Scenari

Le prime prove di disgelo tra Cina e Stati Uniti passano dai dazi

Dopo l'accordo sulle droghe per arginare l'emergenza Fentanyl, i due giganti stanno iniziando i colloqui sul commercio. Perché da una parte il colosso asiatico deve uscire da una crisi pesante, anche se occultata. Dall'altro l’America vuole riaprire gli scambi

di Eugenio Occorsio   12 febbraio 2024

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giornali murali con l’immagine di Xi Jinping a Shangai

Il disgelo parte nei modi più impensati. Nel 1972 fu un torneo di ping-pong a Pechino a cui partecipò la squadra americana che aprì la strada agli incontri fra Richard Nixon e Mao Zedong. Nel 2024, l’apertura comincia dalla vicenda drammatica dell’oppiode sintetico Fentanyl, che ha causato in America 200 mila morti negli ultimi tre anni (più dell’eroina), i cui principi attivi (i “precursori”) vengono – secondo la Cia – forniti clandestinamente dalle fabbriche cinesi ai narcos messicani. Il 30 gennaio le delegazioni americana e cinese (ministri della Sanità, esperti, direttori delle agenzie Antidroga) si sono incontrate a Pechino e hanno posto le basi per una lotta comune. È il segnale: ora si passa all’economia, dove fra dazi incrociati, tariffe e pastoie burocratiche di ogni tipo il dedalo dei vincoli è quasi inestricabile. «L’unica certezza è che se si riuscirà a dipanare questa matassa ne trarrà un immenso vantaggio l’intera economia mondiale», sintetizza Angelo Baglioni, economista internazionale della Cattolica.

 

La Cina e l’America (che si porta dietro l’intero Occidente) tornano a dialogare sull’economia – mettendo da parte a denti stretti le controversie militari e politiche – in un momento di profonda differenza. Gli Stati Uniti sono passati indenni dalla bufera dell’inflazione, dei tassi d’interesse, delle guerre: nel 2023 hanno messo a segno una crescita del 2,5%. La Cina è un mistero. Sicuramente la situazione è negativa, come prova il collasso della Borsa di Shanghai tanto che il grande capo Xi Jinping in persona ha assicurato (in un inedito incontro con la China Securities Regulatory Commission martedì 6 febbraio) un intervento statale di ricapitalizzazione: la stessa mattina il mercato ha guadagnato il 3%, un rialzo che non si vedeva da agosto. Difficilmente basterà di fronte a fallimenti come quello del colosso immobiliare Evergrande, schiacciato da 300 miliardi di dollari di debiti e di cui è stata deliberata a gennaio la liquidazione forzata. Altri colossi immobiliari sono sulla stessa china. La banca giapponese Nomura stima che ci siano 20 milioni di appartamenti già pagati e rimasti a metà della costruzione: per completarli servirebbero 450 miliardi che nessuno ha.

 

Ma il crac immobiliare è la punta dell’iceberg. La deglobalizzazione, con il rientro di tante aziende nei Paesi d’origine per l’aumento dei costi in Cina e le reiterate strette del governo su controlli e regolamenti, lascia il segno. La mitica Via della Seta è costellata di cantieri lasciati a metà e di infrastrutture non più finanziate. Perfino la pluriconclamata colonizzazione dell’Africa presenta crepe, prestiti non rifinanziati, tensioni con i governi locali («Non siamo mendicanti», ha scandito qualche giorno fa a Roma il presidente dell’Unione africana Moussa Faki), anche perché sull’Africa ormai si concentra l’attenzione della Russia, dell’Europa (150 miliardi impegnati da Bruxelles, altro che piano Mattei), di Turchia, India e degli stessi Usa.

