Economia
13 gennaio, 2026L’emigrazione sta accelerando, soprattutto dal Sud e dalle aree interne. Nel biennio 2023-2024 sono andati via in 270mila, un impatto demografico simile agli anni ’70
Per Mizar Oliva, 39 anni, la scelta di lasciare l’Italia per Grenoble, in Francia, è arrivata in modo naturale al termine del suo percorso di studi. Laurea triennale a Cosenza, specialistica in Biologia molecolare a Bologna, master in un laboratorio francese che le ha poi chiesto di restare. L’alternativa non si è mai posta: «Ero in un polo scientifico prestigioso, stimolante dal punto di vista professionale e con un inquadramento economico certo. In Italia, gran parte delle borse di studio erano gratuite, mi atterrivano le storie di precarietà dei miei colleghi». Tornerà, dopo nove anni passati in Francia e tre in Belgio, a Milano per un progetto di ricerca, ma non vede al momento chance di un ritorno in provincia di Cosenza. «Nel Sud, le università hanno raggiunto livelli di eccellenza, ma la domanda che si pone oggi un laureato nel mio settore è: cosa faccio qui? Dove sono i centri di ricerca, dove sono le aziende farmaceutiche, dove sono gli investimenti privati e pubblici?».
Anche per Mattia Boscaino, 39 anni, accademico dell’Università di Birmingham, l’emigrazione dalla provincia di Benevento, dove è nato e cresciuto, appare oggi come un percorso di sola andata. «Sono partito per curiosità – racconta – per la voglia di vivere a pieno il mio essere gay, per il desiderio di realizzarmi professionalmente in qualcosa che mi appassionava sul serio». Specializzato in ricerche e sviluppo di progetti nell’industria creativa, con particolare attenzione alla street art e ad altre reti informali, non vede al momento possibilità di rioccupazione nel territorio di origine, anche se ci spera.
Quelli di Mizar e di Mattia sono solo due dei volti della nuova emigrazione italiana all’estero che svuota il Mezzogiorno e le aree interne delle sue energie migliori e che sta accelerando. Solo nel biennio 2023-2024 sono andati via 270mila italiani. Il 40 per cento in più rispetto al biennio 2021-2022. Il saldo migratorio ha toccato ufficialmente cifre simili al 1974, anno che concludeva la seconda grande ondata migratoria verso l'estero del dopoguerra. «Se si considerano in maniera congiunta saldo migratorio e partenze per l’estero, l’emigrazione italiana sta assumendo una consistenza che aveva raggiunto più di cinquant’anni fa e che non pensavamo fosse più raggiungibile», spiega Mattia Vitiello, sociologo del Cnr, ritenuto uno dei più affidabili esperti di migrazioni in Italia. Allora partivano operai e lavoratori con basse qualifiche per mancanza di lavoro. Oggi lasciano il Paese per lo più diplomati e laureati, con un’accelerazione negli ultimi tre anni, allettati dall’allargamento dei confini e da opportunità difficilmente realizzabili in Italia, scoraggiati da un mercato del lavoro che cresce tra gli over 50, ma non offre lavoro stabile e di qualità ai giovani. Nel solo 2024 i laureati espatriati sono stati 49.562. Dal 2013 al 2024 se ne sono andati, con un titolo in tasca, in 362.782. Partono soprattutto dalle grandi città: Milano in termini assoluti è in cima alle classifiche, seguita da Roma, Torino, Bologna, Napoli, Perugia. Non a caso città dove sorgono grandi poli universitari. I numeri non devono però trarre in inganno. «L’emigrazione – spiega Vitiello – sembra essere una caratteristica preminente delle regioni più sviluppate, ma se guardiamo ai tassi di emigrazione allora scopriamo che l’emigrazione da regioni come il Molise e la Calabria, e dalla “piccola provincia” come Bolzano, Campobasso, Como e Imperia sta dando un contributo notevole allo spopolamento del Sud e delle cosiddette aree interne, già fiaccate dalla partenza di popolazione in età da lavoro e dal declino demografico».
L’ipotesi di Vitiello è che l’emigrazione verso l’estero dei laureati potrebbe essere stata preceduta dall’emigrazione interna proprio da queste aree verso il Nord Italia e le grandi città. Queste riflessioni sono al centro di uno studio della Filef, la Federazione italiana lavoratori emigranti e famiglie, che ha chiamato a raccolta studiosi di migrazioni ma anche di dinamiche demografiche dalle aree periferiche del Paese. I dati sono allarmanti. Se si escludono quattro regioni – Lombardia, Trentino-Alto Adige, Lazio ed Emilia-Romagna – tutte le altre perdono popolazione. A colpire non sono solo i dati del Molise (-9,68 per cento) e della Calabria (-8,5 per cento), ma anche quelli della Liguria (-6,61) e Piemonte (oltre il 4). «Numeri che – secondo Maria Beatrice Fucci, ricercatrice di Futuridea, un’associazione che si occupa di sviluppo territoriale e autoimprenditorialità, con sede a Benevento – fotografano solo in parte la pressione a cui sono sottoposte le aree interne a causa dell’emigrazione, che è più imponente di quello che sembra. I dati ufficiali non colgono gli spostamenti senza cambio di residenza, frequentissimi soprattutto tra i giovani (ma non solo) che procedono per tentativi, specialmente all’inizio della carriera lavorativa». Emerge un cambio di paradigma dei processi migratori: «Siamo abituati a immaginare l’emigrazione in senso classico, con il meridionale che si sposta verso Nord. Quello che dovrebbe interessare di più oggi è il dualismo orizzontale che spinge la popolazione più giovane dalle realtà collinari e montane verso i grandi centri e le zone costiere, e regolare le politiche pubbliche di conseguenza».
