Reggio Calabria: Il ritorno dei boss della 'ndrangheta

Gli uomini di punta della famiglia De Stefano verranno scarcerati a breve. Sono la ’ndrina più potente dello Stretto, e godono di altissime protezioni. Che hanno permesso loro di smistare in paradisi sicuri enormi capitali

«Dei De Stefano si sente parlare, ma si deve ascoltare... Non c’è mania di grandezza, perché noi, la mia famiglia, conosciamo meglio di altri cosa voglia dire la sofferenza dovuta a un nome, a una grandezza, a una storia». Le parole pronunciate in tribunale da Giuseppe De Stefano portano dentro al cuore della più grande saga criminale reggina, quella con lo spessore più profondamente mafioso, intrecciata con l’anima nera della città dello Stretto: «Una volta è uscito mio padre dal carcere, nel 1982, e in un negozio di scarpe ha trovato 60 milioni di lire di conto e noi figli camminavamo con le scarpe bucate». Un messaggio chiaro: qui in tanti hanno fatto strada grazie alle scarpe della mia famiglia e ci debbono riconoscenza.

Giuseppe, a differenza di tanti altri ’ndranghetisti, parla un italiano corretto, anche se l’accento reggino è un marchio di cui va orgoglioso, legge molto, ha studiato al liceo classico e poi all’università, ha parenti avvocati che si intendono di politica. E fin dall’adolescenza ha frequentato i figli dei più noti professionisti della città. Quando sette anni fa gli agenti della squadra mobile l’hanno arrestato ha voluto mostrare il suo rango attraverso la scelta degli abiti: una ricercata giacca di tweed marrone sopra un dolcevita di lana blu, capelli in ordine e un paio di occhiali con le lenti rettangolari tenute da una montatura tanto sottile da sembrare impercettibile. Quel giorno di fronte alle telecamere piazzate davanti alla Questura non poteva sfigurare, era pur sempre l’erede di don Paolino, la mente raffinatissima, insieme al fratello Giorgio, che sul finire degli anni ’60 ha modellato la ’ndrangheta su nuove regole plasmandola sulle forme della modernità.

Ora Giuseppe ha 47 anni e una lunga condanna da scontare, ma lontano dall’attenzione dei media il potere del clan è diventato più forte, grazie ai familiari che sono tornati in libertà e che secondo gli inquirenti si stanno spartendo la gestione della holding criminale. Hanno lasciato il carcere lo zio Orazio, l’unico della vecchia guardia ancora in vita, e il cugino Giovanni. A ottobre sarà la volta anche di Paolo Rosario, il figlio naturale di don Giorgio e quindi fratello di Giovanni, nato da una relazione extraconiugale del boss. Negli organigrammi del clan, Giuseppe e Paolo Rosario sono considerate le due stelle.

Tra meno di due anni le porte del carcere si apriranno pure per Carmine, il fratello più grande di Giuseppe. Chi indaga lo definisce “l’ideologo” della ’ndrina. «Il più pericoloso, con una particolare propensione all’eversione», osserva una fonte investigativa. È spietato, dicono i collaboratori di giustizia. La sua prima moglie si chiama Giusy Coco Trovato. Non una donna qualunque, ma la figlia del boss lecchese Franco Coco Trovato che ha seminato violenze e quattrini in Lombardia, oltre a essere un referente dei De Stefano al Nord. Giusy ha confessato al suo diario di non amare davvero Carmine, lei in realtà avrebbe voluto sposare Giuseppe. Solo che non si è limitata a scriverlo, lo ha raccontato in giro. Per questo motivo Carmine aveva deciso che Giusy doveva morire. Un pentito ha descritto persino i particolari dell’esecuzione: «Avrebbero dovuto ucciderla e poi buttarla nello Stretto». L’ha salvata il padre ergastolano, con una lettera da vero uomo d’onore, vergata dalla cella del 41 bis: «Se ha sbagliato mia figlia, sul mio sangue me la vedo io».

