Italia nel pallone

Debiti, poltrone, risse e ct che se ne vanno: il calcio italiano resta un malato grave

di Gianfrancesco Turano   18 agosto 2023

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Falcidiato dalle offerte inglesi e saudite. Chiuso ai giovani e alle donne. In perenne e crescente squilibrio finanziario. Con una classe dirigente che annuncia riforme. Ricomincia la serie A, specchio più fedele della nostra società

Senza campioni, senza giovani, senza donne. Con un commissario tecnico della nazionale, Roberto Mancini, che si è dimesso a tre settimane da un turno di qualificazione agli Europei 2024 in onore al motto della classe dirigente italiana: non mollare la poltrona mai, salvo se c’è un’alternativa pagata meglio.

 

La serie A 2023-2024 è così: un campionato senza. Anche i padroni sono declinati lentamente insieme a ciò che fu la borghesia imprenditoriale italiana, sostituiti da fondi stranieri e homines novi, come nel senatus populusque romanus si chiamavano gli emergenti senza appartenenze aristocratiche.

 

I Moratti sono spariti da tempo. Silvio Berlusconi, appena morto, è stato divinizzato da un trofeo fra le sue due squadre, Monza e Milan. Che dire degli Agnelli? Andrea, ultimo portatore del cognome che significa Juventus, è finito nella morsa delle plusvalenze, ottima opportunità per fargli pagare la fuga in avanti della Superleague. Nella Roma ci sono gli Usa, non si sa per quanto. Alla Lazio c’è il finalmente senatore Claudio Lotito, eletto in un Molise che non è precisamente al centro del pallone nazionale. Ha insegnato lui ad Aurelio De Laurentiis, neocampione d’Italia con il Napoli, che calcio non significa necessariamente buttare denaro. E a Lotito lo ha insegnato Giampaolo Pozzo, veterano dei proprietari di A, habitué dei miracoli sportivi e delle disinvolture tributarie.

Essere senza padroni non è necessariamente un male. L’incertezza del risultato, dopo i terrificanti nove scudetti consecutivi della Juve dal 2012 al 2021, più pesanti della pandemia, fa da motore a una campagna abbonamenti con ottimi risultati. Oltre le solite milanesi e romane, si stanno confermando realtà di passione come il Lecce, squadra di una città da 90 mila abitanti avviata a replicare le 20 mila tessere della stagione scorsa. Per una Sampdoria retrocessa dalla crisi sportiva e finanziaria, il pubblico genoano ritrova in serie A la società più antica d’Italia.

 

L’assenza di padroni fa accettare meglio al pubblico un calciomercato di storica marginalità, dopo che agli inglesi della Premier league si è aggiunta la concorrenza saudita. Che importa perdere Kim se a Napoli rimane Kvaratshkelia? Se Sandro Tonali lascia il Milan, Rafa Leão rimane. Almeno per quest’anno. In mancanza d’altro si guarda il bicchiere mezzo pieno, anche se il livello continua a scendere, al contrario dei debiti dei club, saliti dai 4,78 miliardi di euro della stagione 2018-19 ai 5,6 miliardi del 2020-21, secondo i dati del report Figc anticipato dall’Espresso.

 

La nuova stagione calcistica sarà, come il film di Alberto Sordi, una vacanza intelligente? Per adesso, è tutto all’insegna del fare di necessità virtù. A partire dalla televisione. Il match sui diritti televisivi della serie A è in piena bagarre. Il prossimo torneo è l’ultimo del triennale 2021-2024 conquistato da Dazn per il pacchetto principale di sette partite, con le altre tre a Sky Italia e Mediaset per la Coppa Italia. Ma la Lega è alle prese con un rinnovo che si annuncia difficile. La fine del termine triennale della legge Melandri è una variabile aggiuntiva. Il nuovo contratto potrà durare tre, quattro oppure cinque anni con una base d’asta di 1,15 miliardi all’anno per il triennale, di 1,265 miliardi di euro per il quadriennale e di 1,38 miliardi per il quinquennale.

 

Senza insistere sul fatto ormai noto che i diritti televisivi tengono in piedi un sistema traballante, finanziariamente suicida, vessato dagli agenti, blandito da una politica in cerca di consensi e assediato da ogni categoria di creditori, la prima offerta dei network presentata all’inizio di luglio era al ribasso di circa metà della cifra ed è stata respinta dalla Lega guidata da Lorenzo Casini e Luigi De Siervo. Nelle settimane successive, trascorse in trattative private, le parti si sarebbero avvicinate. La scadenza per trovare l’accordo è metà ottobre.

«È l'asta dei diritti tv più difficile di sempre?», si è chiesto l’ad della Lega De Siervo. «Sì, lo sapevamo e lo abbiamo detto in tempi non sospetti. È la più difficile perché la competizione tra le emittenti in questo momento in Italia è latente».

 

Più che latente, è fantomatica. Sky appare molto titubante dopo due anni di perdite di bilancio aggregate di quasi 1,5 miliardi di euro (764 milioni nel 2021 e 735 nel 2022). E il gruppo Dazn di Len Blavatnik ha perso 6 miliardi di dollari in cinque anni.

 

Così si sono affacciate soluzioni al risparmio. Urbano Cairo, proprietario del Torino e di La7, e l’anchorman-businessman Michele Criscitiello di Sportitalia hanno deciso di puntare sul calcio della scoppiettante Saudi pro league per qualcosa meno di mezzo milione di euro.

