Siamo in un tempo cruciale, la guerra alle porte dell’Europa scatenata dal presidente russo Vladimir Putin fa registrare nel nostro Paese ripercussioni negative. Non viviamo in una fase di «economia di guerra», come ha detto Draghi, ma il «futuro preoccupa» e «bisogna prepararsi», soprattutto se il conflitto in Ucraina dovesse continuare a lungo.
E in questo tempo è necessario schierarsi: stare con chi è aggredito, con chi è vittima. E possiamo farlo perché siamo liberi e autonomi. Quella stessa libertà che invece manca ai giornalisti russi, perseguitati da una legge voluta dal Parlamento che punisce con il carcere chiunque pronunci o scriva la parola guerra. Vengono incarcerati perché raccontano ciò che vedono, o meglio, perché fanno informazione.
Ancora una volta è la parola, e il giornalismo, ad essere centrale nella vita della società, anche durante questo conflitto. Possiamo decidere da quale parte stare perché questa oppressione della Russia di Putin viene documentata dai reporter e possiamo distinguere, grazie a loro, ciò che è vero da quello che non lo è. Putin, come tutti i dittatori, non ama i giornalisti. «Io vedo tutto. Questo è il mio problema», diceva Anna Politkovskaja, la giornalista coraggiosa, avversaria dichiarata della politica di Putin, uccisa a Mosca nel 2006. E c’è il coraggio della giornalista Marina Ovsyannikova, apparsa dietro la conduttrice di un tg russo con un cartello di protesta contro la guerra. Arrestata, è stata multata da un tribunale.
L’Espresso racconta e analizza questa guerra, e lo fa dalle prime linee, dalle zone in cui si spara. E sul campo, a documentare gli orrori e le storie drammatiche, ci sono brave colleghe impegnate a raccogliere notizie, come questa professione impone di fare. I loro nomi non li potrete leggere perché hanno aderito allo sciopero delle firme deciso dai colleghi di questo giornale uscito per la prima volta in edicola il 2 ottobre 1955 grazie a Eugenio Scalfari, Arrigo Benedetti e Carlo Caracciolo. Una protesta legata al fatto che L’Espresso si appresta a cambiare editore. E mai avrei pensato che tutto ciò avvenisse in queste condizioni, con le dimissioni del mio amico Marco Damilano che ringrazio per tutto quello che ha fatto in questi anni di direzione durante i quali ho condiviso ogni sua scelta.
Prendo il timone di una nave che si muove in un mare in tempesta, lo faccio per una scelta di responsabilità, per senso del dovere e di rispetto nei confronti del gruppo di giornalisti e poligrafici di cui mi onoro di fare parte da tredici anni. Non è nel mio dna sottrarmi davanti alle sfide e alle situazioni difficili e non lo farò nemmeno questa volta.
«Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario», scriveva Leonardo Sciascia, che di questo giornale è stato collaboratore.
L’Espresso con la sua grande tradizione d’impegno politico, culturale e civile, ha una sua identità, perché è L’Espresso! E non può essere modificato o alterato nella sua natura giornalistica, abituata a scavare nei luoghi bui del Paese e illuminare i palazzi del potere quando i loro inquilini vogliono restare nell’ombra per tentare di sviluppare meglio i loro traffici a spese della comunità. È così che abbiamo svelato, e continueremo a farlo, intrecci criminali, corruzione e malaffare a discapito dei cittadini. Per questo motivo penso che nessun operaio, studente, professionista, medico, insegnante, intellettuale, artista, imprenditore, finanziere o politico, che legge ogni settimana questo giornale, potrà pensare che L’Espresso sia un giornale da caffè. Con tutto il rispetto per il caffè.
Se questi sono i tempi, l’impegno che mi sento di prendere con i lettori è quello di proseguire nella tradizione di un importante giornale, con l’autonomia e l’indipendenza di sempre: la difesa dei principi e dei valori d’interesse generale, le battaglie civili e culturali, rafforzando le inchieste che hanno rilevanza sociale e politica. Restando sempre schierati dalla parte dei cittadini e dell’Italia migliore.