Giovani
5 gennaio, 2026Di recente, abbiamo indossato gli occhiali 3D per tuffarci nel terzo e nuovo capitolo della saga, Avatar - Fire and Ash. Tuttavia, pochi ricorderanno che Umberto Eco, nella sua Bustina "Come naufragare con successo", commentò un’altra pellicola di Cameron
Non possiamo dimenticare Pandora dopo esserci immersi fra le sue meraviglie. In essa abbiamo scorto il riflesso di noi stessi: i nostri desideri trasportati sotto una nuova pelle. D’altronde, il popolo Na’vi (al centro della celebre saga di James Cameron, Avatar) ha un’espressione tutta sua per sancire il legame tra due anime affini: Io ti vedo, rivela la guerriera Neytiri all’amato Jake.
Di recente, abbiamo indossato gli occhiali 3D per tuffarci nel terzo e nuovo capitolo della saga, Avatar - Fire and Ash, nonostante le divergenze tra chi esprime scetticismo verso le scelte narrative e chi resta rapito dalle sue bellezze scenografiche. Tuttavia, pochi ricorderanno che Umberto Eco, nella sua Bustina "Come naufragare con successo", commentò un’altra pellicola di Cameron che, a ben vedere, potrebbe svelare molto più di quanto immaginiamo sui popoli Na’vi: “L’altro giorno qualcuno mi ha chiesto perché secondo me Titanic è divenuto un film di culto, con le ragazzine che asseriscono di averlo visto trenta volte di seguito”.
La prima ragione che l’autore fornisce ruota intorno alla tragedia dei protagonisti, al confine tra la vita e la morte, i quali incarnano la fragilità umana di fronte alla forza schiacciante della natura e alla potenza del mare. Quello del naufragio è un tema potente, capace di evocare qualcosa di molto simile a ciò che un filosofo come Immanuel Kant definiva sublime dinamico, un sentimento misto fra la paura e l’ammirazione. Ci lasciamo rapire dalla maestosità della natura, riconoscendo tanto la sua grandezza quanto le nostre fragilità di fronte a essa, riscoprendoci creature vulnerabili e in balia degli eventi.
In Avatar ritroviamo una dinamica simile, se siamo disposti a ribaltare la prospettiva: Pandora è un luogo dove gli abitanti vivono in simbiosi con l’ambiente, mossi dalla consapevolezza che la natura sia regolata da un’entità superiore che ne detta le leggi. Quando gli esseri umani tentano di sfruttarne le risorse, i Na’vi si ribellano e Pandora reagisce con loro. Non assistiamo allo scontro tra due eserciti, ma all’insurrezione di un intero cosmo. Una biosfera che travolge invasori accecati dalla brama di potere, incapaci di comprendere una forza incommensurabile rispetto ai desideri venali della “Gente del Cielo”, l’appellativo che i Na’vi riservano agli umani, giunti dalle stelle con macchine pensate per violare l’integrità del loro mondo. Non possiamo ignorare nemmeno il richiamo all’imperfezione della tecnica umana e alle sue possibili derive (già citato da Eco su Titanic): Pandora rimane un ambiente all’interno del quale i congegni umani sono destinati a soccombere.
Tuttavia, il vero punto di forza della trama si nasconde nei protagonisti capaci di unire i propri drammi interiori al destino di Pandora. Il legame fra Jake e Neytiri diventa il cuore di una tensione universale: non diversamente da noi, essi cercano un’identità più fedele alle proprie aspirazioni. Non solo percepiscono il bisogno di sentirsi autenticamente parte di una comunità, loro desiderano una profonda connessione con un’anima affine, tale da affermare: Io ti vedo. O meglio: “io vedo il vero te”. Il fascino di Avatar non risiede in repentini colpi di scena o in elaborate architetture narrative: la sua storia ci chiede di rallentare per abitare un mondo e, attraverso di esso, vederci con occhi nuovi.
Un’avanzata tecnologia senza alcun controllo etico o la resistenza dell’amore di fronte alle più terribili catastrofi possono apparire questioni trite e ritrite, addirittura banali. In realtà, esse rispondono esattamente a ciò che cerchiamo in una storia: un intreccio di vissuti, di desideri e timori che, pur se appartenenti al nostro microcosmo privato, trovano nella dimensione universale una piena realizzazione. Tutto ciò avviene attraverso personaggi nei quali possiamo rispecchiare tanto le nostre ambizioni quanto le nostre fragilità. Ecco perché narrazioni come quella di Avatar non smetteranno di conquistarci: in esse ritroviamo i bisogni più umani, la cui continua presenza ci spinge a cercare linguaggi sempre differenti per raccontare le nostre medesime aspirazioni e paure, dando nuovamente vita alle nostre storie. Nelle quali riusciamo a vedere noi stessi.
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