Economia
12 gennaio, 2026Qualunque Piano casa credibile dovrebbe partire da un punto di metodo: la crisi abitativa non è uniforme sul territorio, né socialmente neutra
Durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno della scorsa settimana, Giorgia Meloni è tornata a parlare del Piano casa su cui il governo sta lavorando. Un’iniziativa annunciata già la scorsa estate e poi scomparsa per mesi dal dibattito pubblico, tra silenzi e incertezze. Ora la presidente del Consiglio è tornata a delinearne quelli che, al momento, sembrano gli unici punti fermi: nessun condono immobiliare, l’obiettivo di 100 mila alloggi a canone calmierato in dieci anni e una dichiarata attenzione anche all’edilizia popolare.
Qualunque Piano casa credibile dovrebbe partire da un punto di metodo: la crisi abitativa non è uniforme sul territorio, né socialmente neutra. In Italia il problema dell’accessibilità si concentra soprattutto nelle grandi aree urbane e universitarie e colpisce in modo selettivo giovani lavoratori e studenti, famiglie a reddito medio-basso escluse sia dal mercato libero sia dall’edilizia popolare, e nuclei che attraversano shock reddituali temporanei. Il nodo, dunque, non è la casa in astratto, ma l’affitto nelle zone ad alta pressione abitativa, dove domanda e offerta sono strutturalmente squilibrate. È lì che un aumento dell’offerta, se mirato e ben localizzato, può incidere davvero sull’accessibilità.
La centralità del social housing, emersa nella comunicazione del governo, è un elemento condivisibile. È però difficile immaginare che possa essere perseguita in modo credibile a parità di bilancio e senza stanziamenti strutturali. Anche ipotizzando una gestione efficiente, 100 mila alloggi in dieci anni non rappresentano un obiettivo particolarmente ambizioso rispetto alla dimensione della domanda potenziale. In Italia le famiglie sono circa 26 milioni: l’intervento annunciato riguarda dunque lo 0,4 per cento del totale, per di più distribuito sull’intero territorio nazionale. I limiti di questo approccio diventano evidenti se si considera che l’edilizia residenziale sociale è storicamente rivolta a platee ampie — giovani coppie, giovani lavoratori, famiglie a reddito medio-basso — come ricordato anche dalla stessa Giorgia Meloni al meeting di Rimini della scorsa estate.
Inoltre, un Piano Casa efficace non può limitarsi alla nuova costruzione: deve includere una strategia credibile di recupero del patrimonio esistente, oggi in parte inutilizzato o degradato. In questo quadro la riqualificazione energetica è un passaggio cruciale, perché ridurre il costo delle bollette è spesso determinante quanto contenere il canone, soprattutto per i nuclei più fragili. È un terreno reso politicamente e tecnicamente scivoloso dall’esperienza del Superbonus, ma non per questo eludibile.
In vista dei prossimi passi del governo, è possibile individuare almeno tre pilastri minimi da cui un Piano casa credibile non può prescindere. Il primo è una strategia di lungo periodo sull’edilizia pubblica e sociale, fondata su dati solidi e su una scala di intervento adeguata. Ciò implica l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla condizione abitativa e una mappatura sistematica dei bisogni, sulla scia di alcune esperienze regionali già consolidate. In assenza di una base informativa aggiornata e condivisa, il Piano casa è destinato a procedere alla cieca.
Un secondo pilastro riguarda il patrimonio immobiliare. Serve un piano pluriennale di investimenti che affianchi al social housing una strategia strutturale sull’edilizia residenziale pubblica, gestita in modo da garantire sostenibilità economica e canoni accessibili anche alle fasce di reddito intermedie. Gli ordini di grandezza finora emersi nel dibattito pubblico restano però modesti: anche l’obiettivo di 500 mila alloggi ERP in dieci anni a livello nazionale — di cui 250 mila attraverso il recupero di unità oggi inutilizzate o degradate — appare insufficiente rispetto alla dimensione del problema.
Il terzo pilastro è la razionalizzazione del sostegno agli affitti. Oggi le misure sono frammentate, discontinue e spesso difficili da utilizzare. Serve un Assegno unico e universale per l’affitto che sostituisca gli strumenti esistenti, sia accessibile a tutti i nuclei indipendentemente dalla tipologia di reddito e garantisca erogazioni mensili tempestive. Ciò che è stato fatto per il sostegno alla natalità con l’Assegno unico va replicato sul fronte dell’abitare. Ma a una condizione essenziale: che il finanziamento sia stabile e strutturale, e non soggetto all’incertezza che oggi caratterizza il fondo affitti, con effetti diretti e immediati sulla vita delle famiglie.
Un Piano casa può essere una svolta o l’ennesimo annuncio. La differenza sta nella capacità di partire dai dati, concentrare gli interventi dove il fabbisogno è reale e affrontare insieme il nodo dell’offerta e quello dell’accessibilità. I numeri, da soli, non bastano più.
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