 

Una serra verticale a Chengdu

 

«Il Fondo Monetario continua a dare credito alle dichiarazioni ufficiali delle autorità cinesi e a prevedere crescite intorno al 5%, comunque la metà dei primi anni 2000 – spiega Aurelio Insisa, responsabile di ricerca per l’Asia dell’Istituto Affari Internazionali – ma circolano stime di un Pil che non cresce più dell’1,5%». Per un colosso come la Cina significa essere sull’orlo della bancarotta. «L’anno scorso le autorità hanno dovuto rivedere al ribasso le stime di crescita», conferma Brunello Rosa, docente alla London School of Economics. «Per un sistema autarchico come la Cina ammettere di aver sbagliato implica che la situazione reale è ancora peggiore. Anche i recenti segnali di “rimbalzo” sono da prendere con beneficio d’inventario». Il sorpasso da parte dell’India è l’ultima umiliazione: l’Fmi nell’update del 30 gennaio accredita New Delhi di una crescita del 6,7% nel 2023 e del 6,5% nel 2024, contro il 5,2 e 4,6% di Pechino. «Ma le banche d’investimento – aggiunge Rosa – non si fidano delle fonti ufficiali cinesi e ricorrono per capire la reale situazione a metodi empirici come le mappe fotogrammetriche delle coltivazioni e l’attività dei container». Le stesse finanziarie occidentali peraltro sono sospettate di aver concorso a gonfiare i dati visti i capitali che hanno portato a scommettere sui fantasmagorici tassi di crescita cinesi. «È da ancor prima dell’insediamento di Xi – riprende Insisa dello Iai – che i dati sono con ogni probabilità sovrastimati. Però bisogna entrare in quell’universo monolitico per capire davvero la situazione (Insisa ha un dottorato in storia cinese all’Università di Hong Kong dove poi ha insegnato per sei anni, ndr): può sorprendere ad esempio che la banca centrale non abbia l’indipendenza di Fed e Bce, e ogni sua misura venga concordata con i vertici del partito. Ma in una Repubblica leninista ortodossa come quella cinese ciò è assolutamente naturale».

 

Se poi torna Donald Trump, che ha promesso dazi fino al 60%, la situazione diverrà insostenibile: nel 2018-2019 (Trump regnante) su 380 miliardi di forniture cinesi, 80 se ne andarono in dazi. Così si spiega la disponibilità al dialogo di Xi, che ha accolto come un amico Joe Biden a novembre a Pechino. È stato un incontro accuratamente preparato, come quelli del 1972: al posto di Henry Kissinger come consigliere per la sicurezza nazionale c’è Jake Sullivan, altrettanto scaltro e grintoso, e al posto di Chen Yi come ministro degli Esteri c’è il pragmatico Wang Yi. I due si sono incontrati in segreto, ha ricostruito il Washington Post, almeno tre volte la scorsa estate: c’era da disinnescare la mina del pallone spia cinese abbattuto il 4 febbraio dai caccia americani sui cieli di Myrtle Beach, South Carolina, il punto più basso della nuova guerra fredda che molti hanno paragonato alla crisi dei missili di Cuba del 1962. Il segretario di Stato, Antony Blinken, annullò una visita a Pechino. Poi faticosamente le parti si sono riavvicinate ed è stata compilata la timetable di cui l’operazione Fentanyl è l’inizio.

 

Sulla via dell’intesa economica grava però inevitabilmente l’ambiguità cinese sull’Ucraina. Di aderire all’embargo non se ne parla, e Pechino è il primo acquirente di gas e petrolio russi. Ora c’è anche l’Iran, partner scomodo nella polveriera mediorentale. Scrive l’ambasciatore Maurizio Melani, esperienze da Bruxelles all’Iraq, sulla Lettera Diplomatica: «Resta l’interrogativo sulla Cina, i cui interessi economici e di affermazione graduale e non cruenta della sua influenza globale dovrebbero spingerla a operare, premendo sull’Iran, per una stabilizzazione sostenibile convergente con l’analogo interesse americano ed europeo. Ma potrebbe invece prevalere la volontà, di carattere squisitamente politico, di mettere in difficoltà l’Occidente e in particolare gli Usa, anche a costo di gravi danni per l’economia mondiale e quindi per la stessa Cina. L’alternativa è tra business and prosperity first e un’aggressiva Politique d’abord». Se insomma prevarranno gli aspetti politici su quelli pratici. Come dire, una visione di breve periodo contro una lungimirante.

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