 

In questo quadro di fondamentali economici ansiogeni, la Figc di Gabriele Gravina si è fatta sorprendere come un portiere sul primo palo dal micidiale colpo di tacco di Roberto Mancini, ct dimissionario due giorni prima di Ferragosto. Anche il ministro dello sport, Andrea Abodi, ha manifestato la sua perplessità di fronte a una figuraccia di sistema. Non la prima. Ma se dopo l’eliminazione al Mondiale in Qatar, Gravina ha potuto teorizzare che in campo non ci va lui, le dimissioni di Mancini sono un fatto politico, anche applicando la tara dell’attrazione del ct verso l’euro o il petrodollaro.

 

Per la Figc, la parola d’ordine per uscire dalla crisi è sempre la stessa: riforme. Gli esperti federali sono impegnati nella stesura di testi ponderosi che dovrebbero rimettere in sesto i conti dei club e riportare la nazionale al posto che aveva nell’élite del calcio mondiale. Ma il dialogo tra la Figc, diretta verso la scadenza elettorale del 2024, e la confindustria dei presidenti riunita nella Lega di serie A rimane una conversazione tra sordi.

 

L’unico punto in comune sembra la necessità di rinnovare un parco stadi che ha costretto l’Italia a consorziarsi con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan per ottenere gli Europei del 2032 con un ticket assai singolare. Poi basta guardare i bilanci della Juventus degli ultimi tre anni, con 558 milioni di euro di rosso di bilancio aggregato, per capire che uno stadio nuovo, costruito con condizioni di estremo favore da parte del Comune di Torino, non impedisce di perdere a rotta di collo.

 

Gli altri feticci delle riforme calcistiche sembrano presi da un quotidiano di cinquant’anni fa: i giovani e le donne.

 

La verità del campo sui vivai è in tre tornei giocati fra giugno e luglio. L’Italia ha vinto l’Europeo under 19 il 16 luglio contro il Portogallo. Il capocannoniere del torneo è stato Cesare Casadei, che l’Inter si era affrettata di cedere al Chelsea per 20 milioni. L’Under 20 ha figurato bene nel Mondiale fino alla finale persa contro l’Uruguay, superiore tecnicamente e atleticamente. Infine, gli azzurri sono crollati in modo catastrofico all’Europeo under 21: eliminati al primo turno con un pareggio e due sconfitte nonostante il rinforzo di due nazionali maggiori come Wilfried Gnonto e Sandro Tonali, mister mercato 2023 ceduto dal Milan al Newcastle del fondo saudita Pif per 80 milioni di euro. Naturalmente è stata colpa degli arbitri e la stampa ha preventivamente sostenuto che la Francia avrebbe regalato la partita alla Svizzera.

 

Eppure, prima di dimettersi, Mancini aveva proposto Simone Pafundi come test di rilevamento sulla situazione dei giovani calciatori nella serie A 2023-2024. Pafundi, fantasista alto 1,65 metri nato in Friuli da genitori napoletani e tifoso dei campioni d’Italia, ha avuto il privilegio di essere benedetto dall’ex ct («prima lui, poi tutti gli altri») quando ancora non aveva compiuto i suoi attuali 17 anni. Il ragazzo è un tesserato dell’Udinese della famiglia Pozzo, che si è costruita una fama come fabbrica di talenti reclutati in ogni angolo di mondo con modica spesa. Finora ha giocato pochissimo nel club (77 minuti la scorsa stagione in A). Ma da lui passa una certa idea di calcio un po’ antiquata, quella di Leão e di Khvicha Kvaratshkelia, che significa dribbling, rischio, verticalità invece di passaggi indietro di cinquanta metri al proprio portiere.

 

Sull’altro tema della riforma perenne, si potrebbe dire che il calcio italiano continua a non essere, disgraziatamente, sport per signorine. Ma nemmeno per signore, fanciulle e bambine. In un paese dove le donne dominano lo sci, la pallavolo, il nuoto a livello mondiale, le colleghe del calcio hanno incassato un’eliminazione al primo turno dal mondiale Fifa giocato in Australia e Nuova Zelanda che si chiude con la finale del 20 agosto.

 

L’uscita dalla competizione delle azzurre è stata segnata da una lettera aperta delle giocatrici che avrà orripilato i colleghi maschi, da sempre votati a un’omertà che le mafie si sognano. Nella loro critica collettiva le azzurre hanno rilevano il disinteresse della Figc assente dalla manifestazione e, più velatamente, le responsabilità della ct Milena Bertolini, diventata popolare per le sue apparizioni in tv ma incapace di competere con nazioni dove la base di reclutamento è molto più ampia delle circa 32 mila tesserate italiane contro le oltre 100 mila delle altre nazionali europee. Nel volley femminile in Italia ci sono circa 170 mila praticanti ufficiali nella fascia fra i 6 e i 15 anni. Bertolini si è dimessa. La Figc ha incassato con la consueta indifferenza verso il risultato sportivo, soprattutto quando è negativo.

 

Resta il fatto che la serie A donne, sponsorizzata da eBay e in partenza il 16 settembre, stenta a decollare perché molti club, obbligati dalla federazione ad avere un settore femminile, nicchiano di fronte a un impegno dove il rapporto costi/ricavi è senza speranza.

 

Sul fronte televisivo, una partita di campionato per turno e la finale di Coppa Italia saranno mandate in chiaro dalla Rai che rimpiazza La7 con una spesa di 250 mila euro. Per i diritti pay, non ancora assegnati per la modestia delle offerte, i network hanno ottenuto una proroga dell’asta fino al 31 agosto. Saranno comunque spiccioli.