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MaltaFiles, così le armi di Finmeccanica sono finite in Iran nonostante l'embargo

Le nuove rivelazioni dell'inchiesta internazionale sulle società con sede nell'isola del Mediterraneo fanno luce anche sul commercio di armamenti verso il regime degli Ayatollah. Al centro gli elicotteri del colosso italiano e la mediazione di un uomo di Hezbollah

L’Iran è la sua patria, l’Italia la seconda casa, Malta l’isola dove ha trasferito parte dei suoi affari. Mohsen Rezaian, 56 anni, ufficialmente è un venditore di tappeti da anni residente a Napoli. Uno dei tanti iraniani emigrati in Italia. Dietro l’apparente normalità si nasconde però un personaggio dai contorni misteriosi.

Capelli brizzolati, lineamenti mediorientali, occhi nerissimi, Rezaian compare in una foto finita recentemente sui giornali italiani. In quello scatto, datato 2008, il commerciante di Teheran appare a suo agio, durante un ricevimento esclusivo, fra l’allora presidente della Repubblica Islamica, Mahmud Ahmadinejad, e una donna sorridente, con il capo coperto dal tradizionale velo nero.

Per gli investigatori italiani lei è la “Dama Nera”, al secolo Annamaria Fontana, campana con un passato da assessore comunale, arrestata a inizio anno dalla procura antimafia di Napoli con l’accusa di aver venduto materiale bellico a Paesi sotto embargo. Insieme al marito, l’ingegner Mario Di Leva, la signora avrebbe fatto da intermediaria per la vendita a Iran e Libia di armi fabbricate in Ucraina, motivo per cui a fine giugno la coppia campana andrà a processo. Che c’entra il misterioso venditore di tappeti con i due presunti trafficanti italiani?

I Malta Files, i documenti esclusivi ottenuti dall’Espresso insieme al network di giornalismo investigativo EIC, permettono di districarsi in questa spy story internazionale. Un intrigo a base di armi, servizi segreti, gruppi islamici radicali e paradisi fiscali.

Lasciamo perdere per un attimo Rezaian. La notizia inedita più rilevante, visto che si tratta di una società a controllo pubblico, riguarda Finmeccanica, ora ribattezzata Leonardo. Non sono state solo armi di fabbricazione ucraina a finire in Paesi sotto embargo. L’Espresso è in grado di rivelare che il regime teocratico di Teheran è entrato in possesso anche di materiale prodotto dal colosso di Stato italiano. Componenti dell’AW139, un elicottero dual use, come si dice nel gergo tecnico: ovvero utilizzabile per scopi civili e militari. La cui vendita all’Iran era (ed è ancora) proibita.

Destinazione Teheran
Annamaria Fontana, Mohsen Rezaian e Ahmadinejad
Ma andiamo con ordine. Il 28 gennaio 2010 Agusta Westland, la controllata di Finmeccanica specializzata nella fornitura di elicotteri, invia a Di Leva un’offerta per un AW139. La proposta di prezzo è di 10,5 milioni di euro. La vendita non va in porto, ma circa un anno dopo arrivano in Iran, al prezzo di 757.500 euro, alcune parti dell’elicottero prodotte da Finmeccanica. Un affare per il quale è stata creata un’architettura societaria complessa. Per dribblare l’embargo, infatti, la merce è stata pagata da una società italiana, la Enterprise Group di Napoli, attraverso il suo amministratore Giuseppe De Stefano.

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L’azienda campana ha poi girato il carico alla panamense Malloy Airline. E quest’ultima l’ha consegnata al regime degli Ayatollah. Un passaggio obbligato, quello attraverso Panama, perché il paradiso fiscale del Centro-America non rispetta gli obblighi di embargo verso l’Iran. Alle richieste di chiarimento inviate dall’Espresso, il gruppo Leonardo (ex Finmeccanica) ha risposto che dalle «verifiche del caso negli archivi contabili di Agusta Westland non risultano riferimenti» ai fatti contestati. Eppure i documenti in possesso dell’Espresso indicano che la vendita c’è stata.

