Nel 2006 qui non ci sono arrivati, ma stavolta è diverso» dice Mohammed, mentre osserviamo la punta del golfo di Tiro che divide a metà la costa meridionale del Libano. «Bombardano già e gli attacchi più a Sud ci fanno pensare che gli israeliani vogliono provare un attacco su due fronti, da Metullla e da Naqoura. Ma ci troveranno pronti».
Mohammed non si qualifica mai come un membro di Hezbollah, ma è chiaro che lo sia. Non appena entriamo in città – attraverso la strettoia creata dalla voragine di un bombardamento, a sinistra, e dal casotto di cemento di un check-point deserto, dall’altro lato – affianca la nostra auto in sella a un motorino e ci fa segno di accostare. Assieme a lui altre due coppie. Chiedono chi siamo, cosa facciamo nel Sud e chi ci manda. Una delle sentinelle si innervosisce quando vede sul telefono le foto dei palazzi bombardati di Beirut. «E queste? – chiede minaccioso – perché le hai fatte?». Proviamo a spiegargli che è il nostro lavoro, che siamo in Libano per documentare la situazione, ma non si convince. Da quando gli attacchi israeliani hanno decimato i vertici del «Partito di Dio», tra i bassi ranghi la paranoia regna sovrana. Si cercano spie dovunque, ogni intruso è guardato con sospetto e allontanato. Per fortuna Mohammed è una persona istruita, parla abbastanza bene inglese e capisce le nostre spiegazioni. Il lungomare di Tiro è molto lungo e si sviluppa fino al faro e alla città vecchia, coperta dagli alti palazzi costruiti a partire dal ritiro israeliano nel 2000. Come a Beirut si nota l’assenza di un piano regolatore e alti edifici residenziali abbastanza nuovi si stagliano di fianco a palazzine fatiscenti degli anni della guerra civile. In strada non c’è nessuno, la città ha un’aria spettrale. Tuttavia non è deserta, sotto i porticati dei palazzi o i tetti di lamiera dei negozi all’aperto si incontra ancora qualcuno. Solo uomini, generalmente in scooter e a coppie. Salutano Mohammed e guardano di traverso noi. «Italiani?», chiede un ragazzo. «Ah, come i militari dell’Onu». Ci chiede che ne pensiamo di Israele «ora che sta attaccando i nostri connazionali», ma non aspetta una vera risposta e definisce i soldati dello Stato ebraico «assassini».
Da quando giovedì scorso le truppe israeliane hanno iniziato ad attaccare le basi dell’Unifil lungo la Linea blu, la situazione nel Sud del Paese dei cedri è molto cambiata. Innanzitutto perché gli Stati occidentali, forse per la prima volta dal 7 ottobre 2023, hanno criticato apertamente Tel Aviv. A inizio settimana, ad esempio, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato che, «pur se non si sono registrate vittime o danni ingenti, io penso che non si possa considerare accettabile» l’attacco di Israele ai caschi blu e che «l’atteggiamento delle forze israeliane è del tutto ingiustificato, oltre a essere una palese violazione della risoluzione 1701 dell’Onu». Meloni ha poi aggiunto che presto si recherà a Beirut mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani andrà in missione in Israele e in Palestina. Dello stesso tenore erano state nei giorni precedenti le dichiarazioni di Spagna, Francia, Irlanda, Brasile e del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Per ora gli attacchi israeliani hanno ferito 5 peacekeeper delle Nazioni Unite e la preoccupazione resta altissima. Il caso più grave resta quello del 10 ottobre, quando un carro armato Merkava delle forze armate israeliane ha aperto il fuoco verso una torre di osservazione del quartier generale dell’Unifil a Naqoura, «colpendola direttamente» e facendo cadere i due caschi blu indonesiani che in quel momento erano di vedetta. La dichiarazione diffusa in seguito dal portavoce di Unifil, Andrea Tenenti, è stata molto netta: i colpi sono stati sparati su quell’obiettivo in maniera del tutto intenzionale. Non si è trattato di un errore di mira né di un incidente. Nelle stesse ore i soldati israeliani hanno anche aperto il fuoco sulla base di Ras Naqoura, che in codice è indicata con come Unp 1-31. Qui hanno colpito l’ingresso del bunker e hanno danneggiato dei veicoli e un sistema di comunicazione. Subito dopo, mentre i militari si dirigevano verso i rifugi, un drone dello Stato ebraico è stato avvistato all’interno della base mentre effettuava ricognizioni e seguiva il percorso dei peacekeeper fino all’ingresso nel rifugio. Come ha raccontato uno dei militari italiani all’Ansa: «Ero sotto la torretta. C’è stato un primo colpo che ci ha sfiorato. E poi quello che ha preso in pieno il posto di osservazione. Non è possibile che sia stato un errore. Il carro armato ha puntato deliberatamente su di noi». Alla fine di una giornata molto concitata l’Unifil ha pubblicato un nuovo comunicato: «Ricordiamo all’esercito israeliano e a tutti gli attori l’obbligo di garantire la sicurezza e l’incolumità del personale e delle proprietà delle Nazioni Unite e di rispettare in ogni momento l’inviolabilità dei locali dell’Onu. Qualsiasi attacco deliberato contro le forze di pace è una grave violazione del diritto umanitario internazionale e della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza». Ciononostante, gli attacchi alle basi dell’Onu non sono cessati.
