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Inchieste
marzo, 2016

'Ndrangheta alla sbarra, il patto con la politica «Per avere gli appalti bisogna oliare»

È iniziato il maxi processo Aemilia. E il super pentito accusa: tangenti e corruzione per lavorare negli appalti. Un politico di Forza Italia a disposizione del clan

Imputati nervosi, latitanza delle vittime, melina degli avvocati e le prime attese dichiarazioni del super pentito. È iniziato il maxi processo alla 'ndrangheta emiliana. Nel prefabbricato tirato su in fretta e furia, stretto tra le due ale del tribunale di Reggio Emilia, ha mosso i primi passi il dibattimento Aemilia, dal nome dell'inchiesta che il 28 gennaio dell'anno scorso ha portato in carcere 117 persone. Un'inchiesta dalla distrettuale antimafia di Bologna e dei Carabinieri di Modena e Reggio Emilia. Alla sbarra, ora, ci sono 147 imputati. Due di questi collegati in video conferenza dal 41 bis. Mentre è in corso il rito abbreviato per altri 71, tra cui due politici e molti capi del clan Grande Aracri, che secondo gli inquirenti ha creato in Emilia Romagna una vera e propria cosca autonoma. Davanti ai giudici stanno sfilando boss, imprenditori, colletti bianchi ed esponenti della politica locale. L'accusa principale è di associazione mafiosa. Ma i capi di imputazione sono centinaia: usura, estorsione, minacce, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, droga.

Un processo, quello iniziato il 23 marzo, che si preannuncia lungo e complesso. E con parecchi colpi di scena. Sono attesi, infatti, almeno sei pentiti. Uno di questi è Giuseppe Giglio. Ha deciso solo pochi mesi fa di collaborare. Ed è considerato un pezzo da novanta della famiglia Grande Aracri. Proprio oggi, peraltro, sono state depositate le sue prime dichiarazioni. Verbali che scottano, in cui Giglio racconta del patto politico con l'avvocato e consigliere comunale di Forza Italia Giuseppe Pagliani. E di come si ottengono i lavori tra Modena e Reggio Emilia: «Oliando la politica». Pagliani è imputato nell'abbreviato con altre 70 persone.

Mentre, secondo il pentito, sarebbe stato l'imprenditore Augusto Bianchini di Finale Emilia, provincai di Modena(imputato pure lui) a parlargli della corruzione e delle tangenti necessarie per ottenere i lavori, anche nella ricostruzione post terremoto. Bianchini e Giglio hanno lavorato moltissimo nei cantieri post terremoto. Ecco cosa ha dichiarato il collaboratore: «Per prendere i lavori bisogna oliare,  proprio così mi disse e se non olio non...». Il pm chiede a Giglio se a Bianchini questi soldi servivano per pagare tangenti: «Esatto!», risponde, «ma come un po' per tutte, per le aziende...Perché se il lavoro era cento reale, Bianchini magari si è fatto fare centoventi di fatture, centotrenta...il Bianchini l'Iva te la lascia. Gli serviva l'imponibile per oliare. Lui chiamava così, cioé bisogna oliare, oliare se no i lavori non arrivano».

I pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini della procura antimafia di Bologna vogliono vederci chiaro. Per questo gli hanno chiesto di rivelare i nomi dei corrotti: ma il collaboratore di giustizia Giglio sostiene di non sapere l'identità dei complici di Bianchini. Parole che sicuramente gli inquirenti non lasceranno cadere nel vuoto. Vorranno, di certo, capire chi è stato «oliato» da Bianchini, il quale una volta ottenuti i lavori faceva lavorare anche le aziende degli 'ndranghetisti. I «Fratelli», secondo il pentito, che con questo termine intende gli affiliati ai Grande Aracri. Già, perché secondo Giglio i vari boss e gregari utilizzavano lo stesso termine usato dai massoni per chiamarsi e riconoscersi.

Nell'aula speciale sono attesi, poi, testimoni eccellenti. Dal ministro Graziano Delrio, chiamato dalla difesa di uno degli imputati, all'ex prefetto, Antonella De Miro, che con le sue interdittive alle aziende in odore di mafia ha messo in crisi un sistema ben collaudato e prima di allora mai toccato.

Alla prima udienza, molto tecnica e con gli avvocati della difesa che hanno sollevato molte eccezioni, erano presenti gran parte degli imputati e molti dei loro familiari. Questi ultimi non hanno digerito l'esclusione dall'aula principale. Hanno protestato con le forze dell'ordine all'entrata ma non c'è stato niente da fare. Per loro era stata allestita una saletta accanto, con i monitor per vedere in diretta l'udienza.

Qualche imputato ha dato anche in escandescenze. Francesco Amato, per esempio, ha iniziato la sua protesta fin dalle prime battute. Fino a quando, dopo aver urlato che Graziano Del Rio e Sonia Masini erano implicati in una non meglio specificata vicenda, è stato allontanato dagli agenti penitenziari. Non contento, mentre veniva portato fuori ha salutato i presenti gridando: «Bravi i comunisti».

Tra i banchi altri imputati del gruppo sotto accusa si sono fatti notare. Molti di loro infatti sono liberi di muoversi perché ristretti ai domiciliari. In calabrese molto stretto si sono lasciati andare a insulti, che in pochi hanno colto, proprio perché pronunciati in dialetto.

Il segnale peggiore, però, è la latitanza delle vittime che hanno subito ogni tipo di angheria da parte dei capi bastone. Solo in quattro hanno deciso di costituirsi parte civile contro i boss. Tra questa la giornalista del Resto del Carlino Sabrina Pignedoli, minacciata dall'ex autista dell'allora questore di Reggio. La colpa della cronista? Scrivere degli imprenditori del clan: personaggi in cerca di buoni affari, con ottime relazioni sul territorio, e per questo poco amanti dei riflettori. A parte i quattro, però, decine di vittime hanno preferito non chiedere i danni ai padroni del feudo emiliano. L'omertà, del resto, è un costume molto diffuso anche a questa latitudini, come ha segnalato la procura antimafia nella sua ultima relazione. Omertà, spesso, di convenienza più che originata dalla paura.

Dall'altra parte, invece, tante costituzioni di parte civile istituzionali e da parte di associazioni antimafia, tra cui Libera di don Luigi Ciotti.

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