di ridurre i salari in nome del profitto. Quasi tutti avranno un lavoro mal pagato. Le diseguaglianze, già da tempo in crescita, arriveranno alle stelle. Fino a scatenare una crisi dei consumi che danneggerà l’intera economia.

 

La differenza di esito tra il primo e il secondo scenario la faranno le politiche sociali degli Stati.

 

È una tesi contenuta in un libro uscito in Italia da qualche settimana, “Il dominio dei robot”, di Martin Ford, informatico e imprenditore statunitense già autore di “Il futuro senza lavoro” (entrambi per il Saggiatore). Ford in realtà sposa preoccupazioni e soluzioni politiche esposte, con crescente frequenza, da numerosi esperti negli ultimi anni (anche se Ford comunque offre qualche elemento nuovo nelle proposte).

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«Il digitale finora non ha creato problemi occupazionali – anzi – perché è complementare alle nostre facoltà umane. Non vi si pone in competizione. Al contrario dell’intelligenza artificiale che sempre più si mostra capace di sostituirci nelle competenze manuali e cognitive», riassume a L’Espresso Stefano Scarpetta, direttore per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali all’Ocse, la storica organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

 

«L’innovazione tecnologica sta aumentando la destrezza e la mobilità dei robot, fattori che sono sempre stati i loro grandi limiti nei posti di lavoro», aggiunge a L’Espresso Ford. «Di conseguenza gli esperti prevedono che molte fabbriche saranno tutte automatiche nel 2030. Jeff Bezos (capo di Amazon, Ndr.) ne ha già fatta una», continua.

 

Al tempo stesso, i software con intelligenza artificiale (Ia) riescono a simulare competenze umane in un numero crescente di ambiti, come contabilità, pianificazione di risorse, perizie. Studi della Stanford university, Brookings institution e Mit technology review tra il 2021 e il 2022 notano che dopo la pandemia l’intelligenza artificiale ha cominciato con forza a prendere varie funzioni tipiche dei “colletti bianchi”, risparmiati invece dalla precedente ondata di automazione, che ha riguardato quasi solo fabbriche e agricoltura.

 

Il fenomeno accelera. Il noto osservatorio McKinsey prevede che 45 milioni di posti di lavoro negli Usa saranno sostituiti dall’automazione entro il 2030; prima della pandemia la sua stima era di 37 milioni.

 

«Sono d’accordo con l’economista Larry Summers, secondo cui l’Ia può portare al 25-30 per cento la disoccupazione reale negli Stati Uniti entro il 2050», dice Ford. «Al momento l’avanzata dell’Ia è lenta e non c’è impatto quantitativo sull’occupazione; insomma non sta creando disoccupati», dice Scarpetta. Lo conferma, per l’Italia, uno studio 2021 dell’Inapp, dell’Università di Trento e dell’Istituto di statistica della Provincia di Trento (Ispat).

«Sì, ma vediamo già un impatto qualitativo, con la sparizione di alcune categorie professionali, quelle dotate di basse competenze. Ad esempio in fabbrica», dice Scarpetta. «E l’impatto sarà rapido e ampio non appena la tecnologia maturerà al punto giusto», continua: «Allora potrebbero sparire ad esempio gli autisti di camion, che dotati di Ia si guideranno da soli. E nei call center sarà tutto automatizzato almeno al primo livello di assistenza. Teniamo conto che solo il 10 per cento delle competenze umane sarà non replicabile dall’Ia nel lungo periodo, secondo lo studio Ocse Piaac», aggiunge Scarpetta.

 

«Gli esperti concordano che l’Ia potrà fare tutto come noi (e a costi più bassi), eccetto per poche funzioni lavorative», dice Ford. Quelle che richiedono «capacità relazionali o creatività, intuito. O quelle ad alta specializzazione e dove è necessario analizzare il contesto in modo olistico prima di decidere», aggiunge Ford. Salvi insomma i lavori di alta managerialità, quelli sanitari (dottori, infermieri…), artistici; gli insegnanti, gli scienziati e pochi altri.