Al contrario, Israele nelle prime ore subito dopo i fatti del 10 ottobre ha deliberatamente ignorato gli appelli internazionali. L’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, ha così risposto alle preoccupazioni del segretario Guterres: «La nostra raccomandazione è che l’Unifil si sposti di 5 chilometri a Nord per evitare pericoli mentre i combattimenti si intensificano e mentre la situazione lungo la Linea Blu rimane instabile a causa dell’aggressione di Hezbollah». Danon aveva anche aggiunto che «Israele non ha alcun desiderio di stare in Libano, ma farà ciò che è necessario per costringere Hezbollah ad allontanarsi dal suo confine settentrionale in modo che 70 mila residenti possano tornare alle loro case». Con il passare dei giorni si è arrivati a una formula più accomodante, il cui significato però è lo stesso: per Tel Aviv «Hezbollah sfrutta le aree in cui si trovano le posizioni e le postazioni Unifil per le sue attività terroristiche contro lo Stato di Israele». Di conseguenza, i vertici israeliani hanno «rinnovato l’invito alle truppe dell’Unifil a ritirarsi di almeno 5 chilometri oltre la Linea blu». Per ora gli Stati membri della missione hanno deciso di comune accordo con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu di tenere le posizioni. «Anche perché», come spiega ancora Tenenti, «spostare uomini e mezzi in un contesto del genere e senza garanzie di sicurezza da parte dei belligeranti sarebbe troppo pericoloso».
È importante notare che gli attacchi a Ras Naqoura indicano che Israele ha intenzione di avanzare non solo da Sud-Est, ovvero dal valico di Metulla, ma anche dalla costa. Per farlo la Marina di Benjamin Netanyahu ha già posizionato diverse navi da guerra con i cannoni puntati verso Tiro, «ma per ora restano in acque territoriali israeliane», rivela una nostra fonte. Un’eventuale manovra a tenaglia dei reparti dello Stato ebraico non può prescindere dalla ritirata dei caschi blu ed è per questo motivo che i politici israeliani, Netanyahu in testa, insistono tanto per la ritirata di Unifil.
Intanto, secondo la direttrice per il Medio Oriente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), Rema Jamous Imseis: «Israele ha emesso ordini di evacuazione che riguardano più di un quarto del Libano» e, dato lo scarsissimo preavviso fornito dagli israeliani, «le persone sentono questi appelli e fuggono senza quasi nulla». Il deterioramento progressivo del contesto umanitario non risparmia di certo i bambini che, secondo l’Unicef, «sono oltre 400 mila su un totale di 1,2 milioni circa di sfollati causati dalla terribile escalation di violenza in Libano». Hezbollah, attraverso le parole del numero due del Partito, Naim Qassem, ha detto di essere «favorevole al cessate il fuoco, ma pronta a continuare la guerra» a oltranza, in quanto la speranza di vittoria dei miliziani «è illimitata». Lontano dai riflettori si muove il governo libanese, che attraverso il premier Najib Mikati fa sapere di «avere ricevuto garanzie americane riguardo alla riduzione del livello dell’escalation israeliana su Beirut e sui suoi sobborghi meridionali» e che «ci sono tentativi da parte del Consiglio di Sicurezza Onu di decretare un cessate il fuoco, ma non sono ancora giunti a una conclusione». Mikati si è anche detto «pronto ad aumentare la presenza delle forze armate libanesi nel Sud del Libano» dopo una tregua, con lo scopo evidente di ridimensionare la presenza di Hezbollah e rassicurare Tel Aviv sul futuro delle relazioni tra i due Stati confinanti.
In ogni caso, è oramai evidente che la stabilità del Medio Oriente dipenderà in misura determinante dall’entità dell’attacco israeliano all’Iran. Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, l’attacco sarà effettuato prima delle elezioni statunitensi del 5 novembre e sarà «più limitato, forse indirizzato alle infrastrutture militari iraniane» per evitare ripercussioni eccessive sul voto negli Usa e lo scoppio di una guerra su vasta scala nella regione.