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15 gennaio, 2026Nel Rif, una delle regioni più povere e marginalizzate del Paese, le città sono controllate, gli attivisti incarcerati e torturati. E le intimidazioni si estendono anche all’estero
Lungo la strada principale che costeggia il Nord del Marocco, il panorama è semplicemente mozzafiato. Da Tangeri, città spartiacque tra l’Oceano Atlantico a Ovest e il Mediterraneo a Est, fino al confine con l’Algeria, le coste frastagliate si gettano a strapiombo sul mare, mentre verso l’entroterra i paesaggi brulli e incontaminati trasmettono un senso quasi di pace.
La calma apparente che circonda questo lembo di terra si scontra tuttavia con le condizioni di vita di milioni di persone che abitano nel Rif, una delle regioni più marginalizzate del Paese. Una calma apparente che tocca anche la vita sociale di città come Al Hoceima e Nador, presidiate e controllate da un ingente dispositivo securitario. Basta entrare in qualche abitazione privata per rendersi conto di quale sia la quotidianità nella regione: «Mi hanno arrestato durante le grandi manifestazioni del 2016. Ho passato un anno in carcere e ho subito danni permanenti alla colonna vertebrale a causa delle torture che mi hanno inflitto». A parlare è Abdelhamid Achelhi, attivista che porta ancora su di sé – letteralmente – i segni di cosa voglia dire ribellarsi alle autorità di Rabat e al regime del re Mohammed VI, al potere dal 1999.
Nonostante la debolezza fisica e un vistoso collare che lo aiuta a rimanere in piedi, il benvenuto è tipico di chi è originario del Rif, con tè e biscotti che non possono mancare sul tavolo del salotto ad accompagnare le parole di dolore, denuncia e resistenza che ancora oggi sente sue. In questa regione, nell’ottobre 2016 nacque il cosiddetto movimento dell’Hirak in seguito alla morte di Mouhcine Fikri, un venditore ambulante schiacciato da un camion della spazzatura dopo che la polizia gli aveva confiscato la merce. Achelhi, padre di due figlie, prese parte a quella grande mobilitazione che portò all’arresto di più di mille persone per chiedere servizi di base come strade, ospedali, scuole e una maggiore autonomia regionale per un territorio mosso da sempre da forti spinte indipendentiste. Rivendicazioni che sono tuttora attuali.
La strada che collega il Rif al resto del Paese, per esempio, è ancora in costruzione. La repressione nella regione è tangibile. Si può vedere attraverso i numerosi posti di blocco della polizia che punteggiano i paesaggi incontaminati o nella paura dei suoi abitanti anche solo di mostrare la bandiera della Repubblica del Rif. Un gesto che potrebbe portare a pene fino a tre anni di reclusione. Si può percepire anche attraverso le parole di Ahmed Zefzafi, padre di Nasser, il leader più visibile del movimento dell’Hirak e oggi condannato a 20 anni nella prigione di Tangeri 2 con le accuse di complotto contro lo Stato e incitamento alla sovversione. In un’intervista concessa a L’Espresso prima della sua morte, avvenuta a inizio settembre a causa di un tumore al quarto stadio, Ahmed Zefzafi descriveva così suo figlio: «È l’Antonio Gramsci del Rif. Probabilmente non riuscirò mai a vederlo vivo», sospirava all’interno della sua abitazione, mentre sul tetto della casa sventolano ancora oggi alcune bandiere nere per chiedere giustizia e denunciare le condizioni detentive di Nasser, anch’egli vittima di torture e trattamenti inumani e degradanti nelle varie strutture dove è stato incarcerato.
È proprio nelle carceri e nelle diverse forniture a disposizione della polizia marocchina che si nascondono le principali contraddizioni che toccano direttamente l’Europa. Secondo una ricostruzione de L’Espresso, infatti, dal 2011 l’Unione europea ha sostenuto Rabat con circa 800 milioni di euro in progetti sociali, giudiziari e di sicurezza, finanziando in particolare il ministero dell’Interno e la Direzione generale della sicurezza nazionale (Dgsn). Queste strutture costituiscono una parte del Makhzen, il complesso apparato istituzionale che controlla lo Stato in modo autoritario.