Contatti con Hezbollah
Resta da capire cosa c’entra in questa storia il misterioso Rezaian, fotografato a Teheran in compagnia della Dama Nera e dell’ex presidente Ahmadinejad. Una presenza non casuale, la sua, secondo chi ha condotto l’indagine sul traffico d’armi. I magistrati di Napoli e la Guardia di Finanza di Venezia hanno raccolto prove che dimostrano come il venditore di tappeti emigrato a Napoli fosse in stretto contatto con Di Leva e Fontana, i due italiani arrestati. Un rapporto che suscita «particolare preoccupazione» perché, sostengono gli investigatori, dietro l’apparenza da piccolo commerciante Rezaian nasconde la sua vera identità: quella di membro di Hezbollah. Già, proprio il partito di Allah costituito in Libano a inizio anni ’80, da sempre finanziato dall’Iran, più volte accusato da Stati Uniti e Unione europea di essere un’organizzazione terroristica e oggi particolarmente forte anche in Siria e Iraq.

Di certo il nome di Rezaian è comparso due volte nei registri giudiziari italiani. La prima, nel 1993, quando la Procura di Roma stava indagando sull’omicidio del dissidente iraniano Mohammad Hossein. La seconda è quella che ha portato in carcere Di Leva e Fontana. Un’inchiesta condotta dal pm Catello Maresca e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, secondo cui è anche grazie a Rezaian se i due italiani sono riusciti a entrare in contatto con i vertici della Repubblica Islamica, in particolare con l’ex presidente Ahmadinejad.
«I contatti con personalità in vista del mondo iraniano erano concreti e consentivano a loro di organizzare incontri di alto livello», ha spiegato un testimone ai magistrati. I documenti sequestrati durante le perquisizioni da parte dei finanzieri di Venezia confermano il quadro. Analizzando il computer di Di Leva i detective scoprono che l’ingegnere e la sua consorte sono riusciti a comunicare persino con l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran e successore di Khomeini.

timbro inchieste new
I Malta Files permettono di aggiungere un importante tassello a questa storia. Nell’isola Rezaian risulta infatti azionista di due società: la Mareca Holding e la Serafiner Trading. Costituite entrambe il 3 giugno 2014, tre anni dopo la presunta vendita illegale di armi all’Iran mediata da Di Leva e consorte, le imprese maltesi non sono altro che caselle postali. La sede legale si trova infatti nel centro de La Valletta, in un palazzo barocco a due passi dal Parlamento maltese, presso gli uffici della società fiduciaria Fides Corporate Services.

Napoli connection
Che ci fa Rezaian a Malta? Mistero. Nessuna delle due società ha mai depositato un bilancio. Di certo c’è che quando sono state costituite, le azioni delle due imprese erano interamente detenute dalla Fides. Poi qualcosa dev’essere cambiato. A gennaio del 2016 in Italia escono i primi articoli su Di Leva e la Dama Nera. Il 12 giugno dello stesso anno la Fides decide di trasferire le sue quote a tre persone. Uno è Rezaian. Gli altri sono due italiani dal curriculum striminzito. Giancarlo Martino, 54 anni, di professione è un commerciante all’ingrosso di commodities.

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Corrado Caramico, 61 anni, è invece un manager che tra i vari incarichi ha svolto anche quello di consigliere d’amministrazione della Banca Etrusca, un piccolo istituto di credito fallito nel 1998. A quale scopo sono state aperte le due società maltesi? Durante le perquisizioni a casa di Di Leva, i finanzieri italiani hanno trovato prova di altri affari, avvenuti recentemente, con destinazione finale Iran e Libia. E proprio la Libia, piombata in una sanguinosa guerra civile che dura ormai da oltre 5 anni, è uno dei Paesi più coinvolti nel traffico internazionale d’armi sull’asse Italia-Malta.

I documenti analizzati dall’Espresso in tre mesi di lavoro permettono infatti di raccontare un’altra storia dai contorni oscuri. Vicenda iniziata ancor prima della caduta di Muammar Gheddafi, al centro della quale c’è un enorme carico: 50 mila kalashnikov e 105 mila mitragliatori prodotti in Cina e destinati, via Libia, ad alimentare i conflitti in corso in Iraq e in Congo. Un affare gestito dagli imprenditori toscani Ermete Moretti e Massimo Bettinotti, che per questo hanno patteggiato quattro anni di carcere per traffico internazionale di armi. «Moretti e Bettinotti gestivano le trattative dall’Italia tramite società maltesi che, in realtà, servivano solo a schermare conti bancari in Svizzera e in altri Stati», ricorda Dario Razzi, il magistrato della Procura di Perugia che si era occupato dell’inchiesta.