Si parte per mancanza di lavoro o per offerte a cui non si può dire di no, per curiosità, e in alcuni casi si torna indietro. Alessandro Guerrera, 35 anni, dopo una laurea in ingegneria informatica a Benevento, ed esperienze di lavoro tra Milano e gli Usa, ha deciso di ristabilirsi a Pontelandolfo, per fondare una start-up che realizza sensori intelligenti per veicoli privati e pubblici e in grado di rilevare la condizione delle strade. Dati utili alle amministrazioni per programmare interventi di manutenzione. Gaia Scalini, 34 anni, di Marradi, nella Romagna toscana, dopo nove anni a New York passati in una società di consulenza che aiuta le imprese italiane ad entrare nel mercato statunitense, è tornata a Marradi per riavvicinarsi alla famiglia e al suo ragazzo, mantenendo il lavoro di prima. Simona Gentilini, 32 anni, dopo esperienze di lavoro a Londra e a Barcellona, dove aveva rilevato un bar, è tornata in famiglia a Palazzuolo sul Senio, un paese di poco più di mille abitanti sull’Appennino tra Toscana ed Emilia, per trovare impiego nella piccola azienda agricola di famiglia.
«Ma – ammette Fucci – sono ancora pochi quelli che tornano e quando tornano sono costretti ad affrontare problemi legati alla marginalità del territorio, all’assenza di istituzioni pubbliche in grado di affiancare chi vuole fare auto-impresa, e a politiche pubbliche farraginose che non distinguono tra aree interne ed aree costiere più sviluppate». L’invito della ricercatrice è ad abbandonare la politica degli incentivi unici, diversificare le strategie per territorio. «Senza, si rischia di accompagnare il “declino assistito” che affligge soprattutto i piccoli comuni».
Un altro problema è la frammentazione del territorio e l’incapacità di fare sistema. Francesco Gonnella è vicesindaco di Pescopagano, un comune della Basilicata che ha più iscritti all’Aire (l’anagrafe dei residenti all’estero) che abitanti: 2400 contro 1600, e tra i residenti più del 40 per cento sono over 65. Centro importante fino a poco tempo fa, con una banca e un pronto soccorso, ha visto, emigrazione dopo emigrazione, crollare la popolazione, perdendo servizi, come buona parte dei limitrofi comuni dell’Irpinia e del salernitano. Quest’anno Pescopagano ha dovuto accordarsi con il vicino comune di Castelgrande per avere la prima elementare, che sarà frequentata da appena quattro bambini. Per Gonnella, «a uccidere il territorio è il campanile, ma anche la mancanza di programmazione e interventi a pioggia usati come contentino senza un’idea di sviluppo. Un esempio pratico? Abbiamo i soldi per fare lo stadio, e lo stadio lo fanno anche i comuni vicini. Ma non abbiamo i trasporti per far giocare le squadre locali tra loro».
Intanto questi comuni perdono i giovani e la perdita è quasi sempre irreversibile. Francesca Lotano, 37 anni, da Pescopagano, con la licenza linguistica in tasca e anni di lavori saltuari come cameriera in alberghi e feste di matrimonio, ha deciso di fare il salto oltre confine nel 2018, accettando un lavoro di receptionist in una struttura ricettiva austriaca. «In Italia venivo pagata 7,50 euro l’ora con i voucher, la molla definitiva è arrivata quando dopo anni di lavoro ho scoperto di non avere contributi. Qui mi sono inserita quasi subito, 2400 euro al mese, una vita dignitosa». L’emigrazione coincide spesso con un nuovo progetto di vita. «Tornare? A Pescopagano mi piacerebbe ma non credo. Dopo un po’ che sei qui ti rendi conto che puoi condurre un’altra esistenza». Al fallimento di politiche territoriali in grado di invertire l’emorragia di giovani dalle aree interne, si sommano i limiti delle politiche nazionali.
Per Pietro Lunetto, presidente di Filef, la leva dell’esenzione fiscale per i “cervelli” che rientrano, non funziona. «Questi sgravi, rivolti a un gruppo ristrettissimo di persone, non spettano a chi, pur avendo un profilo molto alto perché ha fatto un dottorato di ricerca all’estero, accetta un lavoro da impiegato, e a chi non ha una laurea. Senza contare che vanno restituiti in caso si trovasse lavoro all’estero. Una follia vista la forte mobilità che caratterizza certe professioni oggi». Lunetto stesso rientra in questa casistica: emigrato da Palermo per accettare un impiego come chimico in una multinazionale in Belgio, ha raggiunto posizioni apicali all’interno dell’azienda, ma non essendo laureato, al suo rientro non ha potuto godere di sgravi. «C’è poi la mancanza di servizi di qualità», aggiunge. «Germania, Francia, Inghilterra, Svizzera hanno asili nido e incentivi per le famiglie, che al di là degli annunci retorici del governo, qui non esistono o sono costosi. I dati dimostrano un aumento della propensione degli emigrati italiani a fare figli all’estero».
Né sembra suscitare particolare entusiasmo l’impegno di recente assunto dalla premier Meloni di varare un piano per la casa. Più che parole servirebbero fatti, ma i segnali giunti fin qui vanno nella direzione di smantellare quel che resta del nostro welfare.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Il grande dittatore - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
II settimanale, da venerdì 9 gennaio, è disponibile in edicola e in app



