Giovani
16 marzo, 2026L’odio matura quando, dentro di noi, cresce la paura di veder soccombere le nostre certezze, quando soffochiamo nel timore di scoprire che le credenze sulla nostra identità possano essere erronee. Siamo sempre stati plurali e continuiamo a esserlo, ma non riusciamo ancora ad alzare lo sguardo e immaginare la nostra casa non come un luogo in cui ogni cambiamento è esiliato, ma come uno spazio dove contaminazioni e variazioni rappresentano un’opportunità
Casa è il luogo dove tutto rimane immutato, coordinate che fermano il tempo e cristallizzano sensazioni e persone che pensiamo debbano appartenerci per sempre. Statica e inalterabile, la casa è quel posto in cui terminano i cambiamenti e ogni possibilità di metamorfosi. Il nostro stesso Paese appare come una dimora dove tutto permane nelle stesse solite dinamiche: un luogo dove passeggiano ancora le reliquie del nostro passato. Tuttavia, se ci guardassimo allo specchio, noteremmo di essere l’esito di un intreccio di popoli: un complesso di storie, migrazioni e coscienze che, lasciando il noto, hanno toccato le sponde della nostra penisola, rendendoci chi siamo oggi.
Umberto Eco si è chiesto, in una Bustina del 1996, Chi erano questi celti? Entrando a gamba tesa sui secessionisti che hanno immaginato un’Italia divisa sulla base di “teorie” che, a detta dell’autore, “contrastano con quanto dovrebbero aver appreso a scuola”. Oggi i secessionisti di un tempo si sono trasformati nei più fervidi patrioti (a detta loro), ma rinnegano ciò che è parte integrante della nostra identità: siamo, per eccellenza, un popolo forgiato dalle migrazioni e migrante esso stesso. Una nazione che ha reso la sua gente viaggiatrice in ogni angolo del globo e che, allo stesso tempo, ha riunito nello spazio di uno stivale greci, etruschi, galli, arabi, normanni, francesi e spagnoli (l’elenco potrebbe continuare a lungo). “Parmenide nativo, Pitagora naturalizzato, entrambi sarebbero legalmente cittadini italiani, il che non guasta”, scrive l’autore.
In fondo, siamo sempre stati plurali, ma facciamo ancora fatica a osservare il nostro riflesso, a riconoscere una varietà culturale che ci appartiene, ma che per timore allontaniamo. È il tema che accompagna “È già domani”, un programma di incontri, proiezioni, spettacoli e momenti di confronto che attraversa librerie, scuole e spazi pubblici in tutta Italia dal 14 al 22 marzo, partecipando così alla Settimana di azione contro il razzismo promossa da UNAR, in occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (21 marzo). Un’iniziativa del Gruppo Feltrinelli e dell’associazione Il Razzismo è una Brutta Storia nella quale il tema dominante sarà il nostro mondo: una realtà già diversa, già plurale, ma ancora troppo spaventata per guardarsi negli occhi.
Il problema è che siamo abituati a paragonare il razzismo solamente ai sentimenti di disprezzo, ma i pregiudizi hanno a che fare con le mura erette dai nostri sistemi di difesa, che allestiscono delle certezze a cui poterci aggrappare. È un pregiudizio quello iniziale, che si insinua nella mente di chi crede che la casa sia un posto sempre identico a se stesso, in cui persone dagli stessi lineamenti e dai medesimi comportamenti controllano ogni spazio del proprio focolare e riordinano ogni aspetto che percepiscono fuori posto. Ma noi siamo un popolo di migranti: dovremmo conoscere la sconvolgente sensazione di ritornare a casa e scoprirla cambiata, osservando il tempo che scorre sulle superfici dei mobili e persino sui volti delle persone che la abitano. Dovremmo sapere bene che la casa è un luogo che, per quanto vorremmo rinchiudere in una cornice immutabile, come una fotografia, trasforma anche le pareti più familiari. Ma noi non riusciamo ad accettare di non avere il pieno controllo sulle nostre radici, e nemmeno sulle emozioni che ci attraversano quando il cambiamento afferra ciò che ci è più familiare.
Allo stesso modo guardiamo al nostro Paese: l’odio matura quando, dentro di noi, cresce la paura di veder soccombere le nostre certezze, quando soffochiamo nel timore di scoprire che le credenze sulla nostra identità possano essere erronee. Siamo sempre stati plurali e continuiamo a esserlo, ma non riusciamo ancora ad alzare lo sguardo e immaginare la nostra casa non come un luogo in cui ogni cambiamento è esiliato, ma come uno spazio dove contaminazioni e variazioni rappresentano un’opportunità per rafforzarne le fondamenta. Un razzista non è solo colui che odia, ma un individuo terrorizzato all’idea che le proprie radici siano cresciute su un terreno instabile e pronto a cambiare ancora: una persona che scorge nel riflesso dell’altro il collasso delle proprie certezze
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