Il sigillo del "Crimine"
I figli di don Paolino sono stati i capi indiscussi dell’intera città. E anche dal carcere, la carica di cui è stato insignito Giuseppe lo rende un’istituzione rispettata da tutta la ’ndrangheta. Nel gergo mafioso lui ha il rango di “Crimine”, che ha lo stesso valore di una promozione ad amministratore delegato per una società, o, per restare in ambienti di malavita, di capo dei capi, colui cioè che governa una sorta di cupola cittadina formata da tutte le famiglie mafiose. Reggio in questo è molto simile alla New York delle storiche cinque famiglie. Anche qui, c’è un vertice, il Crimine appunto: una struttura complessa tenuta insieme da un sistema di regole nuovo voluto proprio dai De Stefano a chiusura della seconda guerra di ’ndrangheta costata più di 600 morti ammazzati. Sullo Stretto le famiglie che si spartiscono mazzette, appalti, estorsioni e business, si chiamano Condello, Tegano, Libri e De Stefano. A ognuna di queste fa riferimento una miriade di ’ndrine satellite. La carica è stata conferita a Giuseppe nel carcere di Reggio Calabria. Nella sua città. Nulla è più gratificante per un boss. Lui, però, ha sempre negato: «Ma che è sto Crimine?», si è difeso davanti ai giudici.

Passato presente futuro
I padrini dello Stretto sono il passato, il presente e il futuro di questa città. La storia dei De Stefano coincide con la stagione italiana più fitta di misteri. L’ascesa inizia alla fine degli anni ’60. Quando i fratelli Giorgio, Paolo e Giovanni, erano «i figghioli» promettenti al soldo dell’antico patriarca don Mico Tripodo. Erano i figli di una vecchia onorata società, contro la quale ben presto si scaglieranno per creare qualcosa di nuovo. Una cosa nuova, appunto. La ’ndrangheta moderna, a metà tra finanza e narcotraffico. La storia della famiglia incrocia la rivolta dei “Boia chi molla”, il golpe Borghese, la prima guerra di mafia, i rapporti con la massoneria, i servizi deviati e con i leader dell’eversione nera, da Franco Freda a Pierluigi Concutelli, i grandi appalti miliardari, la seconda guerra di ’ndrangheta, fino ai giorni nostri quando il loro nome torna a spuntare nell’inchiesta sui fondi neri della Lega Nord e sul business milionario del gioco online: sono riusciti persino a piazzare un loro manager nel colosso dell’azzardo maltese Betuniq, colpito lo scorso 22 luglio da un sequestro da due miliardi di euro.

Proprio quei rapporti stretti negli anni della strategia della tensione, muovendosi tra 007 senza scrupoli e maestri venerabili, sono il vero capitale che gli ha permesso di mantenere indisturbata una presenza ai piani alti. Le loro tracce compaiono a Milano per esempio, nello studio di via Durini 14, a pochi metri dal Duomo.

Indagando su un giro di denaro sporco, i pm di Reggio Calabria sono arrivati a individuare un trentenne reggino, Bruno Mafrici: al telefono mostra entrature profonde nella politica calabrese, incluso l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, e una fiorente attività anche in società estere. Alcune di queste collegate ai gruppi del gioco d’azzardo. È proprio ascoltando le telefonate tra alcuni destefaniani attivi nel settore tra Spagna e Malta, che gli investigatori arrivano al gruppo dei professionisti milanesi in cui opera Mafrici. Uno che secondo il pentito Nino Fiume, ex fidanzato di una dei De Stefano, «frequentava la comitiva della “Reggio bene”, tra questi Dimitri De Stefano (il fratello minore di Giuseppe, incensurato), c’erano ragazzi, persone… giovani avvocate, laureandi». Mafrici, sempre secondo il collaboratore, avrebbe frequentato casa De Stefano a metà anni ’90. E ha fatto strada grazie al partito più lontano dalla sfera del potere calabrese: la Lega Nord. Stringe un legame stretto con Francesco Belsito, che si definiva «il tesoriere della Lega più pazzo del mondo», grazie al quale entra nello staff del sottosegretario alla Semplificazione dell’ultimo governo Berlusconi.

