Eccola, la risposta europea a Stati Uniti e Cina, nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale. L’Europa mobiliterà 200 miliardi di euro per gli investimenti nell'intelligenza artificiale, ha detto martedì la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in occasione dell'AI Action Summit di Parigi. Di questi, 20 miliardi di euro saranno destinati alle fabbriche di Ia che, secondo la Commissione, sono necessarie per consentire lo “sviluppo collaborativo” dei modelli più complessi. Domenica invece il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un piano di investimenti di 109 miliardi di euro per progetti di Ia in Francia nei prossimi anni.
Il punto è che il mondo non attende. In questi stessi giorni di febbraio le big tech (Meta, Amazon, Microsoft e Google) hanno svelato i propri investimenti in intelligenza artificiale per il 2025: 320 miliardi di dollari. E il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato una joint venture con Stargate, OpenAI, Oracle e Softbank per investire 500 miliardi di dollari nell'infrastruttura Ia del Paese nei prossimi quattro anni.
«L’Europa e l’Italia hanno davanti a loro l’ultima finestra per abbracciare questa innovazione che cambierà mercati ed economie. Ma attenti: la finestra si sta chiudendo», dice Luca Manuelli, economista, direttore dell'Osservatorio sull’Intelligenza Artificiale Generativa. L’opportunità quest’anno ha volti nuovi. Uno arriva dalla Cina: il modello di Ia Deepseek ha mostrato che è possibile essere competitivi con una frazione dei soldi finora investiti dagli Usa, grazie ad alcuni trucchi innovativi e a un modello aperto di ricerca e sviluppo. Buone notizie per chi di soldi ne ha pochi – come noi. Anche l’Europa potrebbe adottare quel paradigma; Deepseek ha reso pubblica la propria ricetta. «Sì, ma finora non mi sembra che l’Europa stia cogliendo l’invito», avvisa subito Lorenzo Tavazzi, senior partner per The European House-Ambrosetti.
Noi indugiamo e l’innovazione, nel frattempo, avanza. I suoi impatti economici potenziali si allargano. Abbiamo ora sistemi Ia con capacità di “ragionamento”, in grado di affrontare problemi più complessi di tipo scientifico, tecnico, commerciale a servizio di aziende, istituzioni. La stessa cinese Deepseek ne ha uno, come già OpenAi (l’azienda di Chatgpt), Google e altri. Un’altra novità made in Usa sono i primi “agenti”, sistemi Ia che compiono azioni complete al posto dell’utente (adesso cose semplici come navigare e fare la spesa online). Promessa di una nuova automazione.
Tutto questo per noi si traduce in due partite. La prima è quella dell’adozione tecnologica, che in Italia è in ritardo. La seconda è quella da sistema Paese: l’Europa dovrebbe diventare produttore mondiale di sistemi Ia; non limitarsi a usare quelli Usa o cinesi. Immaginiamo se oltre un secolo fa avessimo perso l’opportunità di avere nostri marchi di automobili in Europa e in Italia. Con l’Ia la sfida si ripropone: questa tecnologia è considerata da molti (come il World economic forum) portatrice di una nuova rivoluzione industriale.
Almeno sulla prima partita, però, ci sono notizie promettenti. Qualche giorno fa gli osservatori del Politecnico di Milano hanno certificato il boom dell’Ia in Italia: 1,2 miliardi di euro spesi nel 2024, contro i 760 milioni del 2023. Le grandi aziende, in particolare, stanno investendo parecchio. La partita dell’adozione è importante per la competitività e per migliorare la produttività del lavoro, in Italia stagnante da decenni. Un valore da cui dipende, com’è noto, la crescita dei salari.
E i nuovi dati del Politecnico confermano per la prima volta che anche in Italia chi adotta l’Ia diventa più produttivo. Lo riporta il 39 per cento delle aziende. Secondo dati forniti a L’Espresso, il 53 per cento degli impiegati risparmia tra una e tre ore a settimana. Più di tre ore, il 21 per cento. Solo il 26 per cento rileva un impatto inferiore a un’ora. Meglio ancora i dirigenti, con il 54 per cento che risparmia da una a tre ore e un 15 per cento che supera le tre. «Il problema sono le pmi, alla finestra, e soprattutto la pubblica amministrazione, che fa ancora davvero troppo poco con l’Ia», dice Giovanni Miragliotta, condirettore di quest’osservatorio del Politecnico.
Per quanto riguarda la partita da produttori, ormai molti esperti – come Manuelli e Miragliotta - sono convinti che sia troppo tardi per inseguire Usa e Cina sui modelli di base. «Bisogna produrre sistemi Ia specializzati e applicativi nelle aree che sono il nostro cavallo di battaglia, come la manifattura», dice Manuelli. «Possiamo dire la nostra anche sulle infrastrutture che reggono l’Ia, come i supercalcolatori e, in prospettiva, il quantum computing», aggiunge. «Anche la Difesa è un nostro ambito di forza, con l’Ia che sta cambiando le regole del gioco e quindi gli armamenti: pensiamo ai droni autonomi», aggiunge Umberto Bertelè, professore emerito del Politecnico di Milano. «È importante farlo, sia per migliorare la nostra difesa sia come mercato di esportazione, alla luce della nuova corsa agli armamenti in corso», aggiunge.
La ricetta però è complessa: «Dobbiamo migliorare il coordinamento tra ricerca e applicazioni dell’Ia negli ambiti che ci interessano, come manifattura e Difesa», dice Miragliotta. «Potenziare il capitale di rischio e la nascita di startup, che possono tra l’altro trainare l’adozione nelle pmi». Infine, secondo Miragliotta, «dobbiamo riuscire a trattenere i talenti creati nelle nostre università. Siamo il solo Paese europeo che ne perde più di quanti ne attragga”.