Economia
8 gennaio, 2026Dagli aeroporti del Nord-Est ai giornali ex Gedi, Enrico Marchi ora tratta per La Stampa con il solito Elkann. In asse con i francesi diversifica le attività e amplia il raggio d’azione
Classe 1956, veneto doc, finanziere veloce e abilissimo, liberale fin da giovane, in sintonia con il modello di leghismo nordcentrico stile Luca Zaia.
Enrico Marchi è partito con una minuscola azienda di leasing negli anni Ottanta e ha creato una banca, la Finint. Poi, all'inizio del millennio, ha messo le mani sul Marco Polo, l'aeroporto veneziano, per dare vita a Save spa, piccolo impero degli scali, aggiungendo ai terminal di Venezia quelli di Treviso, Verona, Brescia e una partecipazione del 48 per cento dell'aeroporto Charleroi di Bruxelles. Più di recente, s'è comprato dalla Gedi di John Elkann i più importanti giornali del Nord-Est – Corriere delle Alpi, Mattino di Padova, Messaggero Veneto, Nuova Venezia e Mestre, Piccolo di Trieste e Tribuna di Treviso e Nordest Economia – confluiti nella North East Multimedia, Nem.
Ci ha preso gusto e ora medita di portarsi a casa pure la torinese La Stampa, con l'obiettivo di diventare un riferimento politico ed economico in quella che un tempo si chiamava Padania nei sogni della Lega (e negli incubi di Salvini, il quale oggi preferisce pensare al Ponte sullo Stretto, anziché ai malumori dei compagni del Nord).
Marchi è da un ventennio un imprenditore fra i più ambiziosi della Serenissima e da qualche settimana è l'Italia intera che ha cominciato a conoscerlo, per l'interessamento al quotidiano di Torino, di cui John Elkann vuole liberarsi. Le maldestre trattative dell'erede dell'avvocato potrebbero concludersi presto, ma non prestissimo.
Al momento si sa che il gruppo Gedi (che contiene Repubblica, Stampa e le radio Capital, Deejay e M2O) finirà nelle mani dell'armatore greco Theodore Kyriakou, già proprietario del gruppo dei media greci Antenna, la cui cassaforte sta in Lussemburgo, mentre gli affari si concentrano a Cipro. Kyriakou è interessato soprattutto alle radio, che valgono all'incirca 100 milioni, meno alla carta stampata. Se non sarà Elkann a occuparsi di questo aspetto, potrebbe essere che il greco rivenda almeno La Stampa per rientrare il più presto possibile dall'esborso di 140 milioni di euro, che il patron di Antenna pare essere disposto a mettere sul piatto per rilevare l'intero gruppo editoriale. A preoccupare il greco non è la cifra in sé, quando il conto economico de La Stampa e Repubblica che da tanto, troppo tempo, non generano utili, bensì perdite.
La Repubblica, nonostante resti il secondo quotidiano italiano, ha chiuso gli ultimi esercizi con perdite fra i 15 e i 20 milioni annui. La Stampa è il giornale che più di tutti sta pagando la crisi dei quotidiani nazional-regionali e le perdite si attestato attorno ai 10-12 milioni di euro l'anno.
Ma se Repubblica, previo piano di riorganizzazione, potrebbe restare nelle mani dell'armatore, soprattutto perché il maggiore pretendente si è sfilato (Leonardo Maria del Vecchio ha deciso di virare a destra e lasciar perdere l'opzione progressista per comprarsi il 30 per cento de Il Giornale, oltre a intavolare una trattativa con Andrea Riffeser Monti per i quotidiani Qn), è La Stampa il giornale che potrebbe poi rivendere. A chi? Il governatore in quota Forza Italia del Piemonte, Alberto Cirio, in un incontro con un'assemblea dei 170 giornalisti della Stampa ha reso noto che i pretendenti sono tre: il romano Gaetano Caltagirone, già proprietario del Messaggero e indagato a Milano con il presidente di Luxottica Francesco Milleri e l'amministratore di Mps Luigi Lovaglio per ipotesi di reato di aggiotaggio e ostacolo alle Autorità di Vigilanza; il costruttore piemontese Matterino Dogliani, in ottimi rapporti con Salvini soprattutto perché il suo business passa attraverso concessioni autostradali, viadotti e cantieri; e una cordata di imprenditori che fa capo a Enrico Marchi.
Lui sarebbe stato il primo interpellato dagli Elkann, vista la perfetta riuscita della cessione dei giornali del Nord-Est, ma il veneto nutrirebbe dei dubbi non tanto sul costo del personale, bensì sulla richiesta del venditore di cedere insieme al giornale anche il centro stampa di via Verolengo, sempre a Torino, che nei costi fissi legati alla produzione fisica del giornale rappresenta la voce più pesante del bilancio.
