Ripicche, dispetti, frecciate a mezzo stampa. I due ministri dello sport non si sono mai voluti bene. Ancor meno adesso che il ministro ufficiale, Andrea Abodi, si ritrova nella coalizione di governo il rivale di una vita, il senatore e ministro ombra Claudio Lotito, proprietario della Ss Lazio ossia il club per il quale Abodi tifa da sempre. Lotito, chissà. È vexata quaestio - inevitabile il latino se si parla del senatore forzista - un torbido passato romanista del patron biancoceleste.
Transeat. Ma i due sono davvero troppo diversi. Elegante, quasi curiale, attento alla forma fisica, Abodi è un puro prodotto della Roma nord dei circoli e, nel caso di specie, di quel Canottieri Aniene portato da Giovanni Malagò ai vertici di un potere forse parvenu eppure reale, fatto di partitelle con Francesco Totti superstar o con il costruttore Luca Parnasi e celebrato dal grande torneo estivo, la Coppa dei circoli, dove nell’edizione 2022 Abodi figura come marcatore di due reti e sponsor attraverso l’Istituto di credito sportivo, banca pubblica da lui presieduta fino alla convocazione a palazzo Chigi.
Per raccontare Lotito, rappresentazione plastica della diffidenza verso l’attività sportiva, basta l’aneddoto su certe sue telefonate di qualche governo fa che si aprivano con la frase: «A Pi’, c’è ‘r zotto?» sintesi fulminea in romanesco di «buongiorno Pina, è in ufficio il sottosegretario?»
Nel derby del governo sportivo per adesso è in vantaggio Lotito, il lobbista asociale che comprò la Lazio sull’orlo del fallimento nel 2005 grazie a una rateizzazione in 23 anni delle pendenze fiscali di Sergio Cragnotti. Il massimo esperto mondiale di spalmature ha portato a casa un risultato simile con l’ultima manovra, la prima di Giorgia Meloni, che ha concesso ai club di calcio una dilazione in sessanta versamenti di oltre 1 miliardo di euro fra debiti Irpef, Inps e Iva non pagati durante la fase acuta della pandemia con una sanzione del 3 per cento, più o meno pari a un quarto del tasso di inflazione attuale.
Abodi, che su mandato di Giorgia Meloni era partito lancia in resta contro i privilegi al calcio in crisi, ha dovuto accettare la mossa imposta dalla presidente del consiglio, romanista di cui si favoleggia un torbido passato laziale. Il messaggio della premier è chiaro: sfidare il tifo abbatte l’indice di gradimento. Quanto agli ultras sfasciatutto, quelli non sono veri tifosi, si sa.
Abodi si è adeguato. Uso a obbedir tacendo o parlando il meno possibile, l’ex direttore marketing di Img McCormack e cofondatore di Media partners può sembrare un ministro contro voglia, forse perché ha mancato alcuni traguardi molto desiderati da sei anni a questa parte. Nel marzo 2017, quando guidava la Lega di serie B, è stato bocciato come presidente della Federcalcio a vantaggio di Carlo Tavecchio, riconfermato. Nel marzo 2022 ha perso la corsa alla Lega di serie A contro Lorenzo Casini. In entrambi i casi, lo stop decisivo è arrivato dal proprietario della Lazio.
Ma per rimanere nel sistema così a lungo bisogna sapere incassare qualche rovescio. La prova della flessibilità di Abodi è stata proprio la sua accettazione della nomina a ministro. La ratio economica gli era sfavorevole. Da presidente dell’Ics, banca che sostiene sport e cultura, lo stipendio è di 190 mila euro all’anno. Da ministro si scende a 110 mila. Ma l’obiettivo di Abodi era la guida della Fondazione Milano-Cortina, dove l’emolumento annuale arriva a mezzo milione di euro. Quando si dava per fatta la nomina, Giorgia chiamò. E a Giorgia Abodi non può negare nulla. Il passato comune nelle giovanili del Msi, sebbene a distanza di una generazione, dice ancora poco sulla solidità di un rapporto dove il ministro ha conferito amicizie consolidate in decenni a tutto campo nello sport business. Due su tutte: il numero uno del Coni e membro del Cio Malagò e il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina.