«Un sostegno finanziario dell’Ue è stato fornito alle autorità marocchine, comprendendo attrezzature e formazione sulle norme internazionali e sulle procedure operative. Questo rafforzamento è fornito esclusivamente per gli scopi definiti nei programmi finanziati dall’Ue, nel pieno rispetto del diritto internazionale e secondo un approccio basato sui diritti umani», ha dichiarato un portavoce della Commissione europea a L’Espresso. In particolare, Bruxelles ha promosso fin dal 2018 diversi programmi di riforma del sistema carcerario, lo stesso che ha colpito nella sua forma più violenta attivisti come Abdelhamid Achelhi e Nasser Zefzafi. Oggi la tortura rimane uno degli strumenti repressivi più utilizzati dalle forze di sicurezza marocchine. Secondo il Centro per la riabilitazione delle vittime di tortura in Marocco, sono stati registrati più di seimila casi dal 2001. Quasi uno al giorno. Per quanto riguarda attrezzature e forniture, diverse inchieste indipendenti hanno mostrato che furgoni e veicoli 4x4 forniti da Bruxelles sono stati utilizzati per le deportazioni coatte di migranti subsahariani dal Marocco verso la Mauritania. Quegli stessi mezzi si possono notare oggi in numerosi video che documentano le violenze contro i manifestanti che, in queste settimane, stanno protestando in tutto il Paese per chiedere maggiori diritti economici e sociali e denunciare gli sprechi legati all’organizzazione della Coppa del mondo di calcio prevista nel 2030, considerata uno spreco di denaro pubblico. Tre giovani sono morti vicino ad Agadir, nel Sud del Paese, dopo essere stati colpiti da proiettili sparati dalle forze dell’ordine; gli arresti sono stati oltre 400 e i feriti più di mille.
«Il Marocco rimane un partner strategico chiave per l’Ue, in particolare nel settore della sicurezza, come previsto dall’Accordo di associazione Ue–Marocco», è il commento finale della Commissione europea. Parole che illustrano bene quanto sia prioritario il Paese nordafricano per l’Europa, soprattutto in materia di migrazione e controllo dei confini, nonostante un apparato securitario che continua ad agire nell’ombra, non solo all’interno dei propri confini ma anche all’estero. Il Marocco è infatti noto per adottare la cosiddetta repressione transnazionale, un insieme di metodi attraverso i quali il regime mantiene il controllo su attivisti, oppositori e giornalisti che hanno lasciato il Paese per aver criticato il re.
Una repressione che colpisce direttamente il cuore dell’Europa, come nel caso di Yuba El Ghadioui. Nato nel 1982 a Tazarine, piccolo villaggio costiero, è uno dei volti più noti del Partito nazionale del Rif e si trova attualmente in esilio in Germania. Volto sorridente e capacità innate nel farsi ascoltare, gestisce una delle pagine più seguite su YouTube, dove ogni venerdì organizza dirette per parlare delle condizioni della sua regione e denunciare la repressione del Makhzen. «Prima le intimidazioni avvenivano solo online, con insulti, minacce di morte e stupro da parte di anonimi o figure note vicine al regime – denuncia l’attivista – poi sono passati ai fatti. Un imam vicino al regime in Marocco ha emesso una fatwa che invoca il mio assassinio. Nel 2018 invece ho ricevuto una visita da parte dei servizi segreti tedeschi: mi hanno segnalato che ero un obiettivo di primo piano da colpire da parte di un gruppo salafita. Nel 2023 un agente marocchino in Germania è stato arrestato con l’accusa di spiarmi».
El Ghadioui è uno dei principali nemici pubblici del regime pluriventennale guidato da Mohammed VI. L’attivista è stato anche vittima di aggressioni durante alcuni eventi pubblici a Bruxelles: «È dal 2014 che non rientro più nel Rif e oggi mi ritrovo ad avere i documenti marocchini per vivere in Europa, anche se non mi sento uno di loro. Anche questo è uno strumento di repressione. Il regime ti costringe a tenere il passaporto del Paese per poterti arrestare e perseguire in qualunque momento secondo le loro leggi. È già successo in passato», conclude Yuba El Ghadioui. Il Rif resta marginalizzato e represso, anche grazie ai fondi europei. Tuttavia, la calma che lo attraversa potrebbe presto mutare in nuove rivolte in un Marocco segnato da profonde disuguaglianze.
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