“La nostra storia”
L’approdo nel vertice della Lega non deve sorprendere. Fin dai tempi dei moti di Reggio il clan De Stefano ha giocato su più tavoli, conservando sempre qualche asso nella manica e mischiandosi con la borghesia cittadina. I registi di questa strategia sono stati essenzialmente due: il defunto padrino Paolo e il cugino, l’avvocato Giorgio De Stefano. Il professionista di famiglia è stato condannato per concorso esterno negli anni ’90. E così i giudici istruttori del tempo lo descrivevano: «La figura dell’avvocato corrisponde perfettamente allo stereotipo dell’uomo di potere nella moderna società; la sua forza è puramente cerebrale, nella capacità gestionale della grande azienda del crimine che è, anche e soprattutto, un organismo economico, come Sindona ed altri hanno insegnato... La silenziosa ma penetrante presenza dell’avvocato nella realtà amministrativa comunale reggina emerge chiaramente con quei medesimi contorni che i collaboratori Alfa e Delta così bene avevano focalizzato nelle loro dichiarazioni: un uomo astuto, abituato a muoversi nell’ombra, abile criptico manovratore delle situazioni». Oggi l’avvocato ha abbandonato la politica (negli anni ’80 era stato eletto consigliere comunale con la Dc), ma continua a essere un professionista di fama riconosciuta in città.

Quattrini offshore
Ma solo di voti e consenso non si mangia. Per questo il vero fronte è quello economico e finanziario. L’indagine Breakfast, dove spunta il nome del leghista Belsito e di altri in camicia verde, è nata proprio seguendo gli indizi di un riciclaggio enorme. «Oggi la ’ndrangheta reggina, in particolare i De Stefano, sta cercando di cambiare di nuovo pelle», racconta una fonte giudiziaria: «Si sta riorganizzando e punta soprattutto ai mercati esteri». Paradisi fiscali dove ripulire montagne di denaro. «Già alla fine degli anni ’90 i De Stefano hanno avuto la capacità di individuare soggetti esterni, avvocati in particolare, capaci di gestire il patrimonio di famiglia e di diversificare gli investimenti. Questi professionisti che non per forza sono calabresi sanno sfruttare molto bene le falle dei sistemi fiscali diversi in varie parti del mondo».

Nelle recenti inchieste che coordina la procura antimafia di Reggio Calabria in effetti ci sono numerose tracce di questi canali esteri. I De Stefano avrebbero pedine ovunque, uno dei loro feudi stranieri è per esempio la Costa Azzura: a Cap D’Antibes avevano una villa da sogno. Il sospetto è che buona parte del tesoro sia transitato da lì. E che alcuni professionisti elvetici abbiano poi dirottato gli investimenti attraverso Cipro, Malta e la stessa Svizzera verso forzieri sconosciuti. Esperto di Francia, poi trasferitosi a Milano, è Paolo Martino, cugino del patriarca Paolo De Stefano. Oggi è ritenuto il referente economico del clan al Nord. Con un passato turbolento. Secondo i pentiti è stato uno dei protettori della fuga del terrorista Franco Freda, che «aveva trovato rifugio allorquando venne ospitato a Reggio, prima di essere sistemato, tramite i De Stefano e Paolo Martino, presso un’altra abitazione». E un presente che si chiude nel 2011, quando i carabinieri lo arrestano nell’operazione Redux-Caposaldo.

«Già dagli anni ’70 la famiglia De Stefano, i capi storici Giorgio e Paolo, avevano stretto rapporti istituzionali» prosegue la fonte, «poi nel ’91, alla fine della seconda guerra di mafia che ha insanguinato Reggio, succede qualcosa di nuovo: la ’ndrangheta si scinde in due componenti, una delle quali potremmo definirla, a detta anche di molti pentiti, una struttura invisibile. Si è cioè inabissata». Un potere invisibile, che continua a dettare legge in città e non solo. E adesso per effetto delle scarcerazioni torna ad avere su piazza anche i suoi uomini di punta.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app