 

Alcuni economisti sono ottimisti. McKinsey stima che lo sviluppo dell’Ia creerà nuovi lavori, come avvenuto finora con il digitale; e che i lavoratori sostituiti dalle macchine potranno ricevere una formazione per passare a nuove mansioni. Non così ottimista il Fondo monetario internazionale che in uno studio del 2021 prevede l’aumento delle diseguaglianze nei prossimi anni per colpa dell’automazione.

 

Bisogna prima di tutto riconoscere che siamo davanti a qualcosa mai successa nella storia dell’umanità. «L’automazione ha spostato i lavoratori dall’agricoltura alla fabbrica nel corso di un secolo. E dopo li ha spostati dalle fabbriche ai servizi. La tecnologia ha creato più lavori di quanti ne ha distrutti grazie alla nascita di interi nuovi settori», dice Ford: «Ma stavolta tutti i settori sono colpiti dal progresso tecnologico, per via delle capacità dell’Ia», aggiunge.

 

Secondo punto, «i nuovi lavori creati dall’Ia saranno ad alta specializzazione, quindi per poche persone. E quelli risparmiati dall’automazione richiedono competenze che non tutti possono avere. Non è detto ad esempio che un camionista vada bene come insegnante o infermiere, pure se lo si volesse formare in tal senso. È anche una questione di talenti e vocazioni personali. I lavoratori più anziani inoltre avranno più difficoltà ad adattare le proprie competenze», dice Ford.

 

Insomma, Ford crede che ci sarà in genere meno lavoro da fare nel mondo. Allora, oltre alla formazione dei lavoratori e a una riforma scolastica, sarà necessaria un qualche reddito universale di base (Ubi, Universal basic income). Erogato dallo Stato, per chi non riuscirà a lavorare o a guadagnare abbastanza.

 

Non è una tesi nuova, se ne parla da anni e tra i primi proponenti (dal 2012) ci sono i due economisti del Mit Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee.

 

Ford tuttavia propone una particolare forma di Ubi, perché «bisogna evitare di scoraggiare la ricerca del lavoro». L’idea è quindi di dare l’Ubi a tutti (non solo ai disoccupati), anche come un extra sull’eventuale stipendio (fino a una cifra massima complessiva). C’è così anche il vantaggio di rimediare all’impatto negativo che l’Ia avrebbe sia sull’occupazione sia sui salari. Ford propone inoltre «di aumentare l’importo dell’Ubi a chi si impegna nella ricerca del lavoro, nello studio o formazione». E «se qualcuno non riesce proprio a trovare lavoro, in un mondo dominato dalle macchine, dovrebbe avere diritto a un Ubi migliore anche solo perché si prende cura di anziani, fa volontariato, studia o si dedica ad attività artistiche. Sarà pur sempre meglio di stare tutto il giorno sul divano a vedere la tv».

 

Ma come trovare i miliardi necessari a finanziare l’Ubi? Ford non ha dubbi: «Nuove tasse, alle aziende. Contraltare degli extra profitti ottenuti grazie all’automazione. Obiettivo è evitare che quei profitti aumentino le diseguaglianze; meglio invece trasformarli in soldi nelle tasche della gente e così alimentare i consumi».

 

Una sfida sarà calibrare le tasse in modo da non ostacolare l’adozione dell’Ia, che pure promette vantaggi in termini di innovazione del lavoro, della società e maggiore produttività. L’umanità ha bisogno non di eliminare l’intelligenza artificiale, ma di dirigerla per il bene comune, come stabilito anche dalla Commissione europea. Ford si dice ottimista nel lungo periodo, «alcune piccole città californiane hanno cominciato a sperimentare l’Ubi, promosso anche da alcuni politici come il democratico Andrew Young; bisogna continuare i test su piccola scala e poi lanciarlo a livello nazionale». Ma Ford è pessimista nell’immediato. «Prevedo che la politica affronterà il problema solo dopo una grossa crisi occupazionale, sociale ed economica». Ford nota che il dibattito sull’Ubi è viziato dalla faziosità: i repubblicani negli Usa sono, per partito preso, ostili a forme di reddito universale. Una storia che agli italiani risulterà familiare.