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Eccola, la sanità di serie B: da oltre dieci anni prolifera in ospedali, rsa, servizi comunali, nidi, assistenza scolastica. Molti sono ausiliari socio-assistenziali (asa) o operatori socio-sanitari (oss), una qualifica che si ottiene con un anno di studio, guadagnano 800 euro per otto ore di lavoro, lavano schiene, assistono disabili, fanno muovere gli allettati, fanno i mestieri più faticosi, e sono alle dipendenze di cooperative. Sempre più spesso nelle coop ci lavorano anche medici gettonisti, infermieri e tecnici di laboratorio: il 118 dell’ospedale Niguarda di Milano è gestito da una cooperativa, così come i tecnici radiologi del Gruppo San Donato sono in appalto, idem per i medici del Pronto Soccorso dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: per 12 ore di lavoro guadagnano circa 600 euro lordi.
Secondo i dati Istat lavora nelle coop un esercito di 400mila lavoratori della sanità e del socio assistenziale (molti, se si considera che il Ssn ha 600mila dipendenti), costano poco – meno 40 per cento rispetto ai colleghi del Ssn –, erano già privi di diritti prima della pandemia e oggi sono ancor più allo sbaraglio: hanno meno dispositivi di protezione e zero controlli di routine contro il Covid. «Il personale sanitario e amministrativo di Asl, ospedali pubblici e privati deve effettuare un tampone ogni 15 giorni. I colleghi delle cooperative, che lavorano al loro fianco e stanno a stretto contatto con i malati, non devono fare alcun controllo, lo stesso vale per lo staff delle residenze per anziani, tutte gestite da cooperative. Si tratta di un incontrollato veicolo di contagio», avverte Isa Guarnieri della Cgil di Milano.
«La sanità italiana ha figli e figliastri. I primi sono i dipendenti diretti, gli altri sono in appalto, ma devono mettere in campo la stessa intensità di risposta all’emergenza pandemia», spiega Gianluigi Bettoli, responsabile di Legacoopsociali del Friuli Venezia Giulia, che aggiunge: «Sempre nelle coop, si assiste da un lato all’extra lavoro di operatori sanitari e infermieri, costretti a tripli turni, dall’altro ci sono educatori e operatori sanitari che lavorano nelle scuole e nei centri diurni per disabili in attesa di ricevere sussidi di cassa integrazione da 400 euro al mese, perché queste strutture hanno chiuso e i comuni hanno sospeso i contribuiti per il servizio».
Non va meglio per chi lavora nelle residenze per anziani, come racconta Luca Spagnol, responsabile infermieristico della Coop Itaca, duemila dipendenti, impiegati in rsa e ospedali del Nord: «Già prima della pandemia, infermieri e operatori sanitari avevano un carico di lavoro che andava ben oltre le proprie possibilità. Adesso, per rispettare i protocolli Covid, l’intensità di lavoro è cresciuta del 40 per cento. Non solo. Il Ssn ha aperto una campagna di assunzione di personale per far fronte alla pandemia: a rispondere sono stati molti dipendenti delle coop, attratti da salari più alti e maggiori diritti. Questo ha ridotto la forza lavoro nelle rsa e nei servizi socio-sanitari, intere aree di cura stanno andando in tilt, alcune strutture hanno interrotto l’assistenza notturna.
Agli infermieri rimasti vengono sospese le ferie e sono richiamati in servizio anche nei giorni di riposo. In più, spesso, succede che siano forniti di meno dispositivi di protezione: poche mascherine, camici, visiere. E quando i focolai si diffondono nelle rsa, subiscono una forte pressione psicologica, perché vedono le persone morire fra grandi sofferenze: nelle case per anziani non ci sono medici in grado di affrontare il Covid, non c’è ossigeno, la morfina è scarsa». Affermazioni confermate dal Rapporto Salute 2020 di Cittadinanza attiva che fa il punto sulle maggiori criticità del sistema di salute e assistenza segnalate dai cittadini: «Il 42,8 per cento delle segnalazioni riguarda proprio le Residenze per anziani. Di queste, il 32,5 per cento segnala carenza di dispositivi di protezione sia per gli ospiti, sia per il personale», dice il rapporto.
A Napoli sono gli stessi dipendenti delle cooperative a non segnalare una eventuale esposizione al Covid: «Temono di perdere il lavoro, così sottovalutano il rischio di un’infezione, i sintomi e tutte le problematiche annesse. Ma queste sono persone che lavorano a contatto con malati e soggetti fragili», spiega Gianna Serena Franzé, segretario della Funzione Pubblica Cgil in Campania, che ha avvertito comune e Prefetto, senza ricevere risposta. «Il problema vero è che le cooperative non si vogliono far carico dei 60-100 euro del costo del tampone. Così si favorisce la diffusione del virus proprio fra le categorie più fragili. In altri casi, visto che le cooperative non forniscono neppure un adeguato numero di mascherine protettive, gli operatori hanno ridotto gli interventi domiciliari: si limitano a portare la spesa sulla soglia di casa, non entrano nelle abitazioni. A lungo termine dovremo fare i conti con gravi situazioni di degrado e disagio sociale».
I costi extra per l’acquisto dei dispositivi e i mancati introiti per via della sospensione dei servizi comunali porteranno molte cooperative a chiudere i bilanci in rosso, o peggio. La Cooperativa Cooss Marche, la più grande della regione, con oltre tremila dipendenti, «dopo decenni di appalti al ribasso si è indebolita al punto che, per salvarsi, gli stessi soci lavoratori si sono tagliati lo stipendio e la tredicesima. Il covid ha dato un’ulteriore spallata: i dipendenti rischiano il posto e potrebbero saltare gli indispensabili servizi che fornivano, dagli asili nido alle rsa», commenta Michele Vannini della Cgil.
C’è poi chi, per mantenere il posto, è costretto a firmare stringenti protocolli di scarico di responsabilità: «I dirigenti delle case di cura, per sgravarsi di ogni colpa, scrivono complessi protocolli operativi, facendo ricadere l’intera responsabilità di eventuali focolai sugli operatori. Noi firmiamo tutto: l’alternativa è perdere l’appalto», racconta Alberto, assistente socio-assistenziale in una residenza per anziani della Brianza.
A Bergamo il lavoro delle cooperative negli ospedali, nelle rsa, nella cura domiciliare è stato fondamentale nella prima ondata del Covid: «Gli operatori “di serie B” hanno assistito pazienti a mani nude, senza protezione, perché tutti i dispositivi di protezione venivano requisiti e consegnati al personale del Servizio Sanitario Nazionale. A distanza di mesi, il loro sforzo non è stato in alcun modo considerato: i colleghi del Ssn hanno avuto un riconoscimento economico, per i sanitari delle cooperative non c’è stato alcun indennizzo», dice Roberto Rossi della Cgil di Bergamo. Per loro ci sono stati soltanto rischi in più, dal fardello della responsabilità al maggiore rischio contagio. Tutto questo per 800 euro al mese.