Economia
15 gennaio, 2026Il governo sembra intenzionato a rinnovare la fiducia all'amministratore delegato. Intanto, la questione groenlandese non interesserebbe all'azienda. "La vera scommessa artica resta la Norvegia"
Bisognerà attendere la primavera per avere la certezza che Claudio Descalzi sarà riconfermato alla guida di Eni. Le indiscrezioni di inizio anno, ad ogni modo, sembrano avvalorare la tesi che l'amministratore delegato compirà un quinto mandato consecutivo sulla poltrona che fu di Enrico Mattei. E nel 2029, quando scadrà, Descalzi avrà compiuto 15 anni in sella al cane a sei zampe.
Il governo Meloni sembrerebbe intenzionato a rinnovare la nomina a Descalzi, che poi dovrà passare al vaglio dell'assemblea degli azionisti. Ma è stato il governo Renzi, nel 2014, a proporlo per la prima volta come amministratore delegato di Eni. Da quell'anno, gli esecutivi che si sono susseguiti, dal Gentiloni al Conte due, passando per quello attuale, gli hanno dimostrato fiducia. E nel momento storico in cui la geopolitica del petrolio ha recuperato centralità negli equilibri tra Paesi, anche a causa dell'interventismo trumpiano, il ruolo dell'Eni nel mondo assume sfumature di diplomazia internazionale. E Descalzi, negli anni, ha saputo svolgere compiti simili a quelli di un ministro degli Esteri e dell'Energia.
L'equilibrio mondiale si è scomposto, tra guerre e nuovi ordini emersi. Ma l'Eni di Descalzi è rimasta sempre un'interlocutrice affidabile per partner e Stati esteri con cui l'azienda ha avviato progetti. A maggior ragione nel contesto attuale, l'esperienza di Descalzi appare irrinunciabile: stabilità, continuità strategica di un colosso come Eni sono una garanzia, per l'Italia certo, ma anche per il settore energetico globale.
La probabile riconferma ad amministratore delegato avverrebbe nello stesso periodo in cui, un anno fa, Descalzi fu insignito al Quirinale dell'onorificenza di Cavaliere del lavoro. Il 30 maggio 2025, Sergio Mattarella ha riconosciuto il contributo in ambito industriale ed energetico per il Paese.
Risultati e prospettive del gruppo
Un'impresa italiana che, amministrata dal 70enne milanese, ha completato la trasformazione in una global energy tech company, attiva in 64 Paesi. Con Descalzi, la produzione è aumentata dell’8% e la capacità di bioraffinazione è passata da 0,40 a 1,65 milioni di tonnellate l’anno. E sta interpretando la transizione energetica come un processo graduale, che non può prescindere da una transizione tecnologica, quindi da una forte capacità industriale e innovativa. "Da qui gli investimenti in nuove tecnologie, anche e soprattutto proprietarie: soluzioni come l’idrogeno verde e per la cattura e l’immagazzinamento di CO2 che stanno dando un contributo concreto alla transizione energetica. In quest’ottica sono da leggere anche i progetti di riconversione delle raffinerie tradizionali in bioraffinerie che hanno aperto anche in Italia la produzione di biocarburanti derivanti da materie prime di scarto", si legge sul sito di Eni.
Questioni attuali: il dossier artico
Descalzi, entrato in Eni 45 anni fa, era tra i dirigenti delle big oil riuniti alla Casa Bianca - lo scorso 9 gennaio - dopo la cattura di Nicolas Maduro. "Siamo pronti a investire in Venezuela e a lavorare con le compagnie americane", ha detto a Trump. Mentre l'Eni avrebbe deciso di tenersi fuori dalla Groenlandia. Come riporta Milano finanza, citando il responsabile Public Affairs del gruppo Lapo Pistelli, "gli scenari che parlano dell'Artico e delle sue potenzialità sono molto suggestivi, però poi bisogna fare i conti tra la suggestione dei numeri e la sostenibilità economica dell'operazione da fare laggiù". Oggi, scrive il quotidiano, per Eni "la vera scommessa artica resta la Norvegia".
I nuovi mercati
A prescindere dalla questione artica, l'Italia - pur povera di materie prime - riesce a giocare un ruolo di primo piano nello scacchiere globale dell'energia. Grazie alla propensione internazionale che caratterizza Eni dalla sua fondazione. E Descalzi, nei suoi mandati, non ha abdicato a quella vocazione. Pochi mesi fa, ad esempio, il gruppo si è sviluppato molto in Asia, siglando un accordo storico con Indonesia e Malesia. Valore dell'investimento? Quindici miliardi. Tuttavia, chiarisce lo stesso Descalzi in un'intervista al Corriere, non è una strategia che volta le spalle alla transizione energetica. Vi aggiunge un'aggettivo, "lunga", perché "l'evoluzione dei mix energetici è un processo additivo di lungo termine, appunto, e non si possono sostituire dall’oggi al domani le vecchie fonti con le nuove".
La "transizione giusta"
Le rinnovabili, oggi, non sono in grado di rispondere alla domanda di energia totale, nemmeno nei Paesi dove le tecnologie cosiddette green sono più implementate. L'amministratore delegato, nella stessa conversazione con il quotidiano di via Solferino, rimarca: "Non si può viaggiare a colpi di sussidi. Serve una strategia che permetta di allocare capitali verso business low carbon. Servono investimenti e strumenti finanziari". È ciò che Eni ha fatto con le società Plenitude ed Enilive: "La strategia di allocazione dei capitali è stata decisiva. Abbiamo estratto dalla pancia e integrato con i nostri ampi parchi clienti attività che in questo modo hanno moltiplicato il loro valore, abbiamo potuto valorizzare, aprire a attirando soci internazionali". Adesso le due aziende valgono 24 miliardi "e si autofinanziano. Abbiamo così potuto continuare a investire".
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