In base a quanto risulta a L'Espresso, Marchi sarebbe ancora in trattativa e per questo starebbe studiando, insieme a una cordata di imprenditori del Nord-Ovest un piano per evitare il ridimensionamento dell'organico, ispirandosi per lo più alla strategia adottata da Urbano Cairo nel risanamento dei conti al Corriere della Sera, ovvero non tagli lineari al personale, bensì una cura ferocissima di azzeramento degli sprechi e la valorizzazione della forza lavoro, da impiegare non solo nella realizzazione del giornale, ma in un grande progetto di affermazione digitale, moltiplicazione dei canali distributivi e attività collaterali (Cairo, ad esempio, ha investito fortemente non solo sul digitale, ma anche sugli eventi, sui Viaggi del Corriere e la casa editrice Solferino) che continuano a mantenere in attivo il Corriere.
In terra veneta i giornalisti del gruppo Nem di Marchi sono in stato di agitazione, denunciando una «precarietà organizzativa» insostenibile. Parallelamente, il direttore Luca Ubaldeschi ha rassegnato le dimissioni, lamentando scarsa autonomia. Al suo posto è stato nominato direttore ad interim Paolo Possamai, che conosce palmo a palmo il territorio e il gruppo, essendo stato per anni direttore di testate locali del Nord-Est.
La domanda è: perché Marchi, che ha già parecchio da fare per la gestione dei suoi giornali, vuole alzare il livello di complessità acquistando La Stampa? La risposta sta nei piani di espansione di Save spa e della controllante Milione spa. Nel 2024 il gruppo Save ha registrato un fatturato di 255,2 milioni di euro, in crescita dell'8,7 per cento, con utili netti a 73,4 milioni, più 24,2 per cento sul 2023. Risultati che quest'anno hanno convinto Marchi a spingere ancora di più sugli investimenti e sui piani di crescita sfruttando il polmone finanziario del fondo francese Ardian di Dominique Senequier. Infatti Save spa è controllata al 98,81 per cento dalla holding Milione Spa, quest'ultima è a sua volta controllata da Finint Infrastrutture, Sviluppo 87 (che fa capo a Finint Holding) e Adrian che hanno acquistato il 100 per cento delle quote di Dws, che fa capo a Deutsche Bank e ai francesi di Infravia Capital Partners.
Con l'operazione di ottobre 2025, Marchi ha liquidato i vecchi soci Dws e InfraVia, per far entrare Ardian che, per far parte della partita, ha messo sul piatto una fiche da un miliardo di euro. Marchi, pur avendo una quota di capitale minore rispetto al colosso francese entrante, ha blindato la governance attraverso i patti parasociali. È lui il presidente e sempre lui che decide la strategia attraverso il management tutto italiano.
L'imprenditore veneto comanda, ma a mettere i soldi sono i francesi che hanno grandi aspettative rispetto alla capacità del finanziere di crescere ulteriormente e garantirgli ampi profitti. Come? Espandersi oltre il settore aeroportuale, in altri campi ad alta prevedibilità di ritorno sull'investimento, ovvero reti infrastruttuali come gli interporti, gli oleodotti, i gasdotti, le reti autostradali. Dunque, un piano che atterra direttamente sulla politica. Lo sa bene Marchi che, nella sua Save spa, è riuscito ad accaparrarsi l'aeroporto di Montichiari di Brescia, non tanto per farlo crescere, ma per evitare che entrasse in diretta concorrenza con i suoi scali veneti. L'aeroporto bresciano di Montichiari è gestito dalla Sogemi, controllata dalla Aeroporto Valerio Catullo di Verona, ovvero dalla Save di Marchi.
Perché lo ha fatto suo? Non per farci un aeroporto passeggeri (che cannibalizzerebbero Verona e Venezia), ma per il cargo e, soprattutto, per non avere concorrenza. Se Montichiari fosse in mano a un altro operatore, potrebbe diventare una spina nel fianco per il polo del Nord-Est. Tenendolo, per così dire, sotto scacco, Marchi decide i ritmi di crescita di tutto il quadrante. Una decisione che alle casse pubbliche lombarde è costata 150 milioni tra ricapitalizzazioni della Camera di Commercio di Brescia e investimenti regionali, per una struttura che viaggia a ritmi ridottissimi rispetto al potenziale. In questo, l'opposizione del Pd in Regione Lombardia spesso critica l'apatia e la noncuranza della maggioranza, a trazione FdI e Lega, rispetto all'incapacità di imporre una svolta per lo scalo bresciano. Marchi, dalla sua, ha gioco facile: senza un serio piano nazionale degli aeroporti, lui può continuare a gestire Montichiari per proteggere i profitti di Venezia e Verona.
La gestione di Montichiari e la maxi operazione finanziaria di ottobre con il fondo Ardian sono due elementi che servono a far capire quanto il finanziere Enrico Marchi sia capace di giocare partite su più tavoli e in grado di disegnare strategie vincenti di lungo termine. Ora, la mossa di conquistarsi la Stampa, in sinergia con altri imprenditori, è finalizzata ad aumentare il proprio peso politico in vista di un'espansione nel settore delle infrastrutture, regolato – fra gli altri – dal ministero dei Trasporti, dove c'è Salvini, e più in generale per portare a Roma le istanze di una classe imprenditoriale che da troppo tempo è inascoltata dal governo di Giorgia Meloni.
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