Oggi i Malta Files mettono in luce una nuova pista che potrebbe essere sfuggita agli inquirenti. Una complessa ramificazione del traffico di armi, che ha i suoi centri di smistamento fra Malta e Cipro, entrambi Paesi dell’Unione europea. Dal database analizzato dall’Espresso emergono nuove società maltesi intestate a Moretti e Bettinotti, create ai tempi dell’affare libico ma ancora attive. È il caso della Taurus International, di proprietà del toscano Moretti e del libico Fathi El Mezewghi El Fghi: mai citata nelle carte dell’inchiesta, la società non ha depositato bilanci. L’altra scatola maltese è la Sviluppo International, diretta da Moretti insieme all’imprenditore umbro Giampiero Ugolini e al faccendiere Mohammed Ali Abdelsalam, ex collaboratore di Gheddafi. La maggioranza del capitale risulta intestata a un’omonima azienda italiana, con quote di minoranza detenute da Moretti e dall’uomo d’affari libico.

Pista libica
Le carte dell’inchiesta di Perugia non citano mai la Sviluppo international maltese, mentre raccontano che la società italiana con lo stesso nome serviva per far avere agli uomini d’affari libici i visti Schengen d’ingresso in Europa. Gli imprenditori Moretti e Bettinotti erano stati bloccati e arrestati poco prima che riuscissero a consegnare una fornitura di armi all’Iraq, proprio nel momento in cui nel Paese si stava consumando la guerra che vedeva coinvolti gli Stati Uniti e anche l’esercito italiano. «Il domicilio delle società maltesi coincideva con lo studio di un avvocato che aveva il solo compito di garantire una consulenza contabile», racconta Razzi. Ma perché i trafficanti di armi passano proprio da Malta? «Perché Malta è un paese in cui è più difficile svolgere accertamenti fiscali», dice il magistrato. Possibile che Moretti, nonostante i guai giudiziari, continui a gestire affari partendo dall’isola? Contattato dall’Espresso, Moretti non ha fornito alcuna risposta. Di certo la particolare posizione di Malta, proprio al centro del Mediterraneo, ha fatto dell’ex colonia britannica il trampolino di lancio ideale per chi vuol commerciare con i Paesi del Nordafrica.

Di più, dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, decine di ricchi libici hanno trasferito sull’isola la base dei propri affari. E La Valletta è diventata una seconda Tripoli, con banche e società finanziarie che hanno spalancato le porte al denaro dei milionari arabi. Inevitabile, allora, che Malta finisca per diventare il crocevia di molte oscure vicende che fanno da sfondo alla guerra civile in corso in Libia. Il quotidiano britannico The Guardian l’anno scorso ha svelato la trama di un presunto riciclaggio di centinaia di milioni di euro sottratti alla Stato libico ai tempi di Gheddafi.

La denuncia arriva dalle stesse autorità di Tripoli e punta il dito contro Ali Ibrahim Dibaba, per due decenni a capo dell’autorità statale che sovrintendeva alla costruzione di infrastrutture: strade, ponti, edifici pubblici. Secondo questa ricostruzione, Dibaba avrebbe investito parte di quei soldi in alberghi e palazzi in Inghilterra e Scozia. Fin dal 2014 il nuovo governo libico si era rivolto a Londra per avere collaborazione nelle indagini e proprio dalla richiesta di assistenza sono emersi i particolari della vicenda. Dalle carte spunta anche il nome di un italiano, Walter Calesso, che insieme ad altri soci britannici avrebbe ottenuto un appalto per restaurare siti archeologici lungo la costa libica.

Indagini a Londra
Il Guardian cita Calesso, 59 anni, origini venete, in relazione a una società di Malta, la Evergreen, che avrebbe ottenuto appalti per gestire la costruzione di sei ospedali nel Paese Nordafricano. L’Espresso ha verificato che la Evergreen era controllata da un’omonima società scozzese di cui è stato amministratore Calesso. E ora dai Malta Files emerge che lo stesso Calesso gestisce o ha gestito anche altre società sull’isola, come per esempio la Bosteco Overseas. Insieme a lui, tra gli azionisti di Bosteco troviamo i cittadini britannici Steven Turnbull, John Malcom Flinn e suo fratello gemello Andrew Peter. Ovvero le stesse persone che secondo la denuncia del governo libico, ripresa dal Guardian, avrebbero ottenuto appalti sospetti da parte di Dabaiba, il fedelissimo di Gheddafi.

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