Il terzetto ha nel mirino la conquista degli Europei del 2032. Entro il 12 aprile il governo Meloni dovrà presentare garanzie finanziarie per 2 miliardi di euro e mettersi al lavoro su un dossier che comprende undici candidature per dieci sedi. Fra queste, soltanto l’Allianz Stadium juventino e l’Unipol Domus di Cagliari sono già pronte. Altri nove impianti (Roma, Milano, Napoli, Bari, Firenze, Bologna, Genova, Palermo, Verona) vanno costruiti ex novo o massicciamente ristrutturati. Dopo il no all’abbattimento di San Siro da parte del sottosegretario alla cultura Vittorio Sgarbi, il progetto lanciato dall’As Roma sull’area di Pietralata è tornato in testa alla classifica di fattibilità insieme al Franchi di Firenze, in parte finanziato con fondi del Pnrr, mentre la Lazio di Lotito rischia di restare ai margini della festa, con le tante incertezze che gravano sul rifacimento del Flaminio in stato di abbandono da anni e sottoposto a vincolo del ministero dei beni culturali.
Inoltre, se Lotito può permettersi di focalizzarsi sul calcio, che è il suo core-business personale, Abodi ha un orizzonte molto più ampio e a scadenze quasi immediate. A parte la Ryder cup, uno dei maggiori tornei internazionali di golf che Roma ospiterà a fine settembre al circolo Marco Simone di Guidonia Montecelio con una dotazione da 77 milioni di euro per ammodernamenti infrastrutturali, c’è la colossale spada di Damocle delle Olimpiadi Milano-Cortina del 2026. Sui Giochi invernali il governo si gioca la faccia anche se parte a handicap per ritardi su quasi tutti i fronti. La raccolta dei 575 milioni di euro in sponsorizzazioni programmate da qui all’inaugurazione, è ancora molto lontana mentre sembra vicina la causa per danni alla fondazione dell’ex ad Vincenzo Novari, esonerato lo scorso agosto. Dopo mesi di trattative fra i soci Novari è stato e sostituito con il veronese Andrea Varnier, l’uomo del cerimoniale di Torino 2006, di Rio 2016 ed ex della Filmmaster molto vicino a Malagò. Il nome di Varnier ha messo d’accordo il presidente veneto Luca Zaia e un Attilio Fontana determinato a sbarrare la strada della Fondazione alla sua allora vice di palazzo Lombardia, Letizia Brichetto Moratti.
Il tasto dolente sono impianti e infrastrutture. Torino, che si era chiamata fuori dalla formazione di partenza, è stata pregata di rientrare dopo che Baselga di Pinè (Trento) ha rinunciato a ospitare le gare di pattinaggio su ghiaccio. I costi di ristrutturazione dell’Ice Rink erano schizzati da 30 a 50 milioni di euro. Ma il problema dei budget esplosi con l’aumento delle materie prime investe in modo ancora più pesante le nuove strade in Valtellina e nell’Ampezzano, oltre che il villaggio olimpico a Milano. Senza garanzie statali, le imprese segnano il passo.
Per sostenere un’azione così complessa, Abodi si è attrezzato in modo molto meno settario di quanto le sue origini politiche potevano preannunciare e, una volta ancora, in modo differente dal one man show lotitiano.
Il capo di gabinetto ed eminenza grigia del ministero è Massimiliano Atelli, magistrato contabile ed ex procuratore regionale della Valle d’Aosta. Esperto di diritto dell’ambiente, Atelli presiede la commissione Pniec del Pnrr, dedicata a energia e clima, dal gennaio 2022 e, dal dicembre del 2020, la commissione Via-Vas sull’impatto ambientale delle infrastrutture su nomina dell’allora ministro M5S Sergio Costa. Membro del think tank Riparte Italia, dove figura anche Gabriele Gravina, è anche giudice della corte federale d’appello della Figc. Nel 2019 è stato chiamato da Virginia Raggi per occupare l’assessorato ai rifiuti di Roma. Ha rifiutato nonostante fossero i tempi in cui Luigi Di Maio pescava a piene mani nei ranghi della Corte dei conti. Il vice di Atelli al ministero, del resto, è Daniele Frongia, braccio destro della sindaca Raggi e assessore allo sport in Campidoglio.
Ultima patata bollente da gestire per Abodi è la sentenza del Tar che si è pronunciato contro il limite di tre mandati ai presidenti delle federazioni sportive a partire dal 2024. Il verdetto finale è stato rimandato alla Corte costituzionale. Se la Consulta confermasse la bocciatura del tribunale amministrativo, molte nomine di ambito Coni potrebbero essere confermate dopo i prossimi Giochi estivi di Parigi. Fra queste, anche quella di Malagò che potrebbe officiare l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali italiane da presidente in carica. Ad Abodi non dispiacerebbe, tanto per bilanciare l’ascesa di Lotito che, del resto, nei Giochi del 2026 giocherà letteralmente in casa, grazie alla villa a Cortina di sua moglie, Cristina Mezzaroma. Quando si dice essere inseparabili.