Economia
27 novembre, 2025L’industria italiana dipende quasi totalmente dai chip prodotti in Asia, dove la fabbricazione dei semiconduttori richiede grandi quantità di energia da fonti fossili
Taiwan, Corea del Sud, Cina. I chip usati dalle aziende italiane – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – arrivano in larga parte da questi tre Paesi. Sono loro i fornitori degli elementi diventati indispensabili per l’economia attuale, soprattutto adesso che l’intelligenza artificiale sta entrando a pieno titolo nelle nostre vite. Da anni politici ed economisti si arrovellano sulla scarsa autonomia produttiva dell’Europa, fattore che rende il Vecchio Continente fortemente dipendente dalla manifattura asiatica. Ma c’è un altro aspetto che potrebbe presto mettere in difficoltà le imprese nostrane: quello ambientale. Perché seguendo questo modello economico le aziende europee causano montagne di emissioni inquinanti, quelle prodotte per realizzare chip e hardware in Asia. E adesso che stanno per entrare in vigore due nuove direttive Ue, tutte queste emissioni rischiano di diventare un costo per le imprese del Vecchio Continente. Soprattutto per quelle italiane.
I conti dell’inquinamento li ha fatti Greenpeace Asia in un report appena pubblicato. S’intitola Chip Supply Chain e racconta la sfida industriale del momento, quella dell’intelligenza artificiale, focalizzandosi sulla crisi climatica in corso. Greenpeace ha misurato l’impronta ambientale reale di dieci giganti americani del settore, considerando sia le emissioni prodotte dal gruppo, sia quelle appannaggio della sua catena di fornitura. Sono finite sotto la lente Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel. Sono i nomi che offrono servizi e prodotti legati all’intelligenza artificiale, i più noti. Tutte società americane. Dietro i grandi marchi statunitensi ci sono però i fornitori. Come la taiwanese Tsmc, una su tutte. Responsabile del 60 per cento della produzione mondiale di chip e del 90 per cento di quelli con dimensioni inferiori ai 10 nanometri.
Lo studio racconta che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia. Il rapporto va da un minimo del 33 per cento per Amazon, la meno dipendente, ai picchi di Amd e Nvidia, le cui catene di forniture asiatiche producono rispettivamente l’84 per cento il 97 per cento delle emissioni complessive dei due gruppi. La faccenda ha tre ragioni. La prima è che Taiwan, Cina e Corea del Sud sono sedi delle fabbriche di alcuni dei principali produttori al mondo di componenti usati per l’Ia. Il 90 per cento dei server viene costruito a Taiwan. La Corea del Sud ha il 60 per cento del mercato globale dei chip di memoria. Il problema è che queste fabbriche sono alimentate da centrali molto inquinanti, perché in Asia Orientale il 70-75 per cento dell’energia proviene da fonti fossili.
La seconda ragione è l’intensità energetica che richiede la produzione di un singolo chip. I vari processi di litografia Euv e incisione (etching) richiedono un sacco di elettricità. Data la domanda in grande aumento per il settore, Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno. Equivale più o meno all’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda. La terza ragione dipende invece dai colossi americani dell’intelligenza artificiale. Fornitori fondamentali come Tsmc a Taiwan e Samsung in Corea del Sud dipendono ancora dall’energia fossile e, denuncia Greenpeace, nessuna delle dieci aziende in questione, ad eccezione di Apple, finora ha imposto ai suoi fornitori di usare solo energia rinnovabile entro il 2030. Potrebbe sembrare una questione lontanissima, ma l’impatto ambientale dell’Asia sulla filiera dell’Ia potrebbe avere risvolti molto pratici per tante grandi aziende italiane. I bilanci di sostenibilità prevedono infatti di riportare le emissioni prodotte in proprio, ma anche quelle causate dalla supply chain. Sono le cosiddette emissioni Scope 3. Per i dieci giganti americani dell’Ia rappresentano dall’80 al 98 per cento delle emissioni totali (comprese le Scope 1 e le Scope 2).
Tanto per fare un paio di stime: un’auto elettrica Stellantis incorpora tra i 50 e i 100 kg di CO₂ solo per i chip prodotti dalla taiwanese Tsmc. Un drone militare di Leonardo con chip Samsung aggiunge altre 30-60 kg di CO₂. Tutte emissioni che, nel futuro prossimo, le aziende europee dovranno dichiarare. Se finora queste emissioni asiatiche sono state un problema soprattutto etico, presto o tardi diventeranno un problema economico concreto per le aziende europee, Italia compresa. Dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione Ue sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi Ia. Emissioni Scope 3 comprese. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3 per cento del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act, potenzialmente estese alle emissioni Scope 3, una volta adottato. Pur non colpendo per ora direttamente i chip asiatici importati in Italia, la sua espansione prevista entro il 2030 a tutti i settori altamente inquinanti (Ets) potrebbe obbligare gli importatori a dichiarare anche le emissioni Scope 3 e pagare certificati al prezzo EU del carbonio, con multe fino a 100 €/ton CO₂ e non conforme.
Insomma, non si sa ancora di preciso quando, ma chi importa chip ad alto impatto ambientale come quelli asiatici, prima o poi ne pagherà il prezzo. O lo caricherà sull’utente finale. L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, dato che la sua “dipendenza da chip asiatici” è più accentuata rispetto ad altri Paesi. Per fare un confronto: la Germania produce internamente circa il 15 per cento dei chip che utilizza, la Francia il 12 per cento, l’Italia solo il 5 per cento, e i suoi sforzi per arrivare a una doppia cifra sono all’inizio. «La Presidenza del Consiglio italiana ha avviato una serie di programmi per recuperare terreno, anche a livello europeo si sta cercando di porre in essere delle azioni», spiega Edoardo Raffiotta, consulente legale senior dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano. Secondo l’esperto, gli effetti di questa dipendenza si spingeranno ben oltre eventuali multe per supply chain sporche. «I rischi sono evidenti – aggiunge – Ne va della competitività del Paese. La tecnologia non funziona da sola. Se mancano le infrastrutture che ci consentono di sfruttarla in modo adeguato, resteremo indietro».
L’Italia eccelle nel design e nell’ingegneria, ma se i componenti che danno vita a queste eccellenze arrivano tutti dall’Asia – con le loro emissioni incorporate – la competitività è in bilico. Oltre al rischio ambientale ed economico, secondo Raffiotta c’è anche quello giuridico e riguarda la sicurezza. In ambiti strategici come difesa e telecomunicazioni, dipendere quasi totalmente da fornitori extraeuropei significa esporsi a vulnerabilità geopolitiche. La sfida che non ci si può permettere di perdere è quella di «munirsi di strumenti con standard sempre più elevati e questo dipende molto dalla potenza di calcolo». Anche in questo ambito, i chip sono al centro. E il fatto che vengano in gran parte dall’Asia non può essere ancora a lungo ignorato.
Il paradosso è chiaro: mentre l’Italia punta a diventare hub europeo dell’intelligenza artificiale, manca della base industriale per produrre i componenti che la alimentano. Gli investimenti ci sono – Pnrr, Chips Act europeo – ma costruire fabbriche di semiconduttori richiede anni. E nel frattempo le aziende italiane continuano ad accumulare emissioni Scope 3 che presto diventeranno un costo reale.
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