Economia
9 gennaio, 2026Acqualink, una delle startup premiate da L’Espresso, ha sviluppato un dispositivo in grado di individuare e recuperare in maniera rapida ed efficiente gli oggetti caduti in acqua
Quando il drone ci è caduto nel lago, siamo andati nel panico perché lì avevamo tutto il lavoro che stavamo facendo». Qualche anno fa, mentre Marco Perissinotto stava girando dei video sopra il lago Maggiore con il suo drone, qualcosa va storto e l’apparecchio cade in acqua inabissandosi lentamente. Oltre alla paura di aver perso le riprese, anche il timore di poter inquinare un’area naturale molto delicata.
«Ci siamo dovuti rivolgere a un sub della zona che ci ha chiesto 800 euro per la chiamata e 80 euro all’ora per le ricerche». Fortunatamente per le tasche di Marco Perissinotto, il sub ci mise solo due ore, ma quest’episodio gli fece accendere in testa una lampadina. «Confrontandomi – racconta a L’Espresso – con la community di altri piloti di drone, venne fuori che molti avevano avuto la mia stessa esperienza». Così, ore e giornate intere di studi e progettazioni portano a ideare il primo sistema al mondo che consente di recuperare in maniera rapida ed efficiente gli oggetti caduti in acqua. Acqualink – questo il nome del dispositivo, uno dei finalisti vincitori del bando “7 idee per cambiare l’Italia” de L’Espresso – è studiato per attivarsi una volta che l’apparecchio a cui è stato legato tocca la superficie acquatica. Un congegno con funzionamento meccanico – e non elettronico – gonfia una boa galleggiante. Quest’ultima è legata all’oggetto affondato tramite un filo resistente. In questo modo, sfruttando la boa che galleggia, il punto in cui si è perso il drone viene ben segnalato, e basta semplicemente riannodare il filo per tirarlo fuori.
Designer per anni alla Maserati, Marco Perissinotto dopo un po’ si era reso conto che non era là il futuro, né quello dell’innovazione tecnologica, né il suo: «Volevo fare qualcosa di diverso. Amavo il prodotto auto, ma avevo anche capito che in quel campo non ci sarebbero più state grandi innovazioni. È un prodotto arrivato ormai alla fine della sua curva evolutiva. Invece, per quanto riguarda i droni, in quel momento, eravamo all’inizio di questa curva. E anche oggi, per quanto si guardi ai droni come sistemi supertecnologici c’è ancora tantissimo spazio per farli evolvere». Così si getta a capofitto ad approfondire e a studiare questo nuovo mondo. «Ho conosciuto Chris Bangle (uno dei più importanti designer d’auto al mondo n.d.r.): se arrivava a una riunione dove si trattava di un argomento che non conosceva, stava zitto. Ma la volta dopo ne sapeva più di tutti gli altri». E quindi comincia a progettare e costruire i suoi droni. Fino a ideare un sistema che potrebbe cambiare in meglio la vita dei piloti e rendere più protetto l’ambiente.
Infatti, quando un drone cade in un lago o in un fiume, oltre al danno economico ce n’è uno non meno grave che riguarda l’ambiente. «Una batteria può inquinare tantissimo, dato che in così poco spazio deve aver posto così tanta energia. Ci sono i metalli pesanti, ma anche i gas fluororati che, a contatto con l’acqua, diventano acidi fluoridrici che sono impossibili da isolare e che possono uccidere tutta la nanovita presente in un lago o in un fiume». Questo aspetto è centrale nelle intenzioni di chi sta lavorando ad Acqualink. «Risparmio economico e sicurezza ambientale – dice Chiara Pizzighello, business strategy manager – sono i due pilastri su cui puntiamo. Un oggetto del genere che rimane sul fondo del mare può essere dannoso per i pesci che potrebbero rimanerci incastrati e per i sub che si immergono, senza considerare le sue scorie. Oggi dobbiamo considerare questi oggetti quasi come un telefonino per la loro diffusione e perciò l’utente finale deve essere responsabilizzato anche sul suo smaltimento». Al momento il prodotto ancora non è in commercio ma da Acqualink assicurano che presto sarà tutto pronto. Il dispositivo costerà intorno ai 100 euro e sarà possibile legarlo al proprio velivolo tramite una semplice fascetta da elettricista. Si partirà dall’Italia e dall’Europa dove ci sono circa 1,1 milioni di patentini per droni. «Anche solo intercettare l’1% di questo mercato – continua Perissinotto – ci garantirebbe più di 10mila richieste del nostro dispositivo. Già questa sarebbe una solida base di partenza». In parallelo continuerà anche un’operazione di sensibilizzazione verso il mercato, i possibili investitori e l’opinione pubblica sull’argomento. Poi sarà necessario che anche la legislazione vigente si adatti a tempi che corrono sempre più velocemente. Ancora Perissinotto: «Siamo in contatto anche con l’Ente europeo del volo. Abbiamo già parlato con quello italiano. Mettere giù una normativa sarà importante». Nel prossimo futuro, infatti, si prevede che si svilupperanno una serie di infrastrutture civili con rotte già determinate. Succede già in Paesi come India o Cina dove i droni sono comunemente impiegati per portare pacchi di cibi e medicine soprattutto in zone impervie e montuose, scarsamente collegate e difficilmente raggiungibili da mezzi più tradizionali. «Il nostro obiettivo – prosegue – è spingere affinché gli oggetti che devono volare sopra corsi d’acqua si debbano dotare di soluzioni di salvataggio». Ci vorrebbe, insomma, un naturale aggiornamento delle leggi in vigore. «Non più di qualche anno fa – conclude – era assolutamente vietato far volare qualcosa sopra le folle, per esempio ai concerti, perché una caduta accidentale di un drone poteva essere mortale. Ora si può fare, ma per chi è autorizzato a volare sulla folla è obbligatorio avere anche un paracadute».
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