Della terza stagione della Casa di Carta non si sentiva davvero alcun bisogno

Inverosimile, splatter e senza mordente: la serie tv dei record poteva fermarsi dopo il colpo alla Zecca. Invece hanno voluto cavalcare il successo a tutti i costi. Con un risultato deludente. Dove l'unica novità è che Tokyo si è tagliata i capelli  

«Ogni tot ore noi uomini dobbiamo buttare fuori il seme. E quindi facciamo bum bum. Poi sentiamo un rifiuto per quella persona con cui abbiamo fatto sesso e allora diciamo ciao». Bum bum ciao. E con sole tre parole pronunciate dal neo arrivato Palermo l’attesa spasmodica che ha accompagnato il debutto della terza stagione della “Casa di carta” si esaurisce come una bomboletta senza gas. Perché da Bella ciao in formato tormentone a Bum bum ciao, il passo, blasfemia a parte, non è breve: è un universo. Quello che fa sentire obbligato un successo planetario a lasciare il finale perfetto e riaprire bottega.

La produzione multimilionaria dalla terra di Spagna ha ceduto alla tentazione fastidiosa di strizzare un contenuto poco più che inesistente, infarcirlo di droni, dirigibili e pepite e sparpagliare figurine vestite da manifestanti col pugno alzato per infinocchiare il pubblico al grido: siamo tornati. Ma con un risultato scontato come una strimpellata al citofono, dove la novità più forte è che Tokyo si è tagliata i capelli.

Li avevamo lasciati multimilionari dopo la rapina alla Zecca nazionale di Madrid. Ora li ritroviamo per la rapina alla Banca Centrale di Spagna. Probabilmente per le prossime stagioni trafugheranno la Numero Uno di Zio Paperone, avendo già sbruciacchiato qualunque tentativo di attaccamento alla verosimiglianza tra mute subacquee e hacker pakistani, tanto varrebbe indagare nella surrealtà.

Intanto a caval Incasso non si guarda in bocca e quel gioiellino da cartone animato che aveva lasciato in molti incollati davanti a Netflix si è trasformato in una ballerina di fila ed è risalito sul palco per un’altra data. Senza la fase di reclutamento alla Magnifici Sette perché la banda è più o meno la stessa. Senza la magia dell’incastro, del dettaglio imprevedibile, del personaggio giusto, del gioco tra buoni e cattivi che si scambiano le parti e fanno brillare il genio. E soprattutto senza l’annunciato effetto rivoluzione.

Perché pur dichiarando di voler attaccare il cuore del sistema, contro la tortura, i poteri forti e le banche, i novelli Robin Hood che ridistribuiscono le ricchezze al popolo alla fine sono comunque un manipolo di ladri tutto sole cuore e amore, seppure in tuta rossa e maschera di Dalí. Che fanno buon viso a pessimo gioco. Dove la partita a scacchi in nome della libertà si trasforma in una guerriglia splatter da sangue senza fragole.

Sì, a volte bisognerebbe dire no. E quando ti chiedono che fine potranno fare i personaggi di una bella storia, prendere esempio da Rhett Butler e rispondere con serenità: francamente me ne infischio.

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