Economia
9 gennaio, 2026Annunciate come uno strumento di pressione politica, le imposte doganali servivano soprattutto a fare cassa. Ma le entrate sono state inferiori alle promesse, così ora si torna indietro
Ricordate l’aggressività di Donald Trump sui dazi, trasformati in un’arma da guerra buona per tutti gli usi, da imbracciare anche quando le questioni commerciali non c’entravano niente? La Colombia sottoposta a dazi (anzi, in quel caso solo alla minaccia perché si era arresa subito) perché non voleva accettare sul suo territorio gli immigrati “clandestini” espulsi dagli Usa? O il Brasile che si è visto appioppare da un giorno all’altro un dazio del 50% perché il governo di Luis Inacio Lula aveva osato mandare sotto processo il predecessore Jair Bolsonaro, grande amico di Trump, accusato di tentato colpo di Stato (poi è stato effettivamente condannato a 27 anni)? Oppure il caso clamoroso dell’India su cui è stato calato un maglio anch’esso del 50% perché importava gas russo in epoca di sanzioni? Bene, niente più di tutto questo. I casi citati, e molti altri, sono rientrati.
La grinta da boss sui dazi di Trump sembra svanita. Tanto che il Congressional Budget Office è stato costretto a rifare in fretta i conti. In agosto aveva pubblicato le sue stime sugli effetti in termini di riduzione del deficit commerciale della politica dei dazi: prevedeva a quel punto un tasso medio effettivo di tutti i dazi imposti a decine di Paesi, del 20,5%. Il che implicava un taglio del disavanzo di 3.300 miliardi di dollari entro il 2035, oltre che 700 miliardi di risparmio sugli interessi da pagare per i Treasury bonds. Bene, a fine novembre, le previsioni sono cambiate: il tasso medio dei dazi si è ridotto al 16,5% e così la riduzione del deficit è diventata, sempre con orizzonte decennale, di 2.500 miliardi, e 500 miliardi di risparmio sugli interessi.
Gli Stati Uniti sono afflitti da un debito nazionale che supera i 36mila miliardi di dollari: per quanto il dollaro goda del “privilegio esorbitante”, come lo definiva Valery Giscard d’Estaing, cioè la possibilità di continui rifinanziamenti semplicemente battendo nuova valuta (una condizione che prevede però una fiducia immutata negli Usa da parte di tutti i mercati, quale non è più nell’era Trump), la riduzione del debito resta la fonte di preoccupazione numero uno per l’amministrazione. «In questa cornice si inquadrava la politica dei dazi di Trump, finalizzata solo a fare cassa e non, come inizialmente si voleva far credere, alla difesa nazionale o a un aumento degli investimenti stranieri in terra americana», ha commentato Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere.
Ora sembra prevalere un po’ di buon senso, «dovuto all’intervenuta consapevolezza che i dazi sono uno strumento sbagliato, che ha seminato angoscia e incertezze su tutti i mercati mondiali e sta aggravando l’inflazione interna», spiega Angelo Baglioni, economista internazionale alla Cattolica di Milano. Altrettanto sbagliate fin dall’inizio, e ora ridimensionate, sono le previsioni sbandierate da Trump e dal suo ministro del Tesoro, Scott Bessent, di entrate fantasmagoriche dovute appunto ai dazi. Sembra accertato che per il primo anno, il 2025, non si siano superati i 400 miliardi di dollari, un quarto di quanto annunciato. Con un’aggravante sostanziale: Trump continua a sostenere che a pagare per i dazi sono gli stranieri, mentre la realtà è esattamente l’opposto. A pagare sono le aziende americane importatrici, quindi in ultima analisi i cittadini su cui si scarica l’onere degli aumenti. I cittadini stessi cominciano a rendersene conto: «I dazi incrementano l’inflazione e l’inflazione tipicamente penalizza soprattutto le fasce a più basso reddito», dice Kenneth Rogoff, uno dei più prestigiosi economisti del mondo, docente al Mit.
