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Inchieste
novembre, 2014

Il Granducato delle tasse facili nella bufera La Destra europea: 'Juncker si dimetta'

Tempesta politica internazionale contro il Lussemburgo per  le rivelazioni sui patti segreti con oltre trecento aziende per favorire il trasferimento di flussi finanziari colossali in cambio di tasse ridotte . E nel mirino c'è soprattutto il presidente della Commissione europea

Il Lussemburgo, paradiso delle tasse facili è sotto assedio.Le rivelazioni sui patti segreti con oltre trecento aziende per favorire il trasferimento di flussi finanziari colossali in cambio di tasse ridotte sta provocando una tempesta politica internazionale contro il Lussemburgo. Ma nel mirino c'è soprattutto Jean-Claude Juncker, per 18 anni premier del piccolo paese e da poche settimane presidente della Commissione europea.

L'inchiesta realizzata dal nerwork investigativo Icij con i giornali di 26 paesi e pubblicata in esclusiva per l'Italia da “l'Espresso” ha scatenato un'ondata di reazioni. In tutta Europa, leader di destra e sinistra hanno invocato la fine del sistema legale che ha permesso al Granducato di accumulare ricchezze, sottraendole di fatto alle economie degli altri paesi. Queste procedure di fisco facile hanno trasformato il piccolo Stato in una capitale finanziaria, con un reddito pro capite di 110 mila dollari: il più alto del mondo, quasi il triplo dell'Italia.

Gli uffici Antitrust della Ue sono intervenuti chiedendo subito informazioni alle autorità lussemburghesi. Il responsabile Margrethe Vestager intende «andare fino in fondo» e ha detto che vigilerà per «far applicare il controllo degli aiuti di Stato in modo equo ed equilibrato».  
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Juncker ha annullato una conferenza stampa programmata, evitando interventi pubblici. Tramite il suo portavoce ha detto che spetta al commissario antitrust fare luce sulla vicenda: «Farà il suo lavoro e io mi asterrò dall'intervenire. Io non la frenerei perché lo troverei indecente».

La Commissione antitrust finora ha aperto quattro istruttorie ipotizzando agevolazioni irregolari concesse dai paesi dell'Unione a grandi gruppi. Due in Lussemburgo riguardano Fiat Finance e Amazon, nel mirino anche l'Olanda per Starbucks e l'Irlanda per Apple. Ma ora nei file pubblicati ci sono i patti riservati che il Granducato ha realizzato con 365 società, alcune di primissimo piano come Pepsi, Procter & Gamble, Deutsche Bank, Gazprom. Nella lista anche 31 aziende italiane o che hanno condotto operazioni nel nostro Paese: dossier esaminati in esclusiva da “l'Espresso” e che il nostro giornale descriverà nei prossimi numeri.
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Ma la questione non è più soltanto tecnica e non riguarda solo la correttezza degli accordi fiscali, tutti pienamente legali: in discussione c'è proprio il sistema, che crea di fatto una disparità nel trattamento tributario e favorisce la fuga degli investimenti verso il Lussemburgo a danno degli altri paesi. Una situazione iniqua, riconosciuta ora anche dal ministro delle Finanze del Granducato, Pierre Gramegna: «Quello che abbiamo fatto è pienamente compatibile con tutte le convenzioni», per poi aggiungere «ma possono portare a un pagamento irrisorio di tasse delle imprese e crediamo che non sia soddisfacente». Il ministro ha spiegato che il suo governo intende intervenire per modificare i regolamenti sugli accordi con le aziende: «Dall'inizio della crisi economica mondiale lo sguardo che Stati e cittadini hanno su questi meccanismi fiscali è cambiato per cui la loro legittimità è stata messa in discussione».

Quel sistema sotto accusa è stato costruito nei 18 anni in cui Juncker è stato premier del Granducato. Per questo ora i partiti della destra-europea chiedono le sue dimissioni dal vertice della Commissione Ue.  «È uno scandalo che pone problemi etici, politici e morali», ha tuonato Marine Le Pen, leader del Front National francese. «Se l'Unione europea vuole mantenere un briciolo di credibilità deve pretendere che lasci l'incarico», ha dichiarato Giorgia Meloni: «Far dettare le regole comportamentali agli stati membri da chi ha orchestrato a lungo un sistema mondiale di elusione fiscale è come affidare a Dracula una banca del sangue».

Nonostante provenga dal Ppe, la coalizione continentale dei partiti di centrodestra, la sinistra europea ha usato toni meno duri contro Juncker. La linea sembra essere stata dettata dal ministro delle Finanze francese Michel Sapin: ottenere misure concrete dal presidente, senza mettere però in discussione il suo ruolo. «Questo sistema non è più accettabile e va combattuto globalmente», ha sottolineato Sapin: «Gli accordi segreti sono un riflesso del passato, noi guardiamo al futuro. Abbiamo fatto grandi passi in avanti alla lotta all'evasione fiscale e a queste pratiche tributarie». «Quel che mi preoccupa di più è che queste pratiche erano legalmente possibili in diversi paesi», ha aggiunto Martin Schultz, presidente del Parlamento europeo e leader dell'ala progressista: «La Commissione prenderà tutte le misure: dobbiamo sollecitare gli stati membri a mettere fine alle pratiche di evasione fiscale in Europa».

Secondo Gianni Pittella «è in gioco la credibilità di Juncker. Deve mostrare da che parte sta: dalla parte dei cittadini o degli evasori fiscali?». Il capogruppo degli eurodeputati socialisti ed esponente Pd ha chiesto alla Commissione di presentarsi la prossima settimana davanti al parlamento europeo per illustrare le azioni urgenti contro le scorciatoie sulla tassazione. «L'ingegneria fiscale non è più accettabile nel momento in cui tutti i governi a causa della crisi sono stati costretti ad alzare le tasse prolungando la recessione. Juncker deve prendere misure urgenti e radicali per chiudere le scappatoie e limitare la competizione fiscale che minaccia di trasformarsi in un rialzo sempre crescente del carico fiscale sui cittadini onesti. È una questione etica e morale».

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