Sullo sfondo aleggia un fantasma inquietante: la Corte Suprema dovrà pronunciarsi a breve sulla costituzionalità dell’intera politica dei dazi di Trump. La misura che più ha sconvolto l’economia mondiale nell’anno appena finito, è a rischio di annullamento. In sostanza, la Corte – investita del problema come da prassi in seguito a una serie di pronunce di giudici minori ai quali si erano appellate a loro volta alcune società importatrici – dovrà rispondere a un quesito: dando per accertato che i dazi sono tasse, è plausibile che un presidente, rappresentante in America del potere esecutivo come da tradizionale definizione di Alexis de Toqueville, decida da solo in materia fiscale, con un tratto di pennarellone a favore di telecamere sul prato della Casa Bianca, senza aver prima ascoltato il Congresso, cioè il potere legislativo? Molti economisti hanno già dato la loro risposta negativa: «La Corte dovrà ricordare che in America esiste una costituzione repubblicana, e quindi misure di tale rilevanza non possono essere prese con ordini esecutivi, avocando inesistenti pericoli alla sicurezza nazionale come invece Trump ha fatto», conferma Robert Engle, economista premio Nobel (nel 2003), professore alla New York University. «Trump ha già prevaricato i suoi poteri – spiega Engle – castigando il mondo accademico, inviando truppe federali nelle città senza alcun motivo, autorizzando la più spietata applicazione delle norme sull’immigrazione, inserendosi nella gestione dei musei e delle agenzie culturali del Paese: con i dazi ha superato qualsiasi ragionevole limite».
La sentenza della Corte Suprema si avvicina: all’inizio di novembre si sono esaurite le udienze preliminari, dalle quali è già uscito un primo verdetto definito dagli osservatori specializzati di “profondo scetticismo” sulla validità della politica dei dazi. Solitamente la Corte impiega dai quattro ai sei mesi per la pronuncia finale, ma questa volta forse si farà prima del solito, assicura il Wall Street Journal. Insomma, nelle prime settimane dell’anno si capirà se Trump ha infranto la costituzione, incappando in un gigantesco errore con cui ha devastato l’orizzonte economico del Pianeta, seminato paure e sgomento, costretto tutti gli uffici studi – dal Fondo Monetario alle grandi banche di Wall Street – a rivedere al ribasso le previsioni economiche. Ma soprattutto, se il verdetto sarà sfavorevole al presidente, si aprirà un nuovo fronte di portata gigantesca: dato che le decisioni della Corte hanno validità retroattiva, ci saranno da restituire a chi li ha già pagati tutti i dazi. Si parla di almeno 400 miliardi per l’intero 2025: un’operazione colossale di diabolica difficoltà che terrà impegnati gli avvocati delle aziende interessate e gli uffici dell’amministrazione per almeno un anno. È una delle più impegnative operazioni di questo genere della storia, ha ammesso Stephen Miran, uno dei più ascoltati consiglieri del presidente. E, a proposito delle “teste d’uovo” della Casa Bianca, si aprirà una lotta fratricida per capire chi potrebbe essere il capro espiatorio. Il primo nome che salterebbe è Peter Navarro, un altro dei “consigliori” del Big Boss, economista californiano, advisor per il commercio e l’industria, considerato l’inventore della politica dei dazi. Ma probabilmente si salirà più in alto, a Bessent o allo stesso Miran per esempio.
Nel frattempo, di fronte a questa prospettiva, Trump prosegue nella sua sempre più rapida retromarcia. Negli ultimi giorni ha abolito i dazi sulle importazioni di banane, caffè, carne e un altro centinaio di prodotti alimentari che gli Usa non sono in grado di produrre. Gli aumenti dei prezzi a fine anno sono pesanti: +19% per il caffè (rispetto a fine 2024), +15% la carne, +10% i succhi di frutta, e così via. Intanto, la lobby paneuropea dell’industria farmaceutica è riuscita a far scendere dal 100 al 15 per cento i dazi sul settore, così come è riuscito all’altrettanto agguerrita lobby dell’automotive. Un risultato sorprendente che non sarebbe stato conseguito con tanta relativa facilità dal Trump “prima maniera”. Non è finita: il presidente ha garantito indennizzi per 12 miliardi di dollari all’industria agroalimentare danneggiata dalle battaglie con l’India e ha promesso un sussidio di 2mila dollari per ogni cittadino danneggiato dall’inflazione dovuta ai dazi. Insomma, una ritirata su tutta la linea, un ripensamento che sconcerta i mercati. In attesa della Corte Suprema che potrebbe dare un taglio definitivo a